Sun Tzu, manuale di guerra per tutti gli usi
di Massimiliano PanarariUna delle illustrazioni di Elisa Menini
Sun Tzu, mon amour. L’autore di un classico a tutti gli effetti, L’arte della guerra, che ritorna in libreria in una nuova edizione Feltrinelli con la traduzione di Mauro Conti, le illustrazioni di Elisa Menini e il testo cinese a fronte. È difficile trovare un libro non occidentale tanto conteso e rivendicato – e oggetto di “appropriazioni”, come si dice di questi tempi – ogni volta che si deve riflettere sulle strategie e la teoria militare. L’opera per antonomasia sulla «filosofia del conflitto», citata tanto quanto l’ottocentesca Della guerra di Carl von Clausewitz, che le è almeno in parte debitore. Mentre questa fulminante e geniale raccolta di aforismi risale al periodo compreso tra il sesto e il quinto secolo a.C., quello in cui viene collocata l’esistenza di Sun Tzu. Ossia il «Maestro Sun», del quale si hanno pochissime notizie, tanto che alcuni studiosi ritengono che si tratti di un nome collettivo oppure che a scrivere il celeberrimo trattato di tecniche belliche sia stato …
Sun Tzu, mon amour. L’autore di un classico a tutti gli effetti, L’arte della guerra, che ritorna in libreria in una nuova edizione Feltrinelli con la traduzione di Mauro Conti, le illustrazioni di Elisa Menini e il testo cinese a fronte. È difficile trovare un libro non occidentale tanto conteso e rivendicato – e oggetto di “appropriazioni”, come si dice di questi tempi – ogni volta che si deve riflettere sulle strategie e la teoria militare. L’opera per antonomasia sulla «filosofia del conflitto», citata tanto quanto l’ottocentesca Della guerra di Carl von Clausewitz, che le è almeno in parte debitore. Mentre questa fulminante e geniale raccolta di aforismi risale al periodo compreso tra il sesto e il quinto secolo a.C., quello in cui viene collocata l’esistenza di Sun Tzu. Ossia il «Maestro Sun», del quale si hanno pochissime notizie, tanto che alcuni studiosi ritengono che si tratti di un nome collettivo oppure che a scrivere il celeberrimo trattato di tecniche belliche sia stato qualcun altro; e, dunque, che si tratti di un personaggio leggendario più che reale.
Ciò che si sa di lui è che fu un generale (e un filosofo-saggio), nato nello Stato di Qi, vissuto (si ritiene) fra il 544 e il 496 a.C. e attivo nello Stato di Wu, durante la fase dei Regni combattenti: un periodo storico in cui la Cina era divisa tra Stati in conflitto permanente, e un contesto che portò all’introduzione di svariate innovazioni in campo bellico, dalla coscrizione obbligatoria all’utilizzo della cavalleria. La dinastia al comando del Regno di Wu riuscì a espandere i territori dominati e il suo potere proprio affidandosi di più a specialisti e professionisti della guerra come il Maestro Sun.
Da sinistra a destra
L’arte della guerra è dunque, in tutto e per tutto, un manuale militare operativo, con la finalità di dispensare suggerimenti molto concreti – in linea con la dimensione eminentemente pragmatica del pensiero cinese antico e del taoismo – per far vincere le proprie armate; ma il suo impatto nel corso del tempo è stato anche di tipo “spirituale” e teorico, e la sua influenza culturale è diventata impressionante dal XIX secolo in avanti. Ne è derivata tutta un’esegesi à la carte del trattato, che ha esteso i suoi precetti e le sue ricette a molti settori: dai testi di management e business alle tecniche di seduzione amorosa, fino – va da sé – a ogni ambito della politica. Al punto da poter essere impiegato alla stregua di una “cartina di tornasole”, con le sue varie ricezioni, di tendenze intellettuali e posizionamenti di vario genere, da sinistra a destra e ai quattro angoli del Villaggio globale. Tanto per fare un esempio, il discusso uomo del momento (e fresco vincitore di Expo 2030), il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman ne è un lettore, e lo ha ripetutamente citato in occasione di alcune interviste con media internazionali come The Economist e Bloomberg a proposito della capacità di convertire le avversità in pluralità. Per non parlare del nuovo imperatore “rosso-mandarino”, il presidente cinese Xi Jinping che, secondo le leggende metropolitane (ma, in ogni caso, non viene difficile credere che sia vero...) ne terrebbe una copia sul comodino. E di certo lo conosce a menadito, complice anche il fatto che siamo nel “cortile di casa” e, da quelle parti, infatti, le regole del gioco bellico di Sun Tzu vengono spesso accostate alle nozioni strategico-militari elaborate da Mao Zedong.
