Ucraina, un prete in prima linea
dal nostro inviato Fabio TonacciForesta di Kreminna (Lugansk). Nella foresta assediata di Kreminna, Dio è più vicino dei russi. I militari di Putin si nascondono tra i pini e le betulle, nelle tane sotto terra, tra gli arbusti. Sbucano ovunque, attaccano di notte. Potrebbe essercene uno dietro quel tronco lì e non lo si vedrebbe fino al momento dello sparo, quando è troppo tardi. Dalle retrovie i mortai battono la selva in cerca di ucraini, e sbuffi di fumo nero si sollevano dal terreno, insolitamente sabbioso per essere quello di un bosco. Ma dentro l’ultima trincea ucraina, otto uomini che nella vita non volevano fare il soldato posano il fucile e si mettono a parlare di aldilà, di peccati e di peccatori, di cosa è il Bene e di cosa è il Male. Per una volta non di comandi, ma di comandamenti.
In prima linea
«Padre Volodymir, lei mi deve dire la verità…», fa Stanislav, 47 anni, capo unità nella 100esima Brigata di difesa territoriale, prima dell’invasione venditore all’ingrosso di caramelle e torroncini a Kovel’. «…
Foresta di Kreminna (Lugansk). Nella foresta assediata di Kreminna, Dio è più vicino dei russi. I militari di Putin si nascondono tra i pini e le betulle, nelle tane sotto terra, tra gli arbusti. Sbucano ovunque, attaccano di notte. Potrebbe essercene uno dietro quel tronco lì e non lo si vedrebbe fino al momento dello sparo, quando è troppo tardi. Dalle retrovie i mortai battono la selva in cerca di ucraini, e sbuffi di fumo nero si sollevano dal terreno, insolitamente sabbioso per essere quello di un bosco. Ma dentro l’ultima trincea ucraina, otto uomini che nella vita non volevano fare il soldato posano il fucile e si mettono a parlare di aldilà, di peccati e di peccatori, di cosa è il Bene e di cosa è il Male. Per una volta non di comandi, ma di comandamenti.
In prima linea
«Padre Volodymir, lei mi deve dire la verità…», fa Stanislav, 47 anni, capo unità nella 100esima Brigata di difesa territoriale, prima dell’invasione venditore all’ingrosso di caramelle e torroncini a Kovel’. «La Bibbia dice che non bisogna uccidere, giusto? Quindi, ok, quelli là fuori sono i nemici e hanno occupato la nostra nazione, però, commetto peccato se ammazzo un russo? Se ne ammazzo uno, due o cento, Dio mi perdonerà?». Padre Volodymir non ha bisogno di sforzarsi per formulare la risposta, in questa inaspettata confessione collettiva a bombardamento in corso. Ne ha una pronta. Lo stesso quesito, all’inizio, se lo è sentito porre tante volte. Dopo il massacro di Bucha, a dirla tutta, i dubbi sono rimasti solo a Stanislav e a pochi altri. «Uccidere i russi non è peccato: è legittima difesa. Dobbiamo farlo, non abbiamo altra scelta». Assoluzione preventiva e senza preghiere ma con due raccomandazioni, che il sacerdote ortodosso, ordinato dal patriarcato di Kiev, rivolge col tono di chi attinge a dieci comandamenti nuovi, riscritti e adattati alle circostanze. «Ricordati di non violare le regole internazionali di guerra. E rispetta i prigionieri». La controffensiva, lungo il fronte Est nella regione del Lugansk , si è fermata un anno fa e i russi sono tornati a minacciare Lyman. Il boato delle esplosioni si è fatto più intenso, segno che gli artiglieri stanno aggiustando la mira. A breve ci sarà un altro assalto in ossequio al piano del Cremlino che è basico e ripetitivo: strappare qualche altro metro d’Ucraina senza cura delle perdite umane, aspettare le mosse dell’Occidente, poi si vedrà.
L’altare nel buco
È una domenica d’autunno. Fare il cappellano militare significa guidare per tre ore un fuoristrada a tutta velocità lungo la pista di sabbia che conduce nel cuore della foresta di Kreminna e portare la parola di Dio nella trincea più avanzata ed esposta al fuoco nemico. L’ultima prima della zero line, la linea dove si spara a vista e si combatte corpo a corpo. «È la Chiesa che vi viene a trovare», dice togliendosi l’elmetto. Il buco scavato con le pale è angusto ma attrezzato, fatto di legno, con lo spazio per un tavolo, due brandine, una lampadina collegata a un generatore, una stampante, le provviste e una caffettiera: per un paio d’ore, sarà l’altare e il confessionale del 43enne Volodymir Trush. È diventato prete a 22 anni, quando già aveva una moglie e dei figli. Vive a Lutzk, nella regione settentrionale della Volinia, da cui provengono gli uomini mobilizzati per la 100esima Brigata. E dove lui, dal 2016, dopo un corso in Germania, presta servizio come cappellano.
