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Tutta colpa del cinema se lo squalo fa così paura

 Roy Scheider in una scena del film Lo squalo di Steven Spielberg (1975) (Alamy/Ipa)

 
Il ruolo da protagonisti cattivi nei film costa caro a pescecani, ragni e serpenti in termini di protezione e ricerca. Lo sostengono due studi sul genere “horror con animali”: tutto iniziò 100 anni fa. Coi dinosauri
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Gli squali alla prima occasione potrebbero mangiarsi Steven Spielberg. Viene da pensarlo dopo aver letto le ricerche prodotte nel 2023 dalla zoologa dell’Università del Sud Australia, Brianna Le Busque, e l’anno prima da Michele Chiacchio, biologo dell’Helmholtz Centre for Enviromental Research (Leipzich, Germania): in entrambe si analizza l’uso nel cinema degli animali come antagonisti degli umani.


«Analizzando 680 pellicole del genere creature feature, cioè film horror con gli animali come “cattivi”, prodotti negli ultimi cento anni, abbiamo scoperto che gli squali appaiono il 20 per cento delle volte (una su cinque), seguiti dal 19 per cento di ragni e insetti, il 12 dei dinosauri, l’8 dei serpenti e il 6 dei coccodrilli. Lupi, orsi, primati e piranha sono intorno al 3 per cento, mentre piovre, ratti, grandi felini, orche, iene, lucertole, pipistrelli, uccelli e amebe si dividono le briciole, fra l’1e il 3 per cento» elenca Le Busque. «Da notare, però, che prima di Lo squalo di Spi…

Gli squali alla prima occasione potrebbero mangiarsi Steven Spielberg. Viene da pensarlo dopo aver letto le ricerche prodotte nel 2023 dalla zoologa dell’Università del Sud Australia, Brianna Le Busque, e l’anno prima da Michele Chiacchio, biologo dell’Helmholtz Centre for Enviromental Research (Leipzich, Germania): in entrambe si analizza l’uso nel cinema degli animali come antagonisti degli umani.


«Analizzando 680 pellicole del genere creature feature, cioè film horror con gli animali come “cattivi”, prodotti negli ultimi cento anni, abbiamo scoperto che gli squali appaiono il 20 per cento delle volte (una su cinque), seguiti dal 19 per cento di ragni e insetti, il 12 dei dinosauri, l’8 dei serpenti e il 6 dei coccodrilli. Lupi, orsi, primati e piranha sono intorno al 3 per cento, mentre piovre, ratti, grandi felini, orche, iene, lucertole, pipistrelli, uccelli e amebe si dividono le briciole, fra l’1e il 3 per cento» elenca Le Busque. «Da notare, però, che prima di Lo squalo di Spielberg, del 1975, quei predatori erano praticamente assenti nel cinema horror: è stato l’enorme successo di quella pellicola ad averli fatti diventare i re del genere».


E questo non gli ha giovato molto: presentati come una sorta di psicopatici dei mari, che invece di nutrirsi più che altro di pesci o mammiferi marini, come nella realtà, non aspettano altro che fare banchetti di carne umana. «È dopo Lo squalo, per esempio, che in Australia iniziò un loro insensato sterminio intorno alle spiagge, nonostante qui questi predatori uccidano circa tre persone l’anno» ricorda Le Busque.

Fuga dal pianeta delle scimmie (1971) (Agf)

 

Cani, gatti e cavalli umanizzati

A molti questo aspetto dell’abuso dell’immagine degli animali nel cinema sarà sfuggito, avendo notato magari di più l’aspetto opposto, quello di antropomorfizzare al massimo cani e delfini, maiali e topi, gatti e cavalli, per farne personaggi positivi. «Difficile dire quale dei due eccessi sia peggiore» commenta Le Busque: «antropomorfizzarli ci porta non solo ad avere aspettative esagerate sulle loro capacità cognitive, ma insinua anche il concetto che un animale è “buono” e interessante solo se ci somiglia. “Mostrificarli” cancella invece decenni di ricerche scientifiche sui loro reali comportamenti, e ostacola le politiche di protezione, perché molti di questi animali “spaventosi”, più che una minaccia per noi, rischiano di estinguersi per colpa nostra».


