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La Serbia va a votare in mezzo alle armi

Una parte delle centomila armi raccolte dalla polizia dopola campagna di disarmo promossa dal governo. (Getty images)

 
Il 17 dicembre il Paese elegge il Parlamento. E una maxi-coalizione, nata dalle proteste di piazza contro violenza e corruzione, sfida il presidente Vucic: «Europa aiutaci tu». Reportage
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Belgrado. «Sulla sponda a nord del Danubio inizia l’Europa: è lì che vogliamo approdare». Jelena Petrovic, studentessa di 24 anni, sorride mentre uno stormo di cormorani si alza in volo, oscurando la fortezza di Belgrado che si affaccia sul fiume. In questa terra di frontiera, dove gli eserciti si sono fronteggiati nei secoli, una schiera di giovani come lei, pacifici ma non meno agguerriti, preme per entrare nell’Unione. Scandisce parole semplici, come «Giustizia» e «Legalità» e ha un grande rivale politico: il presidente Aleksandar Vucic e il suo partito nazionalista e conservatore, il Partito progressista serbo, da dieci anni al governo.


Il 17 dicembre la Serbia tornerà alle urne per eleggere il parlamento a meno di due anni dall’ultimo voto: «Siamo a un punto di svolta: è ora che i cittadini decidano», ha tuonato Vucic. L’ipotesi di elezioni anticipate si era fatta sempre più concreta da quando, lo scorso maggio, migliaia di persone si erano riversate nelle strade accusando il gov…

Belgrado. «Sulla sponda a nord del Danubio inizia l’Europa: è lì che vogliamo approdare». Jelena Petrovic, studentessa di 24 anni, sorride mentre uno stormo di cormorani si alza in volo, oscurando la fortezza di Belgrado che si affaccia sul fiume. In questa terra di frontiera, dove gli eserciti si sono fronteggiati nei secoli, una schiera di giovani come lei, pacifici ma non meno agguerriti, preme per entrare nell’Unione. Scandisce parole semplici, come «Giustizia» e «Legalità» e ha un grande rivale politico: il presidente Aleksandar Vucic e il suo partito nazionalista e conservatore, il Partito progressista serbo, da dieci anni al governo.


Il 17 dicembre la Serbia tornerà alle urne per eleggere il parlamento a meno di due anni dall’ultimo voto: «Siamo a un punto di svolta: è ora che i cittadini decidano», ha tuonato Vucic. L’ipotesi di elezioni anticipate si era fatta sempre più concreta da quando, lo scorso maggio, migliaia di persone si erano riversate nelle strade accusando il governo di avere alimentato un clima di violenza nel Paese, dove si registra il terzo più alto tasso di armi per cittadino al mondo. La protesta, ribattezzata “Serbia contro la violenza”, era esplosa dopo che due sparatorie, una delle quali in una scuola di Belgrado, avevano provocato diciotto morti. Ma la sollevazione, la più grande degli ultimi vent’anni, aveva assunto un respiro più ampio e i cittadini avevano accusato Vucic di avere eroso la democrazia, controllando media e magistratura.


Per arginare il malcontento, il governo ha lanciato una campagna per convincere i cittadini a restituire le armi detenute illegalmente: ne sono state raccolte più di 100 mila. «Ma si tratta di un’operazione di facciata: non c’è lotta alla violenza senza lotta alla corruzione» sostiene la studentessa Petrovic, mentre sul lungofiume incolla un manifesto per la “Serbia contro la violenza”. L’attivista è il simbolo della generazione più giovane che si è riversata nelle strade chiedendo un punto di svolta. «Ogni anno 50 mila persone lasciano il Paese: ma io non voglio più passare il tempo a chiedermi in quale pezzo di Europa emigrerò». L’ultima manifestazione si è tenuta a novembre, quando il movimento ha dato vita a una maxi lista elettorale filo-europea, formata da nove partiti che avevano sostenuto le proteste. Una corazzata capace di mettere i bastoni tra le ruote al presidente: se infatti, stando ai sondaggi, il partito di Vucic rimane il primo del Paese, “Serbia contro la violenza” potrebbe vincere nel suo feudo più importante, qui a Belgrado, dove si vota anche per le amministrative.
La coalizione raggruppa forze di centro-destra e di sinistra, un calderone che riserva non poche sorprese: dietro ai partiti tradizionali, come quello di Libertà e Giustizia (Ssp), e quello del Movimento popolare serbo (Nps), si sono riunite molte formazioni nate da proteste civiche ed ecologiste, determinate a dare battaglia sui territori.

