Gli uomini hanno stufato
di Natalia AspesiPer scrivere a Natalia Aspesi: n.aspesi@repubblica.it o Il Venerdì, via Ferrante Aporti 8, 20125 Milano.
Grazie per avermi pubblicata (nel numero del 17 novembre con il titolo "Tenere i maschi alla giusta distanza”, ndr), grazie per la sua risposta, nel frattempo il ragazzo di mia figlia l’ha lasciata perché (a sua detta fra le lacrime) lei non si è trasferita in un paesino della Campania a fare la mogliettina. A Roma lei ha buoni ruoli lavorativi e di responsabilità...certo soffre e per ora “tiene duro”, ma dice anche che a 29 anni dove troverà più un compagno dolce ed educato come lui (che è stata la sua prima storia a 27 anni). Cara Natalia io gli uomini non vorrei proprio più vederli neanche con un binocolo. Un saluto affettuoso..
Anna Beltrame
Signora, spero che gli uomini che fanno finta di trovarsi benissimo con me, mentre lo so che per loro è tutto tempo perso, con una vecchia poi, non leggano questa risposta: ebbene sì, anche io mi sto cercando un binocolo per parlare con loro…
Per scrivere a Natalia Aspesi: n.aspesi@repubblica.it o Il Venerdì, via Ferrante Aporti 8, 20125 Milano.
Grazie per avermi pubblicata (nel numero del 17 novembre con il titolo "Tenere i maschi alla giusta distanza”, ndr), grazie per la sua risposta, nel frattempo il ragazzo di mia figlia l’ha lasciata perché (a sua detta fra le lacrime) lei non si è trasferita in un paesino della Campania a fare la mogliettina. A Roma lei ha buoni ruoli lavorativi e di responsabilità...certo soffre e per ora “tiene duro”, ma dice anche che a 29 anni dove troverà più un compagno dolce ed educato come lui (che è stata la sua prima storia a 27 anni). Cara Natalia io gli uomini non vorrei proprio più vederli neanche con un binocolo. Un saluto affettuoso..
Anna Beltrame
Signora, spero che gli uomini che fanno finta di trovarsi benissimo con me, mentre lo so che per loro è tutto tempo perso, con una vecchia poi, non leggano questa risposta: ebbene sì, anche io mi sto cercando un binocolo per parlare con loro a una giusta distanza. Sarà un crudele destino, ma io mi trovo bene a parlare con le signore, basta che non siano ultra femministe, cioè che, col quasi fascismo alle porte, ancora sognano la schwa. Dica a sua figlia di sentirsi fortunata: per andare a vivere in un paesino della Campania bisogna desiderare di viverci, e fare ciò che rende bello il viverci. Lei invece si è lasciata conquistare dalla città, non credo avrebbe potuto vivere in un paesino dove poteva fare la signora magari annoiandosi o magari, forse con fatica, costruirsi un nuovo lavoro con internet. Poi non dica più che a 29 anni un compagno “dolce ed educato” non lo troverà più. Se è stata capace di decidere, vuol dire che sa quello che vuole, e oggi poi,
a 29 anni, la sua ragazza sembrerà una giovinetta. Oggi le donne restano giovani, agli uomini puoi dire quello che vuoi e loro sempre ci credono: dice che ne ha 30 e invece sfiora i 50? I suoi finti 30 sembreranno perfetti, oggi, per sembrare ben lontani dai 50.
Giulia uccisa dalla gelosia di chi la vedeva felice
Lei ha evidenziato che, con tutto il rispetto per la povera Giulia Cecchettin, non c’è differenza tra chi uccide una donna o migliaia di persone. Se non si considerano i casi in cui si uccide per legittima difesa oppure perché non si è in grado d’intendere o di volere, chi uccide lo fa principalmente perché ritiene di avere dominio sugli altri. C’è una differenza: chi uccide la propria compagna sa bene chi è, e nella maggior parte dei casi la vede mentre la uccide, anzi direi che è proprio questo l’aspetto che caratterizza questo genere di omicidi: infliggere più violenza possibile per mano propria; quelli che scatenano le guerre non conoscono fisicamente
le loro vittime, non le vedono mentre vengono uccise e neppure chi lo esegue materialmente a distanza su loro incarico, ma tutti sono accomunati dalla consapevolezza di essere gli autori di quell’orrore. Per quanto riguarda l’assassino di Giulia non mi convince il movente della sua imminente laurea o la colpa del patriarcato, penso più a quel rifiuto, a quella storia finita per volontà di Giulia, impossibile per lui da accettare. Nei maschi (ma credo anche le donne) si insinua una sottile gelosia che cresce nel vedere la donna che rifiuta o pone fine ad un rapporto, che è felice e può fare a meno di loro. Maschi che prima o poi superano questa fase, altri, purtroppo, progettano e attuano l’eliminazione di quello che ritengono la causa della loro sofferenza: l’esistenza felice dell’altra persona che, badi bene, non definisco “amata”.
