Le audiocassette compiono 60 anni: erano i nostri social prima dei social. E c’è chi le ama ancora
di Alberto PiccininiUna musicassetta
«Cassette? Ce le chiedono i più giovani», mi dice Fabrizio di Blutopia, uno dei negozi di dischi che a Roma sopravvivono alla smaterializzazione del mondo. Pensavo il contrario. Mostra un espositore con una ventina di pezzi soltanto, nascosto tra i libri e i cd. Ne riconosco qualcuno dentro la plastica appannata dal tempo e le J Card scolorite. (“J Card” è il foglio ripiegato in due, in tre, nei modi più svariati, dentro la scatola). «Nessuno di quelli che c’è passato», riprende Fabrizio, che coi dischi ci lavora da sempre, «penso voglia tornare indietro a una qualità così scarsa del suono».
Non ha torto, in fondo. Mi rigiro tra le mani la prima cassetta dei Gaz Nevada, seminale band new wave bolognese, pubblicata da Harpo’s Bazaar nel 1979. La Harpo’s fu una delle prime etichette italiane indipendenti, la scelta della musicassetta era necessaria ad abbattere i costi. Oggi il bollino sulla custodia dice: 100 euro. «Sono pezzi da collezionista, si vendono tramite Discogs», continua Fab…
«Cassette? Ce le chiedono i più giovani», mi dice Fabrizio di Blutopia, uno dei negozi di dischi che a Roma sopravvivono alla smaterializzazione del mondo. Pensavo il contrario. Mostra un espositore con una ventina di pezzi soltanto, nascosto tra i libri e i cd. Ne riconosco qualcuno dentro la plastica appannata dal tempo e le J Card scolorite. (“J Card” è il foglio ripiegato in due, in tre, nei modi più svariati, dentro la scatola). «Nessuno di quelli che c’è passato», riprende Fabrizio, che coi dischi ci lavora da sempre, «penso voglia tornare indietro a una qualità così scarsa del suono».
Non ha torto, in fondo. Mi rigiro tra le mani la prima cassetta dei Gaz Nevada, seminale band new wave bolognese, pubblicata da Harpo’s Bazaar nel 1979. La Harpo’s fu una delle prime etichette italiane indipendenti, la scelta della musicassetta era necessaria ad abbattere i costi. Oggi il bollino sulla custodia dice: 100 euro. «Sono pezzi da collezionista, si vendono tramite Discogs», continua Fabrizio citando il nome di uno dei siti che governa il mercato internazionale del nostro passato prossimo, fatto per lo più di vinili.
Provo a visualizzare dove possa essere finita la mia vecchia cassetta dei Gaz Nevada. Trovo solo una conferma in un titolo recente del New York Post: «La generazione Z va pazza per le cassette», che riporta il parere di Charlie Kaplan, titolare di Tapehead City, un negozio di New York. A dire il vero, sulla homepage del suo sito il tempo sembrerebbe essersi fermato al 1993: il punk dei Rancid, Bleach dei Nirvana, l’album di debutto (capolavoro) dei Bad Brains. Tra il merchandising, una t-shirt con lo slogan “Tape not dead”.
Un collage con le copertine di audiocassette
PezzI di storia
Su Dirt Tapes, corrispettivo italiano messo in piedi nel 2018 da alcuni ex collezionisti (tra loro anche il batterista della band Zen Circus), le cassette si vendono e si producono anche, con un macchinario fortunosamente trovato in Austria. Stanno in Toscana, hanno in commercio anche un lettore stile walkman a meno di 50 euro, ma l’impressione non cambia: a parte qualche piccola produzione, tra stampe recenti e molti pezzi usati da collezione, con ogni cassetta ti porti dietro anche un pezzetto di storia.
Erano uscite su cassetta le compilation viste nella serie Stranger Things, e nel film Marvel Guardiani della galassia. Prodotte su vecchie macchine superstiti, funzionavano soprattutto come gadget (anche come portamonete ad esempio) dal momento che avevano un ruolo centrale nelle rispettive storie. E qui da noi abbiamo avuto l’epopea anni 80 del film Mixed by Erry.
A cercare bene esistono musicassette dei dischi nuovi di Taylor Swift, Kendrick Lamar, oppure di Tiziano Ferro. Nella più recente Nota metodologica che regola le classifiche discografiche italiane Fimi, le musicassette sono state di nuovo accolte tra i formati osservati, con la vecchia sigla “Mc”. I numeri, tuttavia, restano così bassi da rendere enormi le fluttuazioni percentuali tra un anno e l’altro, e praticamente inservibili titoli come quello del New York Post.
