Natale triste a Gerusalemme. Ma i cristiani provano a resistere
dalla nostra inviata Francesca CaferriAdesivi in una mappa della città che si trova nel quartiere ebraico. Francesca Caferri
GERUSALEMME. Chi osasse avventurarsi nei vicoli di Gerusalemme alla vigilia di questo Natale di dolore e sangue, troverebbe un compagno fedele: il silenzio. Da settimane, in molti angoli della Città Santa, un unico rumore accompagna i visitatori, quello dei propri passi. Qualche suono si sente nelle strade più larghe: traffico di merci, voci dai pochi negozi aperti, grida dei bambini che escono da scuola. Nulla, rispetto al caos che di solito in questo periodo dell’anno c’è da queste parti. Il luogo dove il silenzio colpisce di più è la Basilica del Santo Sepolcro, il più venerato dai cristiani di tutto il mondo, quello dove secondo la tradizione Gesù venne crocefisso e sepolto, prima di risorgere. Dentro, lì dove folle di pellegrini attendevano ore per raccogliersi sulla pietra che accolse il corpo di Cristo, non c’è nessuno: «Neanche durante il Covid era così», ci dice un frate francescano cogliendo lo sguardo incredulo.
Triste, solitario y final. Il libro di Osvaldo Soriano non c’e…
GERUSALEMME. Chi osasse avventurarsi nei vicoli di Gerusalemme alla vigilia di questo Natale di dolore e sangue, troverebbe un compagno fedele: il silenzio. Da settimane, in molti angoli della Città Santa, un unico rumore accompagna i visitatori, quello dei propri passi. Qualche suono si sente nelle strade più larghe: traffico di merci, voci dai pochi negozi aperti, grida dei bambini che escono da scuola. Nulla, rispetto al caos che di solito in questo periodo dell’anno c’è da queste parti. Il luogo dove il silenzio colpisce di più è la Basilica del Santo Sepolcro, il più venerato dai cristiani di tutto il mondo, quello dove secondo la tradizione Gesù venne crocefisso e sepolto, prima di risorgere. Dentro, lì dove folle di pellegrini attendevano ore per raccogliersi sulla pietra che accolse il corpo di Cristo, non c’è nessuno: «Neanche durante il Covid era così», ci dice un frate francescano cogliendo lo sguardo incredulo.
Triste, solitario y final. Il libro di Osvaldo Soriano non c’entra niente con Gerusalemme: eppure in tutte le giornate passate a camminare per i suoi vicoli, quel titolo non se ne è mai andato dalla testa. È triste e solitaria la Gerusalemme post 7 ottobre. Ed è final, perché mai come questa volta Israele promette che la resa dei conti con Hamas sarà definitiva: a Gaza, come in Cisgiordania, come a Gerusalemme. Lo hanno capito le migliaia di pellegrini che, nei giorni successivi all’attacco sui kibbutz del Sud e all’offensiva su Gaza, hanno lasciato in fretta e furia Israele, portando dietro di sé la chiusura di centinaia di negozi, ristoranti e alberghi che della loro presenza vivono e riducendo al collasso l’economia di città come Betlemme e Gerusalemme.
Sputi e spintoni
Non è un caso che in questi giorni tristezza e solitudine si respirino in particolare nei quartieri cristiani: per quanto il centro delle celebrazioni natalizie sia tradizionalmente a Betlemme, il luogo dove Gesù è nato, l’aria di festa di solito arriva anche qui. Non quest’anno, con la città della Natività (che si trova in territorio palestinese) quasi sotto assedio come il resto delle zone sotto il controllo dell’Autorità nazionale palestinese e con tutte le celebrazioni cancellate in solidarietà con la sofferenza della popolazione civile di Gaza.
Una veduta dellla città di Gerusalemme. Getty Images
Ma non è solo quello: già da prima del 7 ottobre, la comunità cristiana viveva in un’atmosfera pesantissima. Nell’ultimo anno, da quando in Israele si è insediato il governo più di destra della storia del Paese (con rappresentanti politici dei coloni come il ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben Gvir e quello delle Finanze Bezalel Smotrich), gli attacchi contro i cristiani all’interno delle mura si sono moltiplicati: schiaffi e spintoni ad abitanti del quartiere cristiano, ma anche a sacerdoti e pellegrini. E soprattutto sputi: per qualche mese, quella di sputare contro i cristiani era diventata una sorta di moda da queste parti, tanto che a inizio estate un’Ong ha sentito la necessità di raccogliere la documentazione relativa in un dossier.
La questione è approdata su internet – il video di un gruppo di coloni che sputano addosso a cinque suore, girato a maggio, ha avuto più di un milione di visualizzazioni su YouTube – ma soprattutto sui tavoli istituzionali. Con risultati piuttosto deludenti per la comunità: Ben Gvir ha sottolineato che per lui gli sputi non possono essere considerati un reato e si è limitato a promettere più vigilanza. Qualche arresto, effettivamente, c’è stato: ma era il 5 di ottobre, un mondo fa.
