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Kim Philby, la spia che tradiva (anche le mogli)

Kim Philby (1912-1988) a Londra nel 1955 (Getty images)

 
ORA D’ARIA L’aristocratico comunista che fuggì a Mosca
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Partivano tutti, i colleghi dell’Intelligence britannica incaricati di far ammettere a Kim Philby i rapporti con Mosca. Nicholas Elliott, l’amico di una vita, partì improvvisamente per il Congo (a tre anni dall’indipendenza, una polveriera); Peter Lunn, olimpionico di sci – accento di Eton, bleso: erano tutti compagni di scuola e di università, e Philby non dismise mai la sua sciarpa della Westminster School, il che rendeva più inverosimile il suo tradimento – annunciò a Kim che andava in montagna quattro giorni, così intanto poteva “rinfrescarsi la memoria”. A suo tempo Graham Greene, lo scrittore, dichiarerà che non avrebbe mai attaccato il suo capo al mitico MI6 (vedi Una spia tra noi di Ben MacIntyre, da Neri Pozza).

Era stato Elliott a sbarcare il 10 gennaio 1963 a Beirut, dove Philby era corrispondente per l’Observer, con l’incarico di far parlare “la più grande spia sovietica della storia”; in cambio, gli si offriva l’immunità. In un colloquio a base di tè – registrato ma a vo…

Partivano tutti, i colleghi dell’Intelligence britannica incaricati di far ammettere a Kim Philby i rapporti con Mosca. Nicholas Elliott, l’amico di una vita, partì improvvisamente per il Congo (a tre anni dall’indipendenza, una polveriera); Peter Lunn, olimpionico di sci – accento di Eton, bleso: erano tutti compagni di scuola e di università, e Philby non dismise mai la sua sciarpa della Westminster School, il che rendeva più inverosimile il suo tradimento – annunciò a Kim che andava in montagna quattro giorni, così intanto poteva “rinfrescarsi la memoria”. A suo tempo Graham Greene, lo scrittore, dichiarerà che non avrebbe mai attaccato il suo capo al mitico MI6 (vedi Una spia tra noi di Ben MacIntyre, da Neri Pozza).

Era stato Elliott a sbarcare il 10 gennaio 1963 a Beirut, dove Philby era corrispondente per l’Observer, con l’incarico di far parlare “la più grande spia sovietica della storia”; in cambio, gli si offriva l’immunità. In un colloquio a base di tè – registrato ma a volte coperto da clacson e muezzin, Elliott aprì la finestra – Kim Philby dichiarò che era comunista a causa della prima moglie (prontamente sostituita da un’aristocratica in twin-set, cugina dello stesso Elliott: molto tradita, diede fuoco alla camera di una casa di cura). Kim fornì scarne informazioni, e fu confuso sugli agenti sovietici nel Regno Unito. Fu allora che Elliott gli disse che andava in Congo, e Lunn, il sostituto, a sciare. Philby capì che speravano in una sua fuga a Mosca; la combinò in un ristorante armeno con il supervisore del Kgb, Petukov: l’accordo era che, comparendo sotto casa sua con un libro, Petukov gli avrebbe significato che tutto era pronto. Philby lo vide dal balcone, infilò l’impermeabile e la sua sciarpa del cuore, avvisò che avrebbe fatto tardi e salì nella notte sulla nave da carico russa Dolmatova – che salpò di furia, lasciando metà carico a terra e sbattendo contro la banchina.

Era il 23 gennaio; la moglie di Kim – la terza, Eleanor, una sofisticata americana – lo aspettò, ora dopo ora, a un party, sempre più spaventata, anche dalla calma del padrone di casa, e poi di Elliott e Lunn, ricomparsi per magia. Lei volle raggiungere il marito, accolta da un mazzo di tulipani del Kgb; Mosca era grigia, l’appartamento di lusso solo per criteri sovietici, la posizione di Philby modesta – istruttore per gli agenti russi. Però aveva legato con un’altra spia inglese in fuga, MacLean e sua moglie Melinda: anzi soprattutto con Melinda. Si disse che tradire era per lui una coazione; quando Eleanor allora lo lasciò, Philby le regalò la sua vecchia sciarpa della Westminster.

Sul Venerdì del 15 dicembre 2023

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