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Patriarcato costituzionale

Augusto Barbera presidente della Corte Costituzionale. Ansa

 (ansa)
CIRCO MASSIMO Due casi recenti per capire che c’è ancora tanto da fare
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Se volevate la prova che il patriarcato è vivo è lotta insieme a noi adesso ce l’avete. E non solo per i fiumi d’odio che si sono riversati su Gino Cecchettin per le sue uscite mediatiche o sulla figlia Elena per le sue battaglie politiche in memoria della sorella Giulia, martire massacrata dal suo “bravo ragazzo” Filippo. Quella è la solita schiuma della terra che sgorga comunque dalla fogna digitale, qualunque sia il tema o il problema. No, qui la questione è più seria e più grave, perché i miasmi della cultura sessista e maschilista non risalgono dai bassifondi del web, ma calano dall’alto delle istituzioni e delle professioni. Due casi concreti e recenti, per capirci meglio.


Il primo caso è il neo-presidente della Corte costituzionale, l’esimio professor Augusto Barbera. Uomo di profonda cultura giuridica, con un comprovato e apprezzato pedigree da progressista, alla sua prima uscita pubblica da nuovo custode dei diritti scolpiti sulla nostra Carta fondamentale è riuscito a sugger…

Se volevate la prova che il patriarcato è vivo è lotta insieme a noi adesso ce l’avete. E non solo per i fiumi d’odio che si sono riversati su Gino Cecchettin per le sue uscite mediatiche o sulla figlia Elena per le sue battaglie politiche in memoria della sorella Giulia, martire massacrata dal suo “bravo ragazzo” Filippo. Quella è la solita schiuma della terra che sgorga comunque dalla fogna digitale, qualunque sia il tema o il problema. No, qui la questione è più seria e più grave, perché i miasmi della cultura sessista e maschilista non risalgono dai bassifondi del web, ma calano dall’alto delle istituzioni e delle professioni. Due casi concreti e recenti, per capirci meglio.


Il primo caso è il neo-presidente della Corte costituzionale, l’esimio professor Augusto Barbera. Uomo di profonda cultura giuridica, con un comprovato e apprezzato pedigree da progressista, alla sua prima uscita pubblica da nuovo custode dei diritti scolpiti sulla nostra Carta fondamentale è riuscito a suggerire alle donne di non essere troppo «impazienti» nel chiedere parità di genere e norme più efficaci contro la violenza, perché «non bisogna dimenticare i progressi fatti» e bisogna sapere che «la strada è importante ma i tempi vanno rispettati». Lo giuro: ha detto proprio così. Donne, non siate impazienti. Vi uccidono? Vi stuprano? Vi riempiono di botte? Non abbiate fretta, ci vuole tempo per convincere i maschi a non considerarvi “cosa loro”, a non annientarvi, a non brutalizzarvi. Io capisco che lo dica e lo scriva il generale Vannacci, nuovo ideologo delle destre celoduriste dei quattro continenti. Ma che lo dica il garante dei diritti costituzionali mi fa rabbrividire.


Il secondo caso è ancora più grave, perché riguarda una donna tra le donne. Sto parlando di Antonella Cuccureddu, legale che difende Ciro Grillo (figlio del capocomico pentastellato) nel processo per stupro ai danni di Silvia. Nell’ultima udienza, a Tempio Pausania, l’avvocatessa ha replicato il vomitevole copione che va in scena tante volte, quando le vittime sono chiamate a raccontare il loro supplizio in un’aula di Tribunale.

Le domande che Cuccureddu ha rivolto alla povera ragazza sono state le seguenti: «Che tipo di pantaloni portava?». «Come hanno fatto a toglierle gli slip?». «Era lubrificata?». «Perché durante il rapporto orale non ha usato i denti?». «Perché non si è divincolata?». «Lei ha per caso sollevato il bacino?». E avanti così, in quello che giustamente si può definire un interrogatorio da Medioevo, dove il diritto alla difesa dell’imputato passa per il dovere di umiliare la parte lesa.

Silvia ha pianto, incredula e forse anche “impaziente”, mentre provava a balbettare qualche risposta. Ma il suo pianto è diverso da quello delle regine del tua culpa, pronte a versare lacrime di coccodrillo ogni volta che una donna viene sbranata dal solito lupo.

Sul Venerdì del 22 dicembre 2023

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