Da Boudicca a Elisabetta, Dio salvi le regine inglesi
di Alessandra QuattrocchiElisabetta I (1533-1603). Getty Images
Per chi fosse rimasto orfano dei reali inglesi dopo la conclusione – definitiva – di The Crown; per chi non ha ancora superato il lutto per Elisabetta II, solida certezza della nostra epoca (“quando il Destino chiama, anche i monarchi devono obbedire” scriveva John Dryden); bene, a parziale consolazione arriva Le regine inglesi. Le magnifiche sovrane che hanno preceduto Elisabetta II di Raffaella Ranise (Marsilio), libro utilissimo per scoprire e riscoprire non solo le grandi (Elisabetta I, Vittoria) ma anche le altre signore che costruirono i destini dell’isola britannica, e che magari rimangono in pieghe più nascoste della memoria.
Gesta leggendarie
Per Ranise, la biografia monarchica è un’abitudine: «Ho pubblicato anc…
Per chi fosse rimasto orfano dei reali inglesi dopo la conclusione – definitiva – di The Crown; per chi non ha ancora superato il lutto per Elisabetta II, solida certezza della nostra epoca (“quando il Destino chiama, anche i monarchi devono obbedire” scriveva John Dryden); bene, a parziale consolazione arriva Le regine inglesi. Le magnifiche sovrane che hanno preceduto Elisabetta II di Raffaella Ranise (Marsilio), libro utilissimo per scoprire e riscoprire non solo le grandi (Elisabetta I, Vittoria) ma anche le altre signore che costruirono i destini dell’isola britannica, e che magari rimangono in pieghe più nascoste della memoria.
Gesta leggendarie
Per Ranise, la biografia monarchica è un’abitudine: «Ho pubblicato anche un libro sui Romanov e uno sugli Asburgo, da Sissi a Zita. È un po’ come ritrovare le passioni dell’infanzia: sognare davanti a Buckingham Palace, o scavare nell’immagine della Russia incontaminata che può avere una bambina. Ma io sono laureata in giurisprudenza e mi sono occupata di storia delle legislazioni del lavoro femminile. Racconto soprattutto le donne, mettendo in risalto che, sovrane o no, hanno sempre dovuto lottare. Mi piace ricercare queste donne che non possono più parlare ma hanno dato tanto, a costo di sacrifici ma col desiderio incrollabile di prendere decisioni in prima persona».
A cominciare da Budicca, sposa del re degli Iceni, che da sola sfidò i romani nonostante le frustate e gli stupri (e li spaventò anche, finché non morì in battaglia); Tacito parla di lei con grande ammirazione, è una figura leggendaria per i celti, lancia in pugno e capelli ramati alla guida di un esercito di centomila soldati.
Che le donne siano potute salire sul trono d’Inghilterra in verità è un accidente della storia. In tutto il resto d’Europa fin dal primo Medioevo vigeva la cosiddetta legge salica, antico codice di procedura civile e penale, una raccolta di norme fatta redigere attorno al 500 da Clodoveo I re dei Franchi. Assunto centrale è il capitolo che dettò la successione nei regni europei per i successivi 1500 anni. Senza speranze: l’eredità va ai figli maschi, perché “Nessuna terra può essere ereditata da una donna, ma tutta la terra spetta ai maschi, che siano fratelli della donna”. Amen. Idem per il trono.
Gran Bretagna, la prima
E invece, in Gran Bretagna no. Solidamente isolani quindici secoli fa come oggi, gli inglesi (i britanni prima, i normanni poi) seguirono la propria tradizione, che limitava sì l’accesso al trono alle donne ma non lo escludeva, purché l’aspirante regina non avesse fratelli vivi (anche minori). Forse merito anche di una tradizione che risaliva all’illuminato Alfredo il Grande, che fece studiare da leader la figlia Ethelfleda, futura signora dei Merciani. Nel contesto medievale, però, scrive Ranise, «le figure femminili sono poco ricordate. Perché? Sono state così marginali? È così flebile il segno che hanno lasciato? Anche in questo caso non ci si può affidare a una lettura superficiale e bisogna ricercare nelle fonti, che riservano non poche sorprese». Oltre a Ethelfleda, il Medioevo inglese conta Matilde – nipote di Guglielmo il Conquistatore, imperatrice del Sacro Romano Impero e poi regina d’Inghilterra. «In una tragica notte la storia di un intero popolo sarebbe cambiata, per la sciagura dell’imbarcazione normanna Blanche Nef, in inglese White Ship, uno degli eventi più noti e amari della tradizione inglese», scrive Ranise: Guglielmo, l’adolescente erede al trono, si ammazza in una gara di velocità in mare. La sorella Matilde, andata in sposa in Germania, tornerà in patria e il padre la vuole sul trono, ma non avrà vita facile. E infine Eleonora d’Aquitania, sposa a trent’anni (già divorziata) del 19enne Edoardo II, madre di tre re (fra cui Giovanni, quello della Magna Charta) ma anche governante in prima persona in assenza di marito e figli, assai impegnati alle Crociate. La tomba di Eleonora la ritrae sdraiata, con un libro fra le mani (un messale? Comunque, un simbolo di rilievo). «Non saprei quale preferisco; sono affascinata da tutte e tre, tutte con la fierezza di voler governare in un momento non facile» dice Ranise.
E con l’epoca Tudor...
Ma è con l’epoca Tudor che le regine arrivano sul trono per proprio diritto: le sorellastre Maria ed Elisabetta, figlie così dissimili di Enrico VIII, regine per il decesso del fratellino Edoardo VI (nato con la breve parentesi della giovanissima Jane Grey). Una cattolica e una protestante, agli antipodi e ai ferri corti, eppure entrambe tacciate di essere illegittime e unite nel destino. Maria sposò Filippo II di Spagna; Elisabetta, prudentemente, evitò e si dichiarò sposata alla Nazione. Per alcune delle successive regine, il matrimonio fu un puntello. «Mi piace molto anche Anna di Gran Bretagna, che ha avuto una vita costellata di amarezze, perdite di figli, malattie; però è la regina che è riuscita a unire i due parlamenti» dice Renise: una figura spesso in ombra cui Yorgos Lanthimos ha dedicato il film La Favorita (con una splendida Olivia Colman): quanto veritiera sia la storia che racconta è discutibile. Chi è accanto alla regina, però, deve accettare di vivere un passo indietro: così anche Albert, amatissimo marito della regina Vittoria, «che trovò la sua rivincita nella grande organizzazione della prima Esposizione Universale a Londra con la costruzione del Crystal Palace». Opera in verità eminentemente decorativa, come si addice a un principe consorte.
Tutte le regine dall’era Tudor in poi sono state ormai abbondantemente trattate e descritte in sceneggiati, romanzi, film… eppure il loro fascino permane imperituro. «Credo ci sia il desiderio di immedesimarsi nei drammi di queste persone, apparentemente privilegiate ma certo non esenti da dolore” dice Ranise. «Forse è una forma di difesa: abbiamo bisogno di partecipare ai grandi drammi ma di sentirci in una nostra zona protetta. E sì, anche la voglia di scoprire che soldi e privilegio non danno la felicità». In fondo, chi vorrebbe essere come Lady Diana – bellissima sì, ma infelice, divorziata e morta giovane nel tunnel dell’Alma in una notte parigina?.