Giù le mani da Babbo Natale
di Massimo GianniniChe Natale è, senza la solita polemica natalizia? E allora, polemica sia. In passato, quando spirava più forte il vento islamofobo, un grande classico era lo scontro sul presepe a scuola. La Vigilia si avvicinava, e puntuale come il treno di Lollobrigida qualche preside folgorato sul viottolo del “religiosamente corretto” lanciava la sua brava campagna laica e ugualitaria: quest’anno niente presepe, per rispetto degli alunni e delle famiglie musulmane. Seguivano, inevitabili come le strenne di Bruno Vespa, le giaculatorie degli “atei devoti” alla Giuliano Ferrara o dei “cristiani mai nati” alla Matteo Salvini, tutti ugualmente indignati per l’oltraggio arrecato alle tradizioni cattoliche-apostoliche-romane della Nazione.
Che Natale è, senza la solita polemica natalizia? E allora, polemica sia. In passato, quando spirava più forte il vento islamofobo, un grande classico era lo scontro sul presepe a scuola. La Vigilia si avvicinava, e puntuale come il treno di Lollobrigida qualche preside folgorato sul viottolo del “religiosamente corretto” lanciava la sua brava campagna laica e ugualitaria: quest’anno niente presepe, per rispetto degli alunni e delle famiglie musulmane. Seguivano, inevitabili come le strenne di Bruno Vespa, le giaculatorie degli “atei devoti” alla Giuliano Ferrara o dei “cristiani mai nati” alla Matteo Salvini, tutti ugualmente indignati per l’oltraggio arrecato alle tradizioni cattoliche-apostoliche-romane della Nazione.
Oggi – con la vena islamofoba momentaneamente scavalcata dall’onda antisemita cresciuta dopo il pogrom perpetrato dai terroristi di Hamas il 7 ottobre e la successiva mattanza di civili palestinesi consumata da Israele – la contesa perde i rituali connotati mistici, e precipita nella dimensione psico-pedagogica. In una scuola di Coverciano – in altre epoche famosa per il centro in cui si allenavano gli azzurri del calcio – una maestra di religione ha spiattellato ai bambini di una quinta elementare la tragica verità: «Babbo Natale non esiste». E per infierire ancora di più sul loro immaginario confuso, gli ha rivelato che è tutta leggenda, nata da San Nicola vescovo di Myra. Anche in questo caso, l’inevitabile putiferio: bambini traumatizzati e genitori infuriati, preside allarmata e insegnante censurata.
Ora, io non sono un conservatore né un cultore della sacra triade Dio-Patria-Famiglia. E non so nemmeno se sia già intervenuta l’Inquisizione Digitale, a coprire d’insulti e di veleni social la maestra che ha ucciso Babbo Natale. Ma concordo con l’antropologo Marino Niola: giù le mani dal dolce vecchietto con la barba bianca, il vestito e il cappello rosso, la slitta e le renne volanti. L’infanzia non ha senso senza fiaba e fantasia. Credere nell’impossibile, prima di sapere che faticheremo persino a raggiungere il possibile, è ciò che rende unico l’umano, lo abitua a crescere, lo addestra ad inseguire i sogni. È esattamente quello che manca a tanti adolescenti, ripiegati su un presente senza mistero e senza gioco, dove l’unico “incantesimo” che punisce o premia è al massimo il Fantacalcio.
E invece le nostre “notti magiche” non sono solo quelle che abbiamo passato “aspettando un gol”, ma soprattutto quelle in cui siamo rimasti svegli aspettando un regalo sotto l’albero. Per i piccoli, Santa Klaus è un rito d’iniziazione, fatto di letterine, travestimenti paterni, viaggi a Rovaniemi. Per i grandi, è il “segreto” da custodire, perché suggella il patto tra le generazioni. E poi, barba per barba, se i meloniani ci hanno costretto a rivalutare il mago Gandalf, perché mai noi italiani dovremmo rottamare Babbo Natale?
Sul Venerdì del 15 dicembre 2023