Gerusalemme liberata
di Michele SerraCaro Serra,
più ci penso, più mi pare evidente come la situazione in Medio Oriente abbia come genesi storica e culturale una singola causa che, a cascata, ha provocato solo effetti mortiferi. Là le due parti/culture (Occidente e Islam) si combattono da secoli a causa dello stesso Dio monoteista. I due popoli in guerra credono nello stesso Dio, ma entrambi ritengono migliore il proprio.
Un paradosso di Homo sapiens è credere fermamente che la tecnologia e la scienza siano il vero progresso. In realtà la specie è ferma a un bassissimo stadio culturale, se è vero che distrugge il pianeta su cui vive e si fa guerra a causa dello stesso Dio. È per questo che gli alieni non ci contattano: ci considerano dei poveri imbecilli.
Andrea Fiorini
Caro Serra,
più ci penso, più mi pare evidente come la situazione in Medio Oriente abbia come genesi storica e culturale una singola causa che, a cascata, ha provocato solo effetti mortiferi. Là le due parti/culture (Occidente e Islam) si combattono da secoli a causa dello stesso Dio monoteista. I due popoli in guerra credono nello stesso Dio, ma entrambi ritengono migliore il proprio.
Un paradosso di Homo sapiens è credere fermamente che la tecnologia e la scienza siano il vero progresso. In realtà la specie è ferma a un bassissimo stadio culturale, se è vero che distrugge il pianeta su cui vive e si fa guerra a causa dello stesso Dio. È per questo che gli alieni non ci contattano: ci considerano dei poveri imbecilli.
Andrea Fiorini
Caro Fiorini, non ricordo chi abbia detto: «A Gerusalemme c’è troppo Dio, questo è il problema», ma sottoscrivo il concetto. La più evidente sconfitta della risoluzione dell’Onu del 1948 è stata la non applicazione del suo dettato meno conosciuto e però più innovativo: “neutralizzare” Gerusalemme, città santa delle tre religioni/fazioni, affidandone il governo all’Onu e dunque sottraendo ogni pietra di quel luogo alla contesa nazional-confessionale. Figuriamoci. Preti, rabbini e imam non potevano certo permettere che quelle pietre fossero dichiarate “di tutti”. Ognuno rivendicò il “suo” tempio. Ho sempre pensato che Gerusalemme assomigli a Babele, che è per eccellenza il tempio dell’incomprensione e della divisione. Credo che solo il progressivo affievolirsi dell’idea proterva che esista una “verità rivelata”, e un Dio del Libro, e popoli eletti, religioni vere e religioni false, possa concederci un passo più in là nel cammino, faticosissimo, verso la saggezza, il rispetto, l’accettazione della morte. Ma ne siamo lontanissimi, amico mio. Noi non vedremo mai niente di simile. Siamo ancora qui a patire il mostruoso fascino che la presunzione religiosa (io conosco Dio, tu no) esercita sui popoli. Li arma e li rassicura, poi li manda al massacro.
Se critico Israele
non sono antisemita
Caro Serra, sono un vecchio comunista che ha raggiunto i 90 anni. Mi rivedo giovane della Fgci che affiggeva di notte, clandestinamente perché la Dc li aveva proibiti in quanto offensivi per la morale pubblica, i manifesti con le prime orrende fotografie di ebrei, nudi, avviati verso le camere a gas. Negli anni Cinquanta ero entusiasta della nascita di Israele, con i suoi kibbutz, che ha accolto ebrei da tutti i Paesi del mondo ma in cui purtroppo il marasma demografico e sociale ha prodotto, invece, la nascita di una maggioranza fascista e colonialista che sta governando quel Paese in modo poco dignitoso per uno stato cosiddetto “occidentale”. Alla luce di questi fatti, mi sembra quanto meno ridicolo, esempio della distorsione della storia, vedere la nostra Primo Ministro, figlia adottiva di quell’Almirante direttore della Difesa della Razza (circa 9.000 ebrei italiani nelle camere a gas) sbraitare sulla difesa dei valori occidentali; oppure quel signore Presidente del Senato, collezionista dei busti del capobanda (cfr. Cazzullo) Mussolini, andare a pregare con la kippah in testa nella sinagoga di Roma. Negli anni, per cercare di capire l’annoso problema dell’ebraismo, dell’antisemitismo, del sionismo, ho letto diversi libri e mi chiedo: l’ebraismo è una religione o parliamo di una nazione? E quindi, perché si dice “sono un ebreo italiano“ anziché “sono un italiano di religione ebraica“? Perché se oggi critico il governo di Israele vengo considerato antisemita?
