Per Natale regaliamoci una bella storia
di Natalia AspesiPer scrivere a Natalia Aspesi: n.aspesi@repubblica.it o Il Venerdì, via Ferrante Aporti 8, 20125 Milano.
Scrive il lettore Raffaele Pisani:
Anche quest’anno, ho raccolto tutte le mie esigue forze necessarie per non arrendermi né alla vecchiaia con i suoi ritmi più lenti né agli acciacchi sempre più fastidiosi ed ho iniziato la sacra costruzione del presepe. Lavoravo, ma qualcosa mi turbava. Mi sono detto: ma quale gioia potrei provare se mentre rispolvero i miei pastorelli chissà quante altre donne vengono brutalmente picchiate o addirittura uccise dal proprio uomo? Se una ragazza viene giustiziata per avere indossato male il velo, se un’altra viene uccisa dai propri familiari perché voleva sposare il ragazzo che amava e non chi le imponevano? Come potrei essere felice se ho più che mai vivide negli occhi l’innocente Giulia Cecchettin accoltellata dall’ex fidanzato Filippo Turetta? Se alle immagini di morte e distruzioni della guerra tra Russia e Ucraina si sono aggiunte quelle tragic…
Per scrivere a Natalia Aspesi: n.aspesi@repubblica.it o Il Venerdì, via Ferrante Aporti 8, 20125 Milano.
Scrive il lettore Raffaele Pisani:
Anche quest’anno, ho raccolto tutte le mie esigue forze necessarie per non arrendermi né alla vecchiaia con i suoi ritmi più lenti né agli acciacchi sempre più fastidiosi ed ho iniziato la sacra costruzione del presepe. Lavoravo, ma qualcosa mi turbava. Mi sono detto: ma quale gioia potrei provare se mentre rispolvero i miei pastorelli chissà quante altre donne vengono brutalmente picchiate o addirittura uccise dal proprio uomo? Se una ragazza viene giustiziata per avere indossato male il velo, se un’altra viene uccisa dai propri familiari perché voleva sposare il ragazzo che amava e non chi le imponevano? Come potrei essere felice se ho più che mai vivide negli occhi l’innocente Giulia Cecchettin accoltellata dall’ex fidanzato Filippo Turetta? Se alle immagini di morte e distruzioni della guerra tra Russia e Ucraina si sono aggiunte quelle tragiche del conflitto israelo-palestinese, che mi fanno tornare in mente le catastrofiche visioni di ciò che restava della mia Napoli, la città italiana che subì il maggiore numero di bombardamenti nella Seconda guerra mondiale? Quale felicità mi può trasmettere la realizzazione di un tempio o di una casetta o della grotta dove tornerà a nascere il Bambinello Gesù al freddo e, peggio ancora, al gelo dei cuori di quegli esseri umani che non hanno più alcuna umanità? Eppure, nonostante tutto ciò, ho continuato a costruire il mio presepe perché lo ritengo il più tenero messaggio d’amore di Gesù che si incarna per la salvezza e per la pace nel mondo, il più coinvolgente punto di integrazione per tutti gli esseri viventi. Raccolgo le mie pur limitate forze e costruisco il mio presepe perché non voglio spegnere in me né l’emozione che ancora mi regala né quel sentimento di fratellanza che mi accompagna da sempre.
Lei ha ragione, dobbiamo tornare alle vecchie usanze che davvero ci davano una sensazione di pace attorno al Natale e ancora ci davano speranza per il futuro. Io ho provato nella mia solita normale serenità una specie di tristezza infinita, così sbagliata per me: invece con chiunque parli, persone che ce l’hanno fatta, che possono ritenersi fortunate, sento anche attorno a loro questa malinconia, questo vuoto, questo pensare al domani con paura. Tutti, quasi tutti, nascondono un dolore che non conoscono, una rabbia anche se non ne hanno una ragione. Non so se lei è di quelli che vanno al cinema, ma se sì ho appena visto un film di Aki Kaurismäki, grande regista finlandese (e perdoni se forse non lo conosce) che fa per noi e per chiunque, Foglie al vento. Storia di due giovani molto soli e pure senza soldi, che non si incontrano mai sino alla fine e assieme a un cane trovatello finalmente si ritrovano; storia ovvia? Certo, ma anche commovente e vera, come se potesse capitare a noi, con le vecchie belle canzoni e le notizie orribili che la radio trasmette in continuazione, con il numero dei morti nella guerra in Ucraina assalita da quel mostro spaventoso che è Putin. Lei si ricorda delle donne uccise, quella che portava male il velo, quella che voleva sposare un altro, ricordi di tempi e religioni lontane. Poi si ricorda anche della nostra meravigliosa Giulia, che ci ha ridato il senso dell’orrore delle donne che insensatamente muoiono uccise dai loro pazzi assassini di casa; tutti hanno le loro idee ma sinceramente la verità resta, per ora, un mistero.
