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Wim Wenders: “I miei giorni sono Perfect Days. Ma quella volta a Cannes credevo che Spike Lee volesse picchiarmi”

Wim Wenders, 78 anni. (Rong Xu/The New York Times)

 
Intervista al regista tedesco che torna con un nuovo film ambientato in Giappone: «Quarant’anni fa vinsi la Palma d’oro, ma il successo si è rivelato una trappola. Preferisco lavorare con pochi soldi. E senza copioni»
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Lione. «L’ultima volta che avevo girato in Giappone era nel 1990 per uno spezzone di Fino alla fine del mondo e da allora quel Paese mi mancava tantissimo», mi racconta Wim Wenders al festival di Lione. «Così quando ho avuto una lettera di invito per creare un progetto attorno ai gioielli di architettura che sono le toilette pubbliche di Tokyo non ho esitato ad accettare. Avevo carta bianca, avrei potuto scattare foto, girare un documentario o realizzare un’installazione, e invece alla fine mi sono detto: perché non realizzare un film?».

Perfect Days esce il 4 gennaio dopo la prima al festival di Cannes, ed è l’ennesimo gioiello del 78enne versatile autore regista tedesco, che ci ha regalato negli anni perle come Alice nella città, Lo stato delle cose, Il cielo sopra Berlino e Paris, Texas, cui venne assegnata la Palma d’oro nel 1984, quarant’anni fa. Vera e propria character study, la pellicola si concentra sulla routine quotidiana di Hirayama, il sessantenne protagonista incarnato i…

Lione. «L’ultima volta che avevo girato in Giappone era nel 1990 per uno spezzone di Fino alla fine del mondo e da allora quel Paese mi mancava tantissimo», mi racconta Wim Wenders al festival di Lione. «Così quando ho avuto una lettera di invito per creare un progetto attorno ai gioielli di architettura che sono le toilette pubbliche di Tokyo non ho esitato ad accettare. Avevo carta bianca, avrei potuto scattare foto, girare un documentario o realizzare un’installazione, e invece alla fine mi sono detto: perché non realizzare un film?».

Perfect Days esce il 4 gennaio dopo la prima al festival di Cannes, ed è l’ennesimo gioiello del 78enne versatile autore regista tedesco, che ci ha regalato negli anni perle come Alice nella città, Lo stato delle cose, Il cielo sopra Berlino e Paris, Texas, cui venne assegnata la Palma d’oro nel 1984, quarant’anni fa. Vera e propria character study, la pellicola si concentra sulla routine quotidiana di Hirayama, il sessantenne protagonista incarnato in maniera convincente da Koji Yakusho: l’uomo si sveglia tutte le mattine e va a pulire i bagni pubblici del suo quartiere, senza lamentarsi ma svolgendo il proprio lavoro meticolosamente e apprezzando ogni istante della propria vita solitaria, divisa tra l’ascolto di audiocassette di Nina Simone, Lou Reed, Velvet Underground, le letture di Faulkner e Patricia Highsmith e l’hobby della fotografia.

Una scena del film

 

A turbare apparentemente il piano ripetersi dei giorni arriva in visita a casa sua la nipote Niko (Arisa Nakano), e allora si intuisce che forse la routine è un modo di difendersi dal passato. «Trent’anni fa mentre ero in Giappone», racconta Wenders, «venne a trovarmi un amico americano. E quando vide le persone con le mascherine, pensò che volessero difendersi dall’influenza. Gli spiegai che era il contrario: volevano evitare di contagiare gli altri. È stato questo spiccato senso di rispetto del bene comune, alieno alla società occidentale, a ispirarmi la storia di Hirayama, che poi ho sceneggiato con Takuma Takasaki in tre settimane».
Come avete coinvolto Koji Yakusho?
«È stato Takuma a suggerirne il nome. Lo avevo apprezzato in Memorie di una geisha e Babel, è un grandissimo attore, e ho pensato che magari non avrebbe accettato. Invece ha detto sì immediatamente, nonostante avessimo pochissimo tempo per le riprese».

Non è la prima volta che lei studia personaggi che abitano semplicemente degli spazi…
«Mi hanno sempre attratto le figure dei vagabondi. In questo devo dire che Hirayama è una figura un po’ utopica, ma è per questo che abbiamo usato uno stile documentario nel raccontare le sue giornate».

Come avete lavorato?
«Abbiamo ripreso tutto con la camera a mano. Giravamo 50 inquadrature al giorno, era faticoso e così a un certo punto invece di provare le scene, ho chiesto a Koji se potevo riprendere direttamente le prove e mi ha detto di sì».

La musica gioca un ruolo fondamentale nella vita di Koji e nel film. Come ha scelto le canzoni?
«Hirayama ascolta musica che gli ricorda la giovinezza, quindi quella degli anni 70 e 80. Ho chiesto a Takuma se avremmo potuto usare canzoni occidentali, non volevo essere accusato di appropriazione culturale. Gli ho parlato dei miei gusti, i Velvet Underground, ma anche Lou Reed, Patti Smith, Nina Simone, e lui mi ha detto che coincidevano ai suoi e a quelli di molti giapponesi cresciuti col rock americano e inglese».

