Fantozzi arriva a teatro. Ed è una tragedia da ridere
di Anna BandettiniDavide Livermore e Gianni Fantoni durante le prove di Fantozzi. Una Tragedia.Property of Nicolo' R. Creazzo
Rho (Milano). Per come si mettono le cose nelle prove, ospitate qui al teatro Roberto De Silva di Rho, ci sarà da divertirsi. Tra un “Mi dichi” e un “facci lei”, tra “com’è umano lei” e “salivazione azzerata”, tra il cavalier Catellani e il ragionier Filini, tra gag stile slapstick e idolatrate battute tipo “ho la lingua felpata”... siamo in piena fantozzeide.
Dopo nove libri, e il primo era del 1971, altri titoli “villaggiani” e una decina di film (i più belli, i primi due, firmati da Luciano Salce nel 1975 e nel 1976), Fantozzi. Una tragedia è la prima trasposizione teatrale del mitico impiegato sfigato di Paolo Villaggio, “quintessenza della nullità, il massimo della mediocrità eccezionale” (parole dello stesso Villaggio).
Paolo Villaggio
È bastata una cavalleresca stretta di mano tra il regista, Davide Livermore, risoluto direttore del Teatro di Genova che ora produce lo spettacolo (con…!-->!-->
Rho (Milano). Per come si mettono le cose nelle prove, ospitate qui al teatro Roberto De Silva di Rho, ci sarà da divertirsi. Tra un “Mi dichi” e un “facci lei”, tra “com’è umano lei” e “salivazione azzerata”, tra il cavalier Catellani e il ragionier Filini, tra gag stile slapstick e idolatrate battute tipo “ho la lingua felpata”... siamo in piena fantozzeide.
Dopo nove libri, e il primo era del 1971, altri titoli “villaggiani” e una decina di film (i più belli, i primi due, firmati da Luciano Salce nel 1975 e nel 1976), Fantozzi. Una tragedia è la prima trasposizione teatrale del mitico impiegato sfigato di Paolo Villaggio, “quintessenza della nullità, il massimo della mediocrità eccezionale” (parole dello stesso Villaggio).
Paolo Villaggio
È bastata una cavalleresca stretta di mano tra il regista, Davide Livermore, risoluto direttore del Teatro di Genova che ora produce lo spettacolo (con Enfi e Nuovo Parioli) e il protagonista, Gianni Fantoni, conduttore radiofonico, attore, fisico e voce “naturalmente” fantozziane, per realizzare l’operazione, rischiosa come sempre quando si stuzzicano i miti popolari. Ma che importa: Fantozzi. Una tragedia debutterà il 30 gennaio al Teatro Ivo Chiesa di Genova, dal 16 febbraio alle Celebrazioni di Bologna e dal 5 aprile al Lirico Giorgio Gaber di Milano.
Stasera, 21 dicembre, a Rho un primo studio. Un «Fantozzi lisergico, acustico, interattivo» promettono i protagonisti, tratto dai primi tre libri, i migliori (Fantozzi, Il secondo tragico libro di Fantozzi, Fantozzi contro tutti), rimontati nel testo di Andrea Porcheddu, Carlo Sciaccaluga e Fantoni stesso che in scena è con Paolo Cresta, Cristiano Dessì, Lorenzo Fontana, Rossana Gay, Marcello Gravina, Simonetta Guarino, Ludovica Iannetti, Valentina Virando, scelti su 650 candidati.
Ma come mai finora nessuno aveva pensato a un Fantozzi teatrale?
Fantoni: «Nemmeno Villaggio. Forse per il troppo successo dei film. Io coltivavo l’idea da anni, pensavo a un musical. Nel 2015, andai anche a parlarne a Paolo».
È vero che ha venduto casa per avere i diritti ?
Fantoni: «Sì e quando lo dissi a Paolo la sua reazione fu: “Devo piangere?”. Ci facemmo una risata. Poi aggiunse: “Se ci credi fai bene”. Io ci ho creduto. Per otto anni. Ma è successo di tutto a stoppare la cosa, altro che nuvoletta... pure la pandemia mondiale, e lo racconto nel libro Operazione Fantozzi che è appena uscito (Sagoma Editore). Ormai aspettavo l’epilogo triste e invece arriva la telefonata di Elisabetta Villaggio, la figlia di Paolo, che mi parla del progetto di Davide».
Livermore, per lei, direttore del Teatro di Genova, Villaggio, genovese doc, è quasi un dovere.