Se ormai è normale darsi del "tu”
Gentile signora Aspesi, le sono grata per la chiarezza, la fermezza e il buonsenso che sempre trovo nella sua posta, perciò le chiedo di aiutarmi a capire un piccolo-grande fenomeno sociale (forse dirà che, di questi tempi, ho buontempo però...). Ho 77 anni e ovviamente la mia educazione comportamentale (come la Sua, del resto) risale quasi a Matusalemme, perciò non capisco una cosa. Noto che nei negozi, all’ufficio postale, all’edicola, in farmacia, alle casse del supermercato, eccetera, l’immigrato, che se conosce bene l’italiano si rivolge al prossimo adulto usando educatamente il “lei”, viene regolarmente trattato con il “tu”. Me lo sa spiegare? Di che tipo di fenomeno sociale si tratta? Semplice grossolanità? (ingiustificato) senso di superiorità? Ignoranza (il “tu” è più semplice da usare e così si crede di andare incontro all’interlocutore)? Ormai il “tu” è comunque sempre più diffuso, anche se un po’ mi disturba quando una giovane commessa, magari masticando una gomma, apostrofa anche me col “tu”, a dispetto della mia candida chioma. Con pluridecennale affetto, la ringrazio.
Mariarosa Beretta - Lecco
Gentile signora Beretta, vede come siamo noi signore che oso dire anziane. Adesso tutti si danno del tu, e non credo sia un modo di trattare con poco riguardo le persone di colore, anche se ci saranno molti che li temono e ne hanno paura, non sapendo però il perché. Può darsi che il loro “tu” sia meno conciliante, ma è un modo ormai normale di rivolgerci agli altri. Certo lei pensa, ma questi non si conoscono, dovrebbero rispettarsi. Io, essendo anziana e molto, resto nel mio tempo: avrà notato che chi mi scrive usa sempre il “Lei”, perché come vede mi hanno subito copiato: però c’è anche chi mi dà del tu. Perché lo accetto continuando, se gli rispondo, a dargli dei “lei”? Di solito queste persone mi danno un “tu” molto affettuoso che è anche di più di un ”lei”. Poi in tutti i casi: se uno, come ormai talvolta capita, è notevolmente villano, io uso il famoso “lei” e lo prendo solennemente in giro. Ho per fortuna questa capacità, le cose che dovrebbero farmi arrabbiare mi obbligano a ridere.
Ha fatto bene la maestra a parlare di Babbo Natale
Sono rimasto molto perplesso di fronte alla deplorazione unanime della maestra che ha rivelato a degli studenti di quinta elementare la “vera storia” di Babbo Natale! A dieci anni dei bambini non dovrebbero essere già abbastanza grandi per capirlo da soli che non è un personaggio reale? Lo sono per smartphone, videogiochi e TikTok, oltre ovviamente alle lezioni di scienze, storia e geografia che ricevono a scuola, ma non per questo!? Che cosa c’è di male nel dire loro, se non lo sanno già, che si tratta di una bella “tradizione” inventata, come tante altre, e purtroppo ormai asservita, al pari di tante altre, al delirio consumistico in cui si è trasformato da tempo, il Natale? Lo dico da non credente, babbi natale e befane (ma almeno queste appartengono a un folklore nostrano antichissimo), non c’entrano nulla con la ricorrenza religiosa della nascita del figlio di Dio mandato sulla terra a redimere l’umanità dal peccato originale con il suo sacrificio.
Marco De Marinis
Non vorrei sembrare una che rimpiange il passato (lo faccio di nascosto) ma devo dire che il giorno di Natale io ero contentissima perché mi venivano regalati degli ottimi mandarini, mentre adesso mi pare che forse almeno un computer o qualcosa di elettronico deve entrare in possesso dei bambini (per favore non ditemi dei poveri di cui dovrei vergognarmi eccetera) per essere un vero Natale. Non conosco la famosa maestra ma, trattandosi della quinta elementare, lei non ha fatto altro che parlare a bambini che queste cose le sanno da almeno un paio d’anni, però fanno finta che Babbo Natale esista. In più probabilmente, e mi spiace dirlo a chi vuole i bimbi angelicati, ce ne sono di più svegli che riescono a vedere se non ancora TikTok, almeno siti un po’ porno. Non so perché noi siamo ingenui o non vogliamo sapere: però se proprio ci teniamo, con i bambini facciamo finta di credere a Babbo Natale; magari vedendo un film magnifico, Babbo Bastardo, 2003, con Billy Bob Thornton.
Sul Venerdì del 22 dicembre 2023
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