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Sumaya Abdel Qader: “Musulmana e femminista? Io lo sono”

Sumaya Abdel Qader (45 anni), ha creato il primo progetto contro la violenza sulle donne nelle famiglie musulmane. Nel 2016 è stata eletta in Consiglio comunale a Milano come indipendente nel Pd (Andrea sabbadini / Alamy /Ipa)

 
Dopo il successo del libro sul velo, la sociologa e scrittrice torna e va dritta al punto: «Contro i femminicidi ci vuole davvero una rivoluzione culturale». Intervista
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Milano. Ha due grandi occhi verdi, un sorriso dolce e rassicurante. Ma la signora ha grinta da vendere, e parole dure contro il razzismo e il maschilismo. Sumaya Abdel Qader, 45 anni, tre lauree e tre figli, lavora da quando era ragazza. Ha fatto nascere il primo progetto in Italia contro la violenza sulle donne nelle famiglie musulmane ed è stata la prima consigliera comunale con l’hijab a Milano, eletta come indipendente nelle liste del Pd con la prima giunta Sala. Oggi, la sociologa e scrittrice, nata a Perugia da una coppia giordano-palestinese, è dottoranda all’Università Cattolica, consulente alla sceneggiatura della serie Skam Italia e autrice di tre romanzi. Il primo, il bestseller Porto il velo, adoro i Queen (Sonzogno), ispirò un documentario. L’ultimo, In cerca di me (Mondadori), in libreria in questi giorni, è una storia per ragazzi ispirata alla realtà e centrata sui temi dell’integrazione.

Milano. Ha due grandi occhi verdi, un sorriso dolce e rassicurante. Ma la signora ha grinta da vendere, e parole dure contro il razzismo e il maschilismo. Sumaya Abdel Qader, 45 anni, tre lauree e tre figli, lavora da quando era ragazza. Ha fatto nascere il primo progetto in Italia contro la violenza sulle donne nelle famiglie musulmane ed è stata la prima consigliera comunale con l’hijab a Milano, eletta come indipendente nelle liste del Pd con la prima giunta Sala. Oggi, la sociologa e scrittrice, nata a Perugia da una coppia giordano-palestinese, è dottoranda all’Università Cattolica, consulente alla sceneggiatura della serie Skam Italia e autrice di tre romanzi. Il primo, il bestseller Porto il velo, adoro i Queen (Sonzogno), ispirò un documentario. L’ultimo, In cerca di me (Mondadori), in libreria in questi giorni, è una storia per ragazzi ispirata alla realtà e centrata sui temi dell’integrazione.

Sono passati 15 anni dal suo primo libro in cui spiegava che cosa vuol dire vivere a cavallo di due culture, rivendicando la propria identità. Che cosa è cambiato in questi anni?
«Da una parte, i figli degli immigrati sono cresciuti, sono mediamente ben inseriti, sempre più impegnati nel sociale e in politica ed orientati in percorsi di studio di più alto grado. Purtroppo, però, in Italia sta crescendo l’intolleranza e il razzismo, specie verso alcune minoranze, i musulmani in primis. Per questo ho deciso di rivolgermi ai giovanissimi, sono loro il vero investimento sul futuro sempre più plurale».
Nel libro lei racconta di una scuola e di una periferia milanese dove sembra esserci un buon livello di integrazione e di comunicazione. Ma nella realtà quei quartieri spesso diventano ghetti, polveriere sociali. Finiranno per essere come le banlieue parigine?
«In Italia, nei quartieri ad alta densità di stranieri c’è un miscuglio di nazionalità, a differenza che in altri Paesi europei. Questa eterogeneità garantisce una minor “segregazione”. C’è comunque un problema sociale nelle grandi realtà urbane che la politica fa finta di non vedere. Le case popolari vanno ristrutturate. E fatti investimenti per garantire sicurezza, decoro, assistenza, per favorire la socialità. Siamo ad un bivio: le tensioni delle periferie francesi sono ancora lontane. Le istituzioni possono ancora scegliere se favorire lo scontro o la crescita umana».
In Italia manca la legge sullo Ius soli. Non è all’ordine del giorno del governo Meloni, ma non l’hanno fatta nemmeno i governi precedenti.
«Le proposte di legge fatte finora le definirei insoddisfacenti. La legge sulla cittadinanza non deve essere una concessione ma il riconoscimento di un diritto. Essere “cittadini” del Paese in cui si nasce e si cresce è necessario per avere parità di condizioni. Occorre porsi il problema di quel milione di ragazzi e ragazze nati in Italia che vivono in un limbo».
Tante volte però i ministri dell’Istruzione hanno chiesto un tetto al numero di stranieri per classe. Che ne pensa?
«Mio figlio quest’anno frequenta la prima media e in classe sua ci sono solo figli di immigrati. Gli italiani sono “scappati” in scuole meno multietniche, quindi per loro migliori. Eppure, in quella classe parlano tutti l’italiano perché sono nati qui e hanno frequentato la scuola a Milano dall’inizio. I docenti sono preparati, i genitori affiatati. Il problema non è il numero di stranieri per classe, ma un sistema che rischia il collasso e che non è capace di affrontare le sfide della pluralità».
Del velo, l’hijab, lei ha sempre fatto una questione identitaria. Una delle sue figlie lo indossa, l’altra no. Perché per lei è tanto importante?
«Le donne non possono essere ridotte ad un pezzo di stoffa. Il velo è un percorso di fede, nulla di più. Per me è importante la libertà di poterlo indossare o meno, la libertà di scegliere il proprio percorso spirituale. Sono contraria all’obbligo e combatto chi vuole imporlo e lo innalza a simbolo identitario imprescindibile della donna musulmana. Per questo le nostre figlie hanno avuto libera scelta».
Lei è musulmana e femminista, come si conciliano le due cose?
«Intendo il femminismo come uno dei modi per rivendicare il diritto delle donne ad autodeterminarsi ed emanciparsi, il diritto di scegliere autonomamente per se stesse. In base a questa definizione si può essere musulmane e femministe. Anzi, dovremmo esserlo tutte/i».

