Raffa, libera e solitaria: la docuserie su Disney+
di Paola JacobbiRaffaella Carrà. Mondadori Collection
Il regista Daniele Luchetti è nato nel 1960, l’anno in cui Raffaella Pelloni non ancora Carrà si presentò al provino per il ruolo della figlia di Sophia Loren nella Ciociara di Vittorio De Sica. Non la presero e chissà come sarebbe andata la storia di Raffaella, ma anche del pop e della televisione italiana, se le cose fossero andate diversamente.
Per Luchetti, la Carrà più significativa è quella della Rai, soprattutto quella in bianco e nero, anche se in Raffa, la docuserie in tre parti che ha diretto (in streaming su Disney+ dal 27 dicembre), c’è molto altro, oltre al flusso nostalgico da Techetechetè. C’è il racconto della carriera eccezionale, della conquista di un successo internazionale e incredibilmente longevo da parte di una donna che si definiva “media” in tutto.
Quanto sapeva di Raffaella Carrà, prima di questo lavoro?
«Ero un normale conoscitore, avevo in mente Maga Maghella per questioni generazionali. Poi ho capito che attraverso di lei si poteva raccontare la storia di u…
Il regista Daniele Luchetti è nato nel 1960, l’anno in cui Raffaella Pelloni non ancora Carrà si presentò al provino per il ruolo della figlia di Sophia Loren nella Ciociara di Vittorio De Sica. Non la presero e chissà come sarebbe andata la storia di Raffaella, ma anche del pop e della televisione italiana, se le cose fossero andate diversamente.
Per Luchetti, la Carrà più significativa è quella della Rai, soprattutto quella in bianco e nero, anche se in Raffa, la docuserie in tre parti che ha diretto (in streaming su Disney+ dal 27 dicembre), c’è molto altro, oltre al flusso nostalgico da Techetechetè. C’è il racconto della carriera eccezionale, della conquista di un successo internazionale e incredibilmente longevo da parte di una donna che si definiva “media” in tutto.
Quanto sapeva di Raffaella Carrà, prima di questo lavoro?
«Ero un normale conoscitore, avevo in mente Maga Maghella per questioni generazionali. Poi ho capito che attraverso di lei si poteva raccontare la storia di un Paese intero. Questo film è un prisma, il ritratto di una persona che riflette la luce in tanti modi diversi».
La seconda puntata, piena di materiale inedito, è dedicata alle imprese di Raffaella in Spagna.
«Raffaella lascia l’Italia quando è al vertice del successo. Sfilarsi un attimo prima di fallire è sempre stata una sua modalità. Non riuscì a diventare una ballerina classica, provò a fare l’attrice. Non riuscì con il cinema, provò con la televisione. Riposizionarsi era un’arte in lei. Così, dopo aver dato gentilmente scandalo in Italia, scatenando però i cambiamenti di costume degli anni Settanta, arriva nella Spagna ancora sotto la dittatura di Francisco Franco, un tempo in cui balletto in televisione significava danzatrici di flamenco vestite dalla testa ai piedi. All’inizio viene criticata, ma intercetta tutti gli spagnoli che non vedevano l’ora di liberarsi. Insomma, Raffaella è come Giuseppe Garibaldi, eroina di due rivoluzioni culturali. Anzi tre, perché aggiungo il fatto che è diventata emblema della comunità gay internazionale. Tutto questo, senza essere particolarmente trasgressiva nella vita privata».
Forse trasgressiva no, libera sì. Per esempio non si è mai sposata.
«Però dei suoi amori non si sa quasi niente».
Ci sono molti intervistati nel film ma in effetti manca Sergio Japino, suo compagno dai primi anni Ottanta e fino alla fine. Lo si vede solo per un attimo ma non parla.
«Sergio è stato generoso in termini di informazioni, contatti, materiali ma ha voluto rimanere un passo indietro. Ammetto che mi è dispiaciuto molto non avere la sua voce però forse non poteva essere diversamente».
Perché?
«C’è una grande contraddizione, una scissione. C’è la Carrà di tutti e una Raffaella Pelloni che era riservata e solitaria. Resta indescrivibile quello che lei fosse davvero. Aveva degli enormi vuoti dentro di sé, soffriva per quel padre che aveva abbandonato la famiglia quando era ancora bambina e soffriva per non avere avuto figli. Un buco enorme che si colmava solo quando si dava al pubblico. È qualcosa di irraccontabile e quindi, alla fine, nella serie, ho fatto in modo che questo buco facesse parte del racconto».
Daniele Lucchetti, regista di Raffa.
Raffaella era quello che si dice una “workhaolic”.
«Sì, era costantemente al lavoro, non perché fosse attaccata al lusso. Il suo lusso era lavorare o progettare il lavoro successivo. Era quello che in Emilia Romagna si definisce una “sdora”, una donna che tira avanti la famiglia e le sue attività, mentre magari gli uomini di casa stanno al bar. Abbiamo tutti conosciuto una di queste donne, negli alberghi della riviera romagnola. Donne che fanno le fettuccine, che gestiscono l’hotel, che tengono i conti e supervisionano il restauro dello stabilimento balneare in inverno. Raffaella rappresenta la cultura femminile del luogo. Se non avesse fatto la showgirl sarebbe stata una di quelle imprenditrici e capofamiglia, una donna predominante che però riesce a dare l’illusione al marito che a comandare sia lui».
A novembre è uscito un altro documentario: Codice Carla su Carla Fracci. Due doc in pochi mesi, lei che non ne aveva mai diretti.
«È stato un caso che siano arrivati quasi insieme. Però sono due racconti su due donne importanti nella cultura italiana, una nella classica e una nel pop. Sono anche due donne che hanno messo al centro del loro lavoro l’espressione del corpo. Inoltre, sia Carla che Raffaella arrivano al grande pubblico grazie a un’onestà di fondo che le caratterizzava entrambe».
Adesso sta girando il film Confidenza, tratto da un romanzo di Domenico Starnone. Ma come è stata questa esperienza nei documentari?
«Viviamo un periodo abbastanza straordinario perché l’avvento delle piattaforme fa sì che noi registi possiamo tentare di rinnovarci anche attraverso strade diverse che non avevamo mai esplorato. Si può passare da una serie a un film, da un film di fiction a un documentario, facendo film solo quando lo si ritiene indispensabile».
C’è un nuovo assetto dell’industria, rispetto a quando lei hai iniziato, più di trent’anni fa.
«A me non è ancora capitato di fare un film solo per la piattaforma però immagino che il fatto di non pensare all’incasso, di non aver quel tipo di pressioni, di pensare che l’opera è conclusa nel momento in cui va online, renda molto più liberi. L’unico elemento negativo che vedo è la perdita del rapporto con la sala. La sala era centro delle nostre vite, adesso il nuovo spazio magico è la poltrona davanti alla televisione».
Però la sala, che credevamo morta, si è risvegliata. Gli incassi del film di Paola Cortellesi indicano una nuova strada?
«Quando si fanno film adatti al grande pubblico, il grande pubblico se ne accorge e corre. Inutile stare a fare i lamentosi. Se un film non attrae, non è che al pubblico non è arrivata la notizia, semplicemente non lo vuole andare a vedere. Magari ci fossero due successi all’anno come quello di Paola».
Sul Venerdì del 22 dicembre 2023