Antonello Sanna
A Padova c’è stato l’altra sera, la bara bianca coperta di fiori bianchi, l’addio di Giulia, il “momento di lasciarla andare”, come ha detto il suo magnifico padre. Parole belle, di un uomo forte, tra una folla di persone davvero angosciate per l’ultima, questa volta inaccettabile fine. Lei signor Sanna, dice giustamente che straziandola, il suo assassino, con quella bella faccia ingenua e felice, l’ha vista mentre, sanguinante, la uccideva, ha sentito la sua voce gridare terrorizzata «Mi fai male!», l’ha sentita morire. Una morte data da lui, dalle sue mani, dal suo coltello. Povera bambina coperta di sangue, morta, inutile, non più amabile, non più amata, da buttar giù in un fosso perché fosse ritrovata tempo dopo. Quella fanciulla che pareva bambina e si laureava, che temeva che lui sentendosi depresso, potesse farsi male, distruggersi. Lui non ci pensava per niente, era la sua fine che voleva, con quel grido blasfemo «devi essere solo mia!». Mia! Ma perché mia, dice uno sciocco ragazzino già incapace di accettare una piccola, minuscola sconfitta del crescere, già pronto a uccidere per liberarsi da un fastidio, tanto poi, come nei videogiochi, tutto torna come prima e quello ucciso torna a vivere come se fosse vero. Mi scusi, tornando alla sua lettera, lei dice che anche le donne possono provare quell’impeto di gelosia: ma, almeno per ora, non uccidono.
Mia figlia, mio figlio e la nostra libertà
Quando mi sposai l’idea di diventare mamma era tutt’uno con me, cresciuta negli anni in cui era normale desiderarlo. Ebbi mia figlia subito ma il parto fu difficile e restai scioccata. Poi la malattia si insinuò terribilmente, nel senso che il dolore fu feroce e costante, senza tregua. Non volevo più figli. Amavo Francesca e mi bastava. Ma mio marito voleva ridiventare padre. Litigavamo, lui
a modo suo infelice. Ebbi un aborto spontaneo e quindi ricaddi nel pensiero che una gravidanza era da escludere, avallato, in seguito, da medici che la escludevano perché certi di altri possibili aborti spontanei, visto che nuovi e seri malanni mi avevano colpito. Furono anni difficili da questo punto di vista. Volevo vivere leggera ma mi era negato: il marito, la famiglia intorno, le colleghe, le amiche e la mentalità tutta. Ma un fatto improvviso e dispiacente assai mi indusse a decidere di riprovare, stavolta con coraggio. Mio marito mi disse: questo figlio te lo ritroverai. Lo ho già scritto altre volte. Mi coricai per nove mesi, erano due gemelli, la minaccia di interruzione evidente. Lottai, Dio quanto lottai… non avevo più paura. Uno non nacque, Silvio sì. Fui aiutata da una baby sitter per tutti i giorni e per tre anni interi. Mia madre si aggiungeva. Io non potevo prenderlo in braccio, mi si doveva porgere. Mia figlia presente in tutti i momenti in cui io sarei potuta restare da sola e ciò non poteva avvenire. Me lo ritrovai davvero, fu la mia salvezza questo bambino e poi questo ragazzo, fino ad adesso. Mia figlia non ha voluto figli, io non le ho mai detto nulla, mai nessun commento, nessuno sgomento. La libertà di una donna è fatto principale, poi i fatti della vita si innescano. Noi due avevamo cresciuto questo bambino, io quarantunenne, lei dodicenne. Io non ho desiderio di diventare nonna. Ogni cosa è per come vogliamo e anche per come non vogliamo. Il giusto e il non giusto, ciò che deve accadere e no. Io ho sofferto sempre per tanto e per tutto. Ora che sono anziana so che sarei stata una nonna inesistente. Ma sono stata mamma nelle difficoltà, nei dinieghi, nelle perplessità e nella paura. Mio figlio resta il punto finale e splendido di tutte le controversie. Non esistono ricette o modernità o attualità. La libertà è di noi donne.
Letizia Dimartino
La signora Dimartino è una nota poetessa e ogni tanto mi arrivano sue belle lettere, poesie in forma di lettere. Sono vere? Sono poesie? Sono allucinazioni? La storia è molto bella, quella bambina dodicenne che aiuta la madre ad allevare il piccolo nuovo re, un maschio che diventa la di lei salvezza, «il punto finale e splendido di tutte le controversie». Perché il ragazzo resta il “punto finale” della sua vita? Perché la ex bambina che l’ha aiutata a tenere e cullare il maschio, e non ha voluto figli, è seconda nell’amore, perché lui è maschio, perché è diventato un uomo? Lei prosegue, «la libertà è di noi donne». Quale libertà, se poi devono aver paura degli uomini che anche lei, signora, nella sua scelta d’amore, ama e forse vizia più di una figlia?
Sul Venerdì del 15 dicembre 2023
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