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Pane e droni, ecco perché Putin in Ucraina rischia di vincere

Il presidente Vladimir Putin presiede una riunione al Cremlino. Getty Images

 
Le sanzioni non affondano l’economia. Gli oppositori sono in galera. La propaganda funziona. Il fattore tempo è dalla sua parte. La guerra vista da Mosca è un successo. Per ora
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Mosca. È un Vladimir Putin fiducioso e ottimista quello che poche settimane fa si è seduto, pur virtualmente, al tavolo del G20 ospitato dall’India, ed è volato nella Penisola Arabica accolto da salve di cannone. E che, infine, ha promesso nella conferenza stampa di fine anno a reti unificate: «La vittoria sarà nostra». È il trionfale inizio, certo, della sua campagna elettorale in vista delle presidenziali del 17 marzo, ma anche il segno di una ritrovata sicumera.


A quasi due anni dall’inizio dell’Operazione militare speciale in Ucraina, il leader del Cremlino non ha in realtà vittorie, neppure simboliche, da rivendicare: eppure lo scoramento seguito all’umiliante ritiro da Kherson o alla tentata rivolta di Wagner si è già volatilizzato. Putin siede sulla riva del fiume sicuro che prima o poi vedrà passare il cadavere del nemico. Crede che il tempo giochi a suo favore. E la sua fiducia potrebbe essere ben riposta. Persino quella parte di Occidente che per mesi aveva coltivato l’…

Mosca. È un Vladimir Putin fiducioso e ottimista quello che poche settimane fa si è seduto, pur virtualmente, al tavolo del G20 ospitato dall’India, ed è volato nella Penisola Arabica accolto da salve di cannone. E che, infine, ha promesso nella conferenza stampa di fine anno a reti unificate: «La vittoria sarà nostra». È il trionfale inizio, certo, della sua campagna elettorale in vista delle presidenziali del 17 marzo, ma anche il segno di una ritrovata sicumera.


A quasi due anni dall’inizio dell’Operazione militare speciale in Ucraina, il leader del Cremlino non ha in realtà vittorie, neppure simboliche, da rivendicare: eppure lo scoramento seguito all’umiliante ritiro da Kherson o alla tentata rivolta di Wagner si è già volatilizzato. Putin siede sulla riva del fiume sicuro che prima o poi vedrà passare il cadavere del nemico. Crede che il tempo giochi a suo favore. E la sua fiducia potrebbe essere ben riposta. Persino quella parte di Occidente che per mesi aveva coltivato l’illusione di una sua disfatta si è ricreduta. «Putin sta vincendo?», si è chiesto in copertina il settimanale britannico The Economist, dando il via a un profluvio di analisi a favore del presidente russo. «Non perdere non equivale a vincere», ha però ridimensionato il professore emerito del dipartimento War Studies del londinese King’s College Lawrence Freedman, uno dei più autorevoli studiosi di strategia militare.


Controffensiva fallita

L’umore in Russia è cambiato dopo il mancato successo della tanto decantata controffensiva ucraina. Le linee difensive russe ideate dal generale Sergej Surovikin hanno retto ai tentativi di sfondamento. Kiev è riuscita a creare una testa di ponte sulla sponda orientale del fiume Dnipro, ma di piccole dimensioni e sotto il costante fuoco delle forze russe. Mosca sta accerchiando Avdiivka, anche se a caro prezzo di vite umane. Con l’inizio della “stagione del fango” progressi significativi sono improbabili fino a primavera. Tutto fa presagire una lunga “guerra di logoramento”.


Putin su questo fronte è pronto. Può contare sulla superiorità demografica e su più munizioni, grazie a un’economia militarizzata e alle forniture da Iran e Corea del Nord. L’Ucraina, invece, dipende dall’Occidente, ma le divisioni a Bruxelles e Washington tengono in ostaggio i nuovi pacchetti di aiuti. Neppure il via libera ai negoziati di adesione alla Ue ha risollevato il morale a Kiev. Mentre il conflitto in Medio Oriente distoglie l’attenzione del mondo. E un possibile ritorno alla Casa Bianca di Donald Trump, che si vanta di poter «raggiungere un accordo in 24 ore» crea ulteriore allarme.