Come mai la scelta di far usare a Hirayama le audiocassette?
«Takuma mi ha detto che c’è un grande ritorno a Tokyo per l’analogico, anche tra i giovani, che vanno in giro col Walkman. La cosa più cool è crearsi le compilation, come facevo quarant’anni fa. Era come scrivere una lettera, c’era una canzone che iniziava e una che concludeva il tuo componimento. Adesso che la musica è digitale non ha più un ordine. Per fortuna però i vinili sono tornati di moda».

È nostalgico?
«C’era un tempo in cui compravi un Lp alla settimana e ti bastava. Poi quando finivi di ascoltarlo ne compravi un altro. Mi chiedo a cosa serva oggi avere tutta questa musica, o tutti questi film in streaming, quando non basta una vita intera per ascoltarli o vederli tutti. Io stesso ho una collezione di 20 mila vinili. Ecco forse Hirayama è una risposta al me stesso che ha troppo: a lui per fare le foto basta comprare una pellicola da 12 pose».

L’anno prossimo saranno 40 anni da Paris, Texas e dalla Palma d’oro vinta a Cannes. Che ricordi ha?
«Arrivai sulla Croisette in treno di mattina, da solo, col film su cui avevo appena finito di montare i sottotitoli, e le pizze di pellicola pesanti come macigni. Dopo la proiezione stampa mi dissero che era piaciuto e quella col pubblico fu indimenticabile. Quando mi diede la Palma d’oro, Dirk Bogarde con le lacrime agli occhi mi disse: abbiamo votato all’unanimità. Ero onorato, ma so quanto è difficile scegliere un film rispetto ad altri».

Perché?
«Quando ero presidente di Giuria a Cannes nel 1998 premiammo Sesso, bugie e videotape, ma dopo pensavo che avevamo lasciato a mani vuote tanti ottimi film. Spike Lee che concorreva con Fa’ la cosa giusta era furioso con me e sognavo che mi aspettasse in un vicolo buio con una mazza da baseball in mano. Qualche anno dopo lo incontrai e mi disse che gli era passata».

Vincere a Cannes però poi si è trasformato in un incubo…
«Vero. Volevano tutti che rifacessi lo stesso film. Ci ho messo tre anni a fare Il cielo sopra Berlino. Il successo è una trappola. E anche avere un budget eccessivo. Con pochi soldi si sviluppa la creatività. Paris, Texas è stato fatto con poco, e ha cambiato per sempre il mio modo di lavorare».

In che modo?
«Prima d’allora andavo sul set sapendo esattamente come avrei girato ogni scena. Lavorare così mi dava un senso di sicurezza. Però non avevo nessuna libertà di inventare la scena con gli attori, e così ho cambiato tutto. Arrivavo sul set e inventavo al momento».

Ho letto che Sam Shepard aveva scritto solo metà della sceneggiatura e lei ha deciso di iniziare a girare. Ma poi lui, impegnato in un altro film, non è riuscito a finirla. Come se l’è cavata?
«Abbiamo sospeso le riprese e io e Kit Carson abbiamo scritto il resto, fino alla scena del peep show, che Sam è riuscito a mandarmi via fax. È errato pensare che senza sceneggiatura si provi un’ansia enorme, anzi forse è il contrario. Perché una cosa scritta magari un anno prima può non rivelarsi adatta quando sei con gli attori nel luogo scelto per le riprese. Spesso devi cambiare la storia o i dialoghi. La sceneggiatura può essere una terribile trappola, e girare senza ti dà enorme libertà. Ho girato almeno cinque o sei film senza sceneggiatura: per Nel corso del tempo (1976, ndr) avevo soltanto la scena iniziale e anche per Il cielo sopra Berlino non avevo un copione ma solo idee per alcune scene. Questa sensazione di libertà mi ha spinto a preferire i documentari nell’ultima fase della mia carriera: lì sei libero di esplorare un tema, e i produttori non sono terrorizzati del fatto che stai girando un film che non vedono scritto nero su bianco».

Lei parla di libertà creativa e nel suo ultimo film esalta la routine di gesti ripetuti sempre uguali tutti i giorni. Come stanno insieme queste due idee?
«A me piace la routine. Fare le stesse cose tutti i giorni non vuol dire spegnere il cervello e accendere il pilota automatico, ma trovare ogni volta delle variazioni nella ripetizione. Purtroppo per molte persone il lavoro è un peso, ma se riuscissero a riscoprire il piacere all’interno di esso, vivrebbero con uno spirito differente».

Il suo film si intitola Perfect Days. Com’è per lei un giorno perfetto?
«Che stia girando un film o meno, per me tutti i giorni sono perfetti: ogni giorno è pieno di luce, di incontri, invenzioni. Perché anche se la vita può sembrare sempre uguale, ogni momento è unico e irripetibile».

Sul Venerdì dell’8 dicembre 2023

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