E pensare che il creature feature è cominciato con animali estinti: The Lost World, del 1925 vedeva i dinosauri nel ruolo di “cattivi”, animali che poi torneranno in auge nel 1997 con Jurassic Park, confermando Spielberg come grande talent scout. «In quell’occasione, si nota una caratteristica nell’uso degli animali nei film che tornerà spesso: vengono ingigantiti per aumentarne l’effetto» spiega Chiacchio. In effetti, i velociraptor di Jurassic Park sono più alti di un uomo, mentre nella realtà erano grandi come tacchini.

Gli uccelli di Alfred Hitchcock (1963) (Getty images)

 

Molte altre le scoperte interessanti nella ricerca italiana, che ha preso in considerazione 263 titoli usciti in un arco di 70 anni. «I “primati brutali” andavano di moda fino agli anni 70, basti pensare ai King Kong del 1933 e 1976, ma poi la ricerca, come quelle condotte da Jane Goodall o Diane Fossey, ne ha svelato la loro natura ben poco feroce. E allora nei film successivi, come Link, 1986, o Monkey Shine, 1988, i primati non spaventano più per i muscoli, ma per il cervello, perché scienziati pazzi li fanno diventare intelligenti quanto o più di noi» racconta Chiacchio. «Nella serie Il pianeta delle scimmie diventano persino metafora della ribellione degli oppressi».


Un uso “politico” degli animali che era iniziato ben prima: «Negli anni 50 andavano di moda horror con api, formiche, scarafaggi, cioè animali tutti uguali, che si nascondono fra noi e che attaccano in massa, insomma, una metafora della minaccia comunista».
L’uso di insetti, ragni, lucertole o altri animali piccoli, ha però anche una ragione tecnica. «Prima della computer graphic, usare grandi animali, a parte quelli addomesticabili come leoni o orsi, era complicato, per cui si impiegavano i piccoli “ingigantendoli” con riprese in set miniaturizzati: le lucertole diventavano coccodrilli e le iguane dinosauri». «Negli anni 60-70 sono esplose le tematiche ambientaliste, e allora vai con animali “mostrificati” da radiazioni o inquinamento, come i conigli giganti di Night of the Lepus, 1972, o che si ribellano contro le nostre azioni nocive, come in Frogs, 1972, dove sono le rane a guidare la rivolta. E ad aprire questo filone è stato Gli uccelli di Hitchcock, 1963».
Ragni e serpenti invece appaiono spesso in film che sfruttano la paura della “scienza fuori controllo”. «Ovviamente sono specie che già stimolano le nostre paure più ancestrali, ma spesso appaiono in storie dove scienziati in laboratorio li moltiplicano o li ingigantiscono, oppure li vanno a cercare in luoghi remoti, al servizio di avidi riccastri senza scrupoli, come in Anaconda 3, del 2004».

La ribellione del grizzly

Più rari i film con animali pericolosi più comuni, forse proprio perché è più difficile farne dei mostri. «Gli orsi, come in Grizzly, 1976, vengono rappresentati come spiriti protettivi delle foreste, contro le intrusioni dell’uomo. Leoni e tigri, invece, appaiono in trame dove fanno stragi in ambiente urbano, dopo essere fuggiti da zoo o circhi, come in Roar, 1981, in una sorta di vendetta contro l’umanità che li abusa e li umilia».


Quindi la varietà dei “cattivi” è vasta: ma allora perché il predominio degli squali? «Penso sia perché agiscono in un elemento, il mare, che già ci fa paura perché ci è estraneo, ostile e in cui dobbiamo entrare nudi, senza la tecnologia che ci protegge: insomma il confronto con lo squalo ci riporta a quando eravamo primati indifesi nella savana infestata da grandi predatori. Spielberg, poi, ha avuto l’intuizione di fargli attaccare persone comuni nel momento del maggiore relax, trasformandolo in una versione animale del serial killer».
Ma, alla fine, questo trasformare gli animali in “supercattivi” nei film, nuoce alla loro immagine e protezione? «Non credo abbia poi molta influenza: il cinema usa per l’horror quasi sempre animali che già ci spaventano o che comunque non ci stanno molto simpatici. Ci mobilitiamo volentieri per la salvezza di specie fotogeniche, come panda o delfini, ma per squali, serpenti e ragni difficilmente muoveremmo un dito, film o non film».

Sul Venerdì del 15 dicembre 2023

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