Made in Usa
A decretare la formidabile fortuna occidentale del libro sono stati i vertici dell’esercito statunitense, che lo hanno “adottato” già durante la Guerra fredda e reso un testo obbligatorio per i loro reparti. A tradurlo fu il generale dei Marines in pensione (con un dottorato preso a Oxford) Samuel B. Griffith, che era stato di stanza in Cina e aveva combattuto contro i giapponesi durante la Seconda guerra mondiale. Il libro con la sua traduzione venne pubblicato nel 1963, intercettando così il cambio di linee strategiche della presidenza Kennedy, dove si era deciso di virare le priorità dalla guerra convenzionale e dagli armamenti nucleari alle small wars e al paradigma delle insorgenze. Dagli anni Sessanta inizia, appunto, il filone ermeneutico che porta a leggere un idealtipico prodotto della civiltà cinese antica come uno “zibaldone”, un repertorio dal quale trarre alla bisogna insegnamenti di ogni genere e per qualsivoglia campo dello scibile, secondo una logica di suo assorbimento all’interno di quella cultura pop e di massa che costituisce una delle specificità più importanti dell’Occidente contemporaneo. Così il generale-pensatore è diventato uno dei padri dell’intelligence sulla scorta di affermazioni come quella per cui «le spie sono l’elemento più importante in guerra e da loro dipende la capacità di movimento dell’armata». Nonché uno dei capostipiti della teoria dei giochi, come quando indica delle soluzioni finalizzate a minimizzare le perdite prendendo in considerazione il caso della risposta più efficace (e peggiore) da parte del nemico; oppure quando teorizza che non si devono mai ripetere le stesse mosse e, così facendo, forniva quello che viene considerato un modello di «randomizzazione», rendendo la strategia casuale.
Vincere senza combattere?
Un fascino indiscreto a cui nessuno ha resistito. L’edizione dell’Arte della guerra pubblicata da Newton Compton nel 2008 era corredata da una presentazione dei Wu Ming. E le massime di Sun Tzu ritornano con frequenza nei loro scritti, come – per fare un esempio – quella secondo cui «l’arte della guerra non consiste nel confidare che il nemico non verrà, ma nella sicurezza di accoglierlo adeguatamente» a proposito della necessità di contrastare il dilagare dei “contributi” di estrema destra (e ispirati alle posizioni dell’alt-right) nelle voci di Wikipedia. Un’interpretazione antagonistica e di sinistra radicale nella quale la dottrina del pensatore appare assai poco militarista, e fondata sull’idea di vincere senza dover combattere. Fondamentalmente antitetica – così veniva sottolineato sulla rivista online Nazione Indiana – rispetto a quell’altro filone fondamentale, e abbondantissimo, di ricezione di Sun Tzu, insieme alla politica, che è la letteratura manageriale e di marketing (inteso come arma per antonomasia delle battaglie economiche).
L’originalità di questo testo antichissimo deriva dal fatto che il pensiero strategico cinese non contempla l’esistenza di una pianificazione suprema – a lungo assai cara agli stati maggiori della storia europea (e pure statunitense) – e risulta invece immerso nell’idea di un incessante divenire. In quel lontano passato asiatico di guerre intestine fra signori feudali scaturiva così la nozione del combattimento come intelligenza anziché pura forza bruta e del fatto che il ricorso alle armi dovesse rappresentare esclusivamente l’ultima spiaggia. Il vincitore autentico era chi prevaleva in via preventiva senza dover muovere il proprio esercito. Tutte idee che, declinate secondo le formule della saggezza orientale, sprigionavano una fascinazione irresistibile. Troppo spesso fraintesa: perché Sun Tzu non ha affatto sfornato un pamphlet pacifista, ma voleva dare al suo sovrano delle risorse innovative per vincere contro i rivali durante una sanguinaria e oscura età di ferro e di fuoco.
Sul Venerdì del 15 dicembre 2023