Una maxi papera

«Combattere Vucic è solo la metà del lavoro: dobbiamo trasformare il modo in cui viene concepita la politica; altrimenti un altro leader autoritario prenderà il suo posto» spiega Radomir Lazovic, primo candidato della maxi-lista. Per lui tutto è iniziato con un’enorme papera di gomma sulle acque del Danubio. Nel 2016 era sceso nelle strade assieme a un gruppo di cittadini contro il Waterfront, progetto da tre miliardi di euro che prevedeva la conversione di un’area sul lungofiume della capitale in una piccola Dubai, con il più grande centro commerciale dei Balcani e grattacieli di lusso. Il progetto violava i piani di sviluppo della città: così in una notte un gruppo di uomini con il passamontagna e un bulldozer aveva raso al suolo gli edifici che ostacolavano il cantiere.

Come forma di protesta il movimento “Non lasciamo che Belgrado affoghi” aveva fatto sfilare una papera gonfiabile sul fiume e l’aveva piazzata di fronte al parlamento, ottenendo il plauso della sindaca di Barcellona, Ada Colau, e dell’ex ministro greco Yanis Varoufakis. La distruzione delle case rimane un caso irrisolto, ma Veljko Belivuk, leader del più temuto clan criminale serbo, ha dichiarato durante un processo di avere guidato lui stesso la demolizione per conto di un alleato di Vucic. Nel frattempo Lazovic, designer di 43 anni, si è tagliato la massa di capelli neri che lo contraddistingueva e oggi è il leader del Fronte verde di sinistra (Zlf), il partito in cui si è evoluto il movimento. «La Serbia è ostaggio della criminalità e di Vucic, che si comporta da padrone, nonostante la Costituzione stabilisca limiti precisi al suo ruolo», ci spiega mentre sposta una enorme pila di volantini sui tavoli del suo ufficio.


Se il presidente serbo ha aperto un account su TikTok per attirare il voto dei giovani, la maxi-lista si è affidata al sistema più vecchio del mondo: il volantinaggio porta a porta. «È l’unica strategia possibile, vista l’egemonia del governo sulle televisioni». Secondo il centro di ricerca serbo Crta, nelle prime due settimane di campagna il governo ha occupato l’81 per cento del tempo dei notiziari televisivi, a fronte del 19 per cento dell’opposizione. Mentre Vucic, nel tentativo di trasformare le elezioni in un plebiscito su se stesso, ha annunciato che qualora l’opposizione dovesse vincere si dimetterà dalla carica di presidente della Repubblica.

Nonostante le difficoltà, la partecipazione popolare ha soffiato il vento nelle vele alla maxi lista: nel giro di due giorni, è riuscita a raccogliere le 10 mila firme per la candidatura, grazie anche ai movimenti ecologisti fioriti negli ultimi anni a Belgrado.

«Qui respiriamo a pieni polmoni il fallimento della politica di Vucic» racconta Dragan Jonic, attivista di “Rivolta ecologica”, uno dei nove partiti della coalizione. Secondo l’Agenzia europea dell’ambiente, più di 15 mila persone sono morte nel 2021 in Serbia a causa dell’inquinamento. L’emergenza è tale che la città di Belgrado ha deciso di installare undicimila depuratori d’aria nelle scuole. «Nessuno controlla che le centrali termoelettriche rispettino i parametri di emissione», spiega l’attivista, mentre controlla su un’app il livello di inquinamento dell’aria. Come molti cittadini, si affida all’app per decidere se uscire di casa. «Per questo vogliamo entrare nell’Ue: il governo sarebbe costretto a rispondere delle proprie azioni».


L’ombra del Kosovo

La Serbia è ufficialmente candidata a entrare nell’Unione, ma il dibattito è circoscritto da tempo alla spinosa questione del Kosovo, Stato del quale Belgrado non riconosce l’indipendenza. «Vucic vuole prendere tempo, ora che Bruxelles preme per normalizzare i rapporti con il Kosovo» spiega Vujo Ilic, analista politico e ricercatore dell’Università di Belgrado. «Dopo il voto in Serbia ci saranno le elezioni europee e negli Stati Uniti. In poche parole, grazie alla mossa del voto anticipato, il dossier sul Kosovo potrebbe rimanere chiuso per tutto il 2024».

Abile giocatore di scacchi, il presidente serbo si è detto sicuro delle sue prossime mosse e ha sfidato pubblicamente Lazovic a una partita. «Ma io gioco a scacchi solo con le persone che rispetto» risponde il primo candidato della maxi lista. «Vucic potrà giocare in cella con i suoi compagni, perché prima o poi dovrà rispondere di ciò che ha fatto al Paese».

Sul Venerdì dell’8 dicembre 2023

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