Pil in crescita

Neppure l’urto delle sanzioni occidentali ha piegato la resiliente economia e popolazione russa. Il Paese si adatta cercando nuove catene di approvvigionamento, importazioni sostitutive e mercati alternativi. I russi si ingegnano: dai moderni chelnokì (dal nome della spola dei telai, chelnók) che fanno avanti e indietro contrabbandando merci, agli imprenditori che lanciano imitazioni di McDonald’s e Ikea.
Certo, ci sono anche settori in sofferenza, come l’industria automobilistica o l’aviazione. E scarseggia la manodopera maschile. Mentre per contenere l’inflazione e la svalutazione del rublo, la Banca Centrale ha alzato i tassi di interesse al 16 per cento. Ma grazie all’aiuto di Cina, India e Paesi dell’Asia Centrale, e a una flotta di “petroliere fantasma” che aggira il tetto al prezzo del greggio, Mosca vende più petrolio di quanto spenda per alimentare lo sforzo bellico. E così il governo riesce a destinare una quota sempre maggiore di risorse al conflitto: oltre 100 miliardi di dollari l’anno, il livello più alto dall’Urss, secondo il think tank Re:Russia. Nel complesso il Pil potrebbe crescere del 2 per cento. Molte fabbriche sono state riconvertite: un panificio industriale di Tambov, Russia centrale, ora produce droni. Assemblati, questi ultimi, a Izhevsk, la città di Kalashnikov, negli Urali, in tre centri commerciali trasformati in officine.


Bocche cucite

Le sanzioni non sono riuscite neppure a scalfire il consenso. Il sostegno al presidente resta stabilmente intorno all’80 per cento, assicura Aleksej Levinson, a capo del dipartimento di ricerca socioculturale dell’istituto di sondaggi indipendente Centro Levada. La propaganda fa presa. «I russi non vivono nella ricchezza. Non resta loro che aggrapparsi alla gloria del Paese. Credono davvero di essere impegnati in una lotta per la sopravvivenza contro l’Occidente». La brutale repressione ha fatto il resto, eliminando ogni dissenso. Persino la rivolta di Wagner, culminata nella misteriosa morte di Evgenij Prigozhin, ha rinsaldato Putin al potere. La maggior parte dei russi, in ogni caso, non dà segno di volersi opporre alle autorità. Le mogli che chiedono il ritorno dei mariti mobilitati sono per ora una sparuta minoranza. L’unico fattore in grado di destabilizzare il patto sociale tra popolazione e autorità potrebbe essere una nuova mobilitazione. Ma Putin, finora, riesce ad attrarre nuove leve rastrellando le carceri, offrendo lauti stipendi ai volontari e distribuendo indennizzi ai familiari dei caduti. Corazzato da censura, propaganda e repressione, il suo regime non corre i rischi della pur acerba democrazia ucraina. Paradossalmente è a Kiev che potrebbero deflagrare i dissidi (tra il presidente Zelensky e il Capo di Stato maggiore Zaluzhny).


Davide e Golia

Dunque, se quella tra Russia e Ucraina davvero diventerà una “guerra di logoramento” o “di posizione”, guerre che possono durare anni, dove la vittoria si gioca sulla resistenza e non sulla conquista di territori, sulla carta una vittoria finale di Putin appare possibile. D’altra parte la Storia è piena di esempi di generali a lungo in vantaggio e poi sconfitti al traguardo. E nulla puòdirsi definito: un conflitto prolungato potrebbe anche mettere a dura prova il regime, esacerbando le difficoltà economiche e alimentando divisioni all’interno dell’élite. Alla lunga Putin potrebbe trovarsi di fronte a un bivio: dirottare sempre più uomini e denaro sul campo di battaglia o assicurarsi l’acquiescenza dei russi senza sconvolgere le loro vite. Ora come ora, non è pronto a negoziare. Quando parla di pace, parla di pace alle sue condizioni. Non cerca il compromesso, ma la resa. Come pure, secondo un sondaggio di Levada, anche la maggior parte dei russi: favorevoli a un accordo, ma mantenendo le regioni annesse. E però, osserva Levinson, aver presentato il conflitto come una lotta contro l’intero Occidente, al momento opportuno potrebbe permettere al Cremlino di ridimensionare gli obiettivi. Nel confronto tra il Davide (russo) e il Golia (occidentale), anche una piccola vittoria potrebbe essere presentata e accolta come un successo.

Sul Venerdì del 29 dicembre 2023

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