Livermore: «Genovese e purtroppo sampdoriano... Scherzo. La verità è che anche se fossi direttore a Milano o a Roma una cosa del genere l’avrei comunque fatta, perché in Villaggio riconosco un livello letterario altissimo».
Può spiegarlo?
Livermore: «Nessuno come Villaggio, tranne forse Gabriele D’Annunzio, ha modificato l’italiano parlato e con esso la rappresentazione delle umane fragilità italiche. Ha inventato nuove parole, nuove figure retoriche che hanno permeato in maniera clamorosa la nostra società, per il valore di critica sociale, per la capacità di sdrammatizzare, perché sono diventati strumenti di rappresentazione del mondo. Non a caso ancora oggi in rete i ragazzi fanno riferimento all’italiano fantozziano e lo moltiplicano. Per un fenomeno simile bisogna appunto risalire alla Prima guerra mondiale, all’arditismo dannunziano».
Lo spettacolo se la dovrà vedere però con l’immaginario potentissimo dei film di Fantozzi che tutti abbiamo visto.
Livermore: «E infatti siamo andati completamente su un altro registro. Non c’è l’apparato visivo che ci si aspetta, ma altro: una scenografia solo suonata. Abbiamo un tavolo di rumoristi e se apri una porta, c’è solo il suono. Qualcuno cade? C’è il rumore. La Bianchina sfreccia tra i cipressi? La fanno gli attori. Tutti recitano più personaggi e più oggetti, comprese le palline da tennis. L’unica cosa dai film sono i costumi di Anna Verde e le musiche, quelle originali di Fabio Frizzi, ma rimasterizzate. Lo spettacolo ha un impianto in cinque atti, ciascuno su un tema, le donne, l’ufficio... con il coro alla fine, come è nella tragedia. Abbiamo anche aggiunto un personaggio femminile, che incarna il dizionario fantozziano e alcune intromissioni dalla tragedia sofoclea, eschilea e da Shakespeare, la scena dei becchini dall’Amleto... Perché ci saranno tanti colori: il cartoon e la tragedia, la parola e i rumori, la gag e la critica sociale, il personaggio e la Commedia dell’Arte».
Fantoni: «Ci sono scene mai viste nei film: Fantozzi che impara a volare, per esempio, è uno degli episodi più struggenti».
Come è Fantozzi senza Villaggio, la Pina senza Liù Bosisio o Milena Vukotic, la signorina Silvani senza Anna Mazzamauro...?
Livermore: «Il bello di Fantozzi e gli altri è che sono figure della Commedia dell’Arte, maschere universali come Arlecchino, Pulcinella che tutti riconoscono, chiunque sia l’interprete».
Fantoni: «L’importante è che non stiamo giocando la partita dell’imitazione. Anche il mio Fantozzi sarà una vera interpretazione. La voce? Sì, è come la sua, ma è una roba un po’ mistica, è come se io fossi uno strumento che fa quel suono naturalmente. Non per niente una volta Villaggio mi chiese di andare a doppiarlo al suo posto».
Come fu il vostro incontro?
Fantoni: «La prima volta fu nel ’91 a Paperissima. Antonio Ricci gli disse “ti presento un ragazzo che ti imita” e lui: “Anche nella pancia?”. Poi dietro le quinte in corridoio, parlavamo tutti e due con la stessa voce, la sua. Una cosa lunare...».
Livermore: «Io non l’ho mai conosciuto, ma se penso a Villaggio mi vengono in mente Sandra e Raimondo di Tante scuse, il Walter Chiari dei monologhi, artisti a cui dire grazie per quanto di meraviglioso ci hanno dato. Vero è che sono vissuti in un tempo dove i giovani riuscivano a viversi la loro gioventù con un senso del sogno, della spensieratezza, del futuro, anche facendo errori, mentre oggi la società non li fa più sbagliare, i giovani devono riuscire, avere successo, essere perfetti».
Perché l’avete titolato “una tragedia”? Fantozzi fa ridere.
Livermore:«Nella tragedia la mimesi non è il racconto del vero, ma della sua essenza più profonda che si esprime per paradossi, esagerazioni. Fantozzi che si brucia la mano a 744 mila gradi Fahrenheit di calore è qualcosa di così paradossale che quel dolore non è più soggettivo ma universale, un destino ineluttabile, tragico».
Fantoni: «Il fatto poi che Fantozzi sia un perdente ma che resuscita sempre è la catarsi salvifica. In un tempo che ti chiede di essere continuamente performante, uno che assume su di sé la sconfitta di tutti, è un supereroe, da vera tragedia classica».
Sul Venerdì del 22 dicembre 2023