In Francia dopo l’hijab, stanno vietando anche la abaya, l’abito religioso nelle scuole. Che cosa ne pensa?
«Ancora una volta si sta dicendo alle donne come si devono vestire in nome di una presunta idea di laicità. Non è diverso dall’Iran che impone lo chador alle donne in nome di una presunta moralità. Le istituzioni possono essere laiche, cosa che condivido, ma le persone devono poter esprimere anche la loro fede e le donne devono potersi vestire come credono».
Vietare gli indumenti che diventano etichette religiose le sembra sbagliato?
«Queste restrizioni di fatto appiattiscono le differenze. Si vuole rendere tutti uguali, negando di fatto un’altra libertà. È davvero la strada giusta? La abaya non è un abito religioso, ha forme, colori e nomi diversi. Ha radici nell’abbigliamento tradizionale dei vari Paesi. Solo in alcuni ha assunto valore di indumento “religioso”, per esempio in Arabia Saudita. Le ragazze musulmane in Francia, dopo il veto sull’hijab, scelgono la abaya come forma di “resistenza” alle limitazioni della loro libertà di espressione religiosa. Lo hanno capito i politici e per questo l’hanno vietato. Addirittura hanno espulso da scuola ragazze con camicie lunghe di noti marchi occidentali. Ho paura che queste continue limitazioni di libertà possano spingere verso nuovi estremismi».
Ci sono stati diversi casi di donne e ragazze abusate dai maschi della famiglia perché non rispettano i canoni della religione islamica. Come si fa a interrompere la catena dei delitti?
«Sono casi che esistono purtroppo, specie nelle comunità che provengono dal sub continente indiano. Sono situazioni inaccettabili legate a codici culturali elevati a valore religioso con salti mortali interpretativi. Ma c’è una crescente consapevolezza delle donne, e per fortuna anche di molti uomini, che queste pratiche vanno combattute, crescono i movimenti e i progetti che si battono contro queste tradizioni barbare. La domanda giusta è: che cosa possiamo fare noi perché ogni donna sia libera di scegliere per sé e disporre del suo corpo e della sua libertà?».
La violenza contro le donne non ha religione, né nazionalità. Come dimostra il femminicidio di Giulia Cecchettin.
«Riprendo le parole della sorella di Giulia, Elena: Il femminicidio non è un delitto passionale, è un delitto di potere. Non fate un minuto di silenzio per Giulia, ma bruciate tutto. Ora serve una sorta di rivoluzione culturale. E aggiungo: non bisogna arrivare a sospettare che possano ammazzarci per lasciarli, questi uomini. È sufficiente che non ci rispettino o che siano possessivi, che ci umilino, che non ci lascino esprimere liberamente o che ci sminuiscano. È anche sufficiente sentirsi a disagio con loro per dire “basta” anche se “a volte si sta bene insieme”. Nessuna donna ha bisogno di un uomo così. Nessuna donna ha bisogno di un uomo. Si sta con chi si ama e ci ama nel rispetto reciproco, nella pari dignità e cooperazione, con dei sogni condivisi e obiettivi comuni. Altrimenti no».

Sul Venerdì del 15 dicembre 2023

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