Un hotel di lusso
Dopo di allora, con tutti gli occhi fissi su Gaza, i coloni che puntano a occupare quanto più territorio palestinese possibile, in barba alle risoluzioni dell’Onu, hanno ripreso fiato: in Cisgiordania così come qui a Gerusalemme. Quanto lo si è visto il 15 novembre, quando nel piazzale del parcheggio della zona armena si sono presentati due bulldozer che pretendevano di iniziare i lavori per la costruzione di un hotel di lusso, sulla base di un documento di leasing firmato due anni fa dal patriarca armeno Nourhan Manougian e contestato dal resto della comunità.
A spalleggiare i rappresentanti del gruppo Xana, uomini armati: fra di loro, ha scritto il Times of Israel, c’erano volti noti delle frange estremiste dei coloni della Cisgiordania. Da allora questa porzione di terreno – che rappresenta il 25 per cento del quartiere armeno ed è particolarmente preziosa perché situata nella zona più alta della città, l’unica che possa contare su spazi aperti e strade ampie – è teatro di un braccio di ferro tesissimo, con giovani che lo presidiano notte e giorno per impedire alle ruspe di andare avanti. «Non andremo via. A rischio non ci sono solo i diritti della comunità armena, ma la presenza stessa della comunità cristiana a Gerusalemme», ci dice Setrag Balian, uno dei ragazzi che guidano il movimento. Per questo, a inizio dicembre i rappresentanti del gruppo hanno incontrato il Patriarca Latino di Gerusalemme, il cardinale Pierbattista Pizzaballa, e a lui hanno affidato una lettera per il Papa.
La mappa geopolitica
Anche Daniel Seidemann, avvocato e fondatore di Terrestrial Jerusalem, un gruppo che si occupa di studiare la Città Santa e i suoi fragili equilibri interni, crede che la questione del parcheggio non sia che la punta dell’iceberg. «Questo episodio è esemplificativo, ma non isolato» spiega «lo scopo del governo nazionale e della municipalità di Gerusalemme è far sentire i cristiani ospiti tollerati più che membri a pieno titolo del mix di religioni e identità che è il tessuto stesso di questa città. I cristiani sono nel mirino anche perché, fra ebrei e musulmani, costituiscono il gruppo meno numeroso».
Una realtà incontestabile: i cristiani erano poco più di 16 mila (l’1,7 per cento del totale della popolazione della città) nel 2020: contro i 950 mila ebrei (il 60 per cento circa) e i 354 mila musulmani (il 37,2 per cento). Ma bisogna aggiungere che a renderli deboli è anche un fattore politico, il fatto di essere minoranza in una minoranza, quella araba, che già vive in una situazione complessa all’interno dello Stato di Israele. Così, se nelle mappe della Città Vecchia che si trovano nel quartiere ebraico a essere cancellate o coperte con la stella di David e con la scritta “Vinceremo a Gaza” sono le zone musulmane, nella realtà a essere nel mirino dei coloni sono anche quelle cristiane.
Un tuffo nella Storia
In questa atmosfera, ogni mezzo è legittimo per affermare la propria presenza: anche una piscina. «È stato un incubo: un mix di fantasia e di follia», ci dice padre Ibrahim Faltas quando gli chiediamo di raccontare la genesi della vasca che solo qualche mese fa è stata inaugurata nel complesso sportivo Terra Sancta, dentro la scuola gestita dai francescani all’interno delle mura. Originario di Alessandria d’Egitto, 59 anni, Vicario della Custodia di Terra Santa e presenza imprescindibile della comunità cristiana in Israele, padre Ibrahim parla della sua creatura con orgoglio. «Qui si nuota nella Storia» racconta «tutto intorno alla piscina ci sono i reperti che abbiamo trovato durante i lavori di scavo». Portata avanti nella fase del Covid, la costruzione ha dato lavoro per oltre due anni a un folto gruppo di uomini di Betlemme, che altrimenti non avrebbero avuto impiego, visto il collasso del turismo.
La piscina è un evento in una città, come è la Vecchia Gerusalemme, dove non esistono giardini, le case sono ammassate le une alle altre e la luce fatica a filtrare attraverso i vicoli. Non a caso, è l’unica. Ma non è solo questo a rendere padre Ibrahim orgoglioso: il centro sportivo ufficialmente si chiama Capitale della resurrezione. «Ed è questo che noi abbiamo voluto sottolineare. Questo è un luogo di dignità, non di umiliazione. Un luogo aperto a tutti, qualunque religione pratichino. Noi non distinguiamo fra la gente; ebrei, cristiani, musulmani, siamo tutti fratelli. Questo è lo spirito di Gerusalemme». O almeno, dovrebbe esserlo.
Sul Venerdì del 22 dicembre 2023