Marc Masters, giornalista musicale collaboratore di Pitchfork e The Quietus, autore di Bassa fedeltà. Storia distorta dell’audiocassetta (Odoya), ci ricorda come gli stessi giornali che la dichiararono morta nel 2007-2008, celebrandola con toni elegiaci («quando vedi le foto di una vecchia TDK con le scritte a mano sopra non puoi fare a meno di sentire il calore»), ne salutarono il ritorno soltanto pochi anni dopo: “Le cassette possono essere cool di nuovo?” si chiedeva la Cnn nel 2013. “Le cassette sono quasi cool di nuovo”, confermava Vice. Rolling Stone, nel 2016: “Perché le cassette non sono ancora morte?”.
Nel libro, che alterna storia e inchiesta, Masters invita a non confondere l’esaltazione da “turismo giornalistico” con le vie alternative del fai-da-te. Preferisce dare la parola alla comunità esigua ma combattiva di artisti, musicisti, collezionisti, nerd, che usando ogni mezzo compresa la rete ha fatto davvero sopravvivere le cassette nei quasi 20 anni successivi alla loro scomparsa dal grande mercato, in una nuova dimensione.
«Ovviamente non torneranno a essere un formato mainstream praticabile. Questo è assurdo», dicono quelli di Tabs Out, un podcast prodotto nel Connecticut da un certo Mike Haley in una “stanza con cassette che ricoprono quasi tutte le pareti”, che ne recensisce di spedite da ogni dove. Tabs sono le linguette che rendono una cassetta registrabile oppure no, ottima metafora.
Fisico e politico
È sempre di Haley quello che Masters giudica il migliore aforisma di tutto il suo libro: “Se un disco fa schifo, fa schifo. Se un nastro fa schifo, puoi registrarci sopra”. Siamo invitati a entrare in un mondo in cui la fisicità anacronistica di un supporto è già una protesta contro il processo di smaterializzazione della musica, della sua appropriazione da parte delle piattaforme digitali. Attraverso le cassette possono arrivarci i suoni di piccole scene di musica elettronica, bizzarre e squattrinate. O i diari di viaggiatori non ortodossi come Brian Shimkovitz che ha digitalizzato centinaia di cassette esotiche nel sito Awesome Tapes of Africa. Come scrive lo storico della cultura e podcaster Craig Eley: «In una cultura sempre più digitalizzata, il fisico diventa politico».
Nella loro nuova versione alternativa, vendute attraverso Bandcamp, sito caro a tutti i musicisti indipendenti, spesso fornite di un codice per l’immediato download della musica, le cassette danno la possibilità «ai fan di supportare un artista con un compenso molto più alto rispetto a quelli offerti dai servizi di streaming», ricorda Masters. Qualcosa come un token, un “artefatto ibrido” secondo quanto sostiene Iain Taylor dell’Università di Birmingham: «Non un feticcio materialistico per la generazione post-millennial, piuttosto un oggetto simbolico che tiene assieme pratiche culturali fisiche e digitali».
Musica free
La “compact cassette” ha appena compiuto 60 anni. Fu presentata nel 1963 alla fiera della tecnologia di Berlino dal suo inventore Lou Ottens, ingegnere della Philips che aveva contemporaneamente lavorato al registratore portatile subito copiato e diffuso in milioni di esemplari da decine di marchi giapponesi o pseudo tali. «Piccole, poco costose, facili da usare», scrive Masters, «liberarono i musicisti dalle spese e dai limiti dei formati controllati dall’industria».
Lou Ottens inventire della musicassetta
Home taping is killing music, si lamentavano le multinazionali di quel mondo lontano e oggi persino romantico. Era vero esattamente il contrario: impossibile pensare la musica di allora senza la spinta estetica che veniva dall’uso popolare delle cassette. Il cosiddetto boombox, il nostro radione, che suonava le cassette registrate dai dj alle feste, fu veicolo essenziale per la diffusione dell’hip-hop.
La produzione di “demo” attraverso i registratori multitracce, fondamentale per la dimensione locale del punk e della new wave. Prima dei social network la musica è stata uno dei veicoli di scambio e socializzazione, soprattutto attraverso la circolazione spontanea delle cassette. Cassette registrate ai concerti (la sindrome ossessiva di pochi temerari sotto il palco col microfono sempre acceso). Mixtape e compilation fatte in casa come audiolettere, che aiutavano i timidi nell’arte del corteggiamento e i sicuri di sé nella predicazione al mondo delle loro certezze.
Una volta, Dean Wareham della band Galaxie 500 ha osservato: «Il messaggio di un mixtape potrebbe essere: ti amo, penso a te tutto il tempo, senti quel che provo per te. Oppure: Mi amo, sono una persona di buon gusto che ascolta cose belle. Questo nastro parla di me». Nelle cassette c’era già tutta l’ambivalenza del nostro essere social. E in più c’era la cassetta.
Sul Venerdì del 22 dicembre 2023