Tonino Nicoletta – Crotone
Caro Nicoletta, la parabola del sionismo (da utopia socialista a realtà nazionalista) fa pensare a quanta fatica e quante speranze sono state sprecate nell’ultimo secolo. Questo autorizza, secondo me, a criticare il governo di Israele senza sentirsi, nemmeno per un istante, antisemiti. Dedico al governo di Netanyahu la stessa precisa ostilità che riservo ai governi di destra, nazional-populisti, di tutto il mondo. Bisogna battersi perché due concetti enormemente diversi, l’antisemitismo e l’ostilità al governo di Israele, siano ben distinti, e controbattere a chi cerca di confonderli. L’antisemitismo è razzismo in purezza. È, in Occidente, una specie di “padre di tutti i razzismi”, a partire dall’idea vetero-cristiana che il popolo ebreo fosse “deicida” (ma Gesù era ebreo: come la mettiamo?). Dire che Israele ha tradito se stesso, i propri presupposti e i propri ideali, è tutt’altro: lo dicono ebrei, anche ebrei israeliani come David Grossman, e non credo nessuno possa accusarli di antisemitismo. Quanto a quelli che ci governano, anche a me fa impressione scoprirli “amici di Israele” senza un esercizio, anche minimo, di riflessione sull’antisemitismo dei loro padri politici, come quel Giorgio Almirante al quale oggi vengono intitolate vie e piazze. In fondo, è la prova del fatto che l’antisemitismo non c’entra un bel niente con il giudizio su Bibi Netanyahu. Evidentemente si può essere antisemiti e fare il tifo per il bombardamento di Gaza.
Anche questa rubrica
è molto social
Caro Serra, faccio fatica a capire il suo rifiuto a «mettere piede nei social». Mi sembra una posizione illusoria, in contraddizione col suo continuo tentativo di interpretazione non banale del mondo in cui viviamo. Che differenza c’è fra la sua rubrica di lettere sul Venerdì, cui tutti possono scrivere, e il dibattito su una ipotetica sua pagina Facebook? Ovvero: quante volte le capita di ricevere lettere di insulti gratuiti che sono solo da cestinare? Certamente lei ha uno smartphone, che sicuramente non legge mentre attraversa la strada, ma come si fa a escludere un suo uso non certo smodato ma ragionevole e in qualche modo vantaggioso (che forse facilita il vivere in campagna), e preferire la rinuncia totale? Insomma, l’uso dello smartphone, la presenza su X, lo scrivere su un giornale, tenere un blog personale, sono attività più o meno tutte social.
Paolo Brunelli
Caro Brunelli, mi scusi se ho dovuto tagliare parecchio la sua lunga lettera. Mi domando spesso se la mia assenza dai social non sia una specie di diserzione. L’abbandono di una trincea che sarebbe importante presidiare. Ma sono già impegnato su troppi fronti di scrittura e di lettura, con una forte interazione con i lettori del Venerdì e della newsletter che scrivo per il Post (i due pubblici sono in parte sovrapponibili). Non avrei il tempo materiale di aprire ulteriori “sportelli per il pubblico”, anche perché mi conosco, mi sentirei in dovere di rispondere non a una folla indistinta, ma alle persone una per una. Diciamo che mi sento “over-comunicante” già così, e dunque è prima di tutto per ragioni materiali (non ce la potrei fare…) che non entro in quel mondo. Poi c’è una ragione specifica. Scrivere è un’attività individuale, è indispensabile proteggere le proprie parole da eccessive interferenze. Bisogna leggere, documentarsi, riflettere: ma poi, quando si parla in pubblico, la voce deve essere la tua. Molti giornalisti, anche bravi, ormai tengono conto, mentre scrivono, degli applausi e dei fischi non “del giorno dopo”, ma del minuto in corso. Questo rimbalzo degli umori collettivi non mi piace. È esiziale, ovviamente, per la scrittura letteraria, ma è troppo condizionante anche per la scrittura giornalistica. Bisogna prendersi tutti i rischi e le responsabilità della firma, ovvero dell’io. La scrittura al tempo dei social rischia di essere troppo assembleare. Per questo, scusandomi dell’assenza, preferisco rimanere nella mia bottega, ricevendo volentieri il pubblico, ma uno per uno.
Sul Venerdì del 15 dicembre 2023