La messa al fronte è corta, scandita non dal suono delle campane ma dal rumore sordo dei proiettili d’obice. Il religioso benedice gli otto soldati con l’acqua santa, bagnandoli con un personale aspersorio: la bottiglietta di plastica di un succo di frutta. Il turno nella trincea più pericolosa dura tre giorni, mancano 38 ore al cambio e può ancora accadere qualsiasi cosa. Sulla testa di ognuno il sacerdote ha fatto con le dita il segno di una croce, rito ancestrale, che ha preceduto migliaia di battaglie nella Storia. «Padre Volodymir, se le rivelo i miei peccati, lei poi mi dice i suoi?». Risata generale, non troppo convinta: fuori c’è la guerra e loro stanno arrivando. Per Vadim, 30 anni, giardiniere di Kovel’, non era tanto una battuta, piuttosto il modo per trascinare la confessione collettiva su un cruccio che lo tormenta. Riguarda il suo amico Oleksiy, caduto in azione. «Dov’è adesso Oleksiy, padre? Noi disgraziati che combattiamo per il nostro Paese abbiamo un posto riservato in paradiso? Se crepiamo qui, ci fanno santi?». Questo, di interrogativi, è più arduo. Il prete è seduto su una delle due brande, gli otto soldati attorno a lui. Prende un respiro, sorride, mette la mano destra sulla spalla di Vadim. «Non so dirti se Oleksiy è in paradiso o all’inferno, perché non so come ha vissuto. Però so come è morto. Il suo è il più grande atto di sacrificio che si possa fare. E sai chi altro si è sacrificato per difendere il proprio popolo?». Chi? «Gesù Cristo».
Con Kalashnikov
Padre Volodymir è uno dei 300 cappellani in servizio nelle forze armate ucraine. Ne servirebbero 700, ma la crisi delle vocazioni evidentemente non è un problema solo italiano. Parla da sacerdote, ma ragiona da psicologo e si veste da soldato. Ha la stola mimetica, che indossa su un giubbotto antiproiettili verde oliva. Un crocifisso di legno al collo e un crocifisso di legno nel pugno. Sulla manica della tunica lo stemma di San Michele, l’arcangelo guerriero che respinge Satana con la spada e lo scudo. «Il Papa dei cattolici, Bergoglio, lancia messaggi di pace e lo capisco perché l’obiettivo della Chiesa deve essere quello. Ma dire pace, per l’Ucraina, non è sufficiente. Ne serve una che sia giusta, e solo con la nostra vittoria si può raggiungere. Il Male deve essere estirpato». Di grado tenente, due stellette, padre Volodymir non tocca armi ma non è disarmato: con lui c’è sempre Mykola, il protettore, assistente col kalashnikov. Quasi sempre. Sulla prima linea di Kreminna Mykola non è venuto. Del resto, bisogna avere una gran fede per pensare di attraversare indenni la foresta più bombardata.
Chi sta per ricevere l’ordine di uscire da questa trincea prova un senso di vertigine che lo fa essere ciarliero e desideroso di condividere i propri pensieri. «L’altro giorno Dio mi è caduto accanto», racconta ora Sasha, 25 anni, meccanico. «Ero in una buca tra gli alberi, ci hanno puntato col mortaio, uno dei proiettili è piovuto a cinque metri da me però non è esploso… se non è stato Dio a salvarmi, cos’era?». Una gran botta di fortuna, esclama d’istinto Stanislav, il capo unità, il più agnostico. Padre Volodymir ascolta con attenzione. Sasha è un ragazzo semplice, poco fa gli ha confessato il suo peccato, «non ho voglia di scavare le trincee, disobbedisco al capo che me lo chiede». Assai veniale in altri luoghi e in altri tempi, ma non qui. Stanislav aggiunge dilemma a dilemma. «Quando sarò la fuori» dice «cos’è che farà la differenza? La mia mano sul fucile o la mano di Dio su di me?...».
Sentirsi in colpa
Chi per retaggio post sovietico diffida di Freud e di Wundt, considera la conversazione con un uomo di Chiesa il surrogato accettabile della seduta dallo psicanalista. «Il 90 per cento delle volte vogliono solo sfogarsi», spiegava padre Volodymir durante il viaggio sul fuoristrada. «Sono preoccupati per la famiglia, si sentono in colpa perché l’hanno abbandonata. E hanno paura di perdere i figli: molti sono al fronte come loro. I sondaggi dicono che il 97 per cento degli appartenenti all’esercito è credente: l’88 per cento ortodosso, il 6 per cento battista, il 4 per cento cattolico, il 2 per cento musulmano». Il suo compito è organizzare il servizio religioso per i cinque battaglioni della 100esima Brigata, dispiegata a Kreminna, Lyman, Sloviansk e attorno a Bakhmut. Nelle basi ha costruito mini cappelle dove, a turno, va a celebrare la messa alle otto di mattina. Quella più grande è dentro uno sgabuzzino a due ante: 24 ore su 24 è a disposizione di chi vuole ascoltare la parola del Signore. È anche un motivatore: prima di inoltrarsi nella foresta ha tenuto due funzioni all’aperto: 80 uomini e 5 donne si sono riuniti nel cortile di una dacia in un villaggio abbandonato tra i pini: «Signore proteggici dall’aggressione», pregava. «I vostri nomi sono già scolpiti nella Storia dell’Ucraina».
Ma Stanislav, qui nella trincea, sta chiedendo perché. Perché, se Dio esiste, permette questo dolore? «Dio esiste, ama le sue creature al punto di donar loro il libero arbitrio», è la risposta di padre Volodymir. «Gli uomini possono sempre fare una scelta. Dio avrebbe potuto schiacciare Satana, ma non lo ha fatto, ha voluto darci la possibilità di dimostrare ciò che siamo veramente, in ogni situazione e in ogni difficoltà». Stanislav e gli altri ascoltano, perplessi. Vorrebbero saperne di più ma non c’è tempo. L’ordine di uscire dalla trincea è arrivato, i fucili vanno di nuovo imbracciati. Otto uomini si alzano in piedi. Il segno della croce. La messa è finita, andate in guerra.
Sul Venerdì del 29 dicembre 2023