Musica, cartoni animati e film la geopolitica è pop
di Filippo SantelliIl gruppo ucraino Kalush Orchestra vince l’edizione 2022 dell’Eurovision (Getty images)
Diamo la cattiva notizia ai genitori: se fanno vedere ai figli Masha e Orso, uno dei cartoni più amati dai bambini, li espongono alla propaganda russa. Sono complici di Putin? «Dovranno elaborare il lutto», risponde Giacomo Natali, scherzando fino a un certo punto. «Masha e Orso è uno dei pochi prodotti russi sopravvissuti al boicottaggio seguito all’invasione dell’Ucraina. Non nasce come strumento di propaganda, ma è stato sfruttato abilmente, diventando parte della diplomazia ufficiale. Basta vedere l’arrivo nel cartone del panda cinese, con cui ovviamente bisogna essere tutti amici».
Prepariamoci: in questo mondo di nuove guerre, rivalità tra superpotenze, blocchi che si dividono, quasi tutto diventa campo di battaglia. Anche la cultura popolare, quella di cartoni, hit musicali e serie tv. Un universo di simboli che siamo abituati a consumare ingenuamente, ma che veicolano identità, alleanze e rivalità: una Geopolitica Pop, che è poi il titolo del saggio di Giacomo Natali, scrittor…
Diamo la cattiva notizia ai genitori: se fanno vedere ai figli Masha e Orso, uno dei cartoni più amati dai bambini, li espongono alla propaganda russa. Sono complici di Putin? «Dovranno elaborare il lutto», risponde Giacomo Natali, scherzando fino a un certo punto. «Masha e Orso è uno dei pochi prodotti russi sopravvissuti al boicottaggio seguito all’invasione dell’Ucraina. Non nasce come strumento di propaganda, ma è stato sfruttato abilmente, diventando parte della diplomazia ufficiale. Basta vedere l’arrivo nel cartone del panda cinese, con cui ovviamente bisogna essere tutti amici».
Prepariamoci: in questo mondo di nuove guerre, rivalità tra superpotenze, blocchi che si dividono, quasi tutto diventa campo di battaglia. Anche la cultura popolare, quella di cartoni, hit musicali e serie tv. Un universo di simboli che siamo abituati a consumare ingenuamente, ma che veicolano identità, alleanze e rivalità: una Geopolitica Pop, che è poi il titolo del saggio di Giacomo Natali, scrittore e analista, uscito per Treccani.
Giacomo Natali è l’autore di Geopolitica Pop (Treccani, 208 pagine, 18 euro)
Non è così da tempo? L’industria culturale non è sempre stata anche uno strumento per proiettare all’esterno il cosiddetto soft power?
«Oggi è un fenomeno molto più ampio perché viviamo in una cultura globalizzata, in cui il nostro immaginario si costruisce attraverso il consumo di prodotti mediatici, ma in cui non sappiamo nulla del contesto in cui questi prodotti nascono. Nella battaglia per il nostro immaginario, per definire chi siamo, chi sono gli amici e chi i nemici, ci sono cortocircuiti continui tra geopolitica e cultura pop. Per questo dico che la prima vittoria dell’Ucraina sulla Russia è stata all’Eurovision».
Il riferimento è al 2022, quando poche settimane dopo l’invasione russa, il gruppo ucraino Kalush Orchestra vinse l’edizione del festival che si teneva a Torino. Perchè è stato così importante?
«Da vent’anni l’Eurovision ha un ruolo decisivo nel definire l’identità dei Paesi dell’Est Europa. Inoltre da quanto nel 2004 la cantante Ruslana ha dato all’Ucraina la prima vittoria, diventando un’icona della Rivoluzione arancione, il festival è un terreno di scontro simbolico fra l’Ucraina e la Russia. Mentre la torre della televisione veniva bombardata, Kiev lavorava per ottenere l’esclusione di Mosca dalla competizione: quella è stata la prima vittoria. Poi ha trionfato: ma non – come pure è stato detto – perché era sotto le bombe: ha vinto perché era già una potenza a livello di immagine. Proprio grazie all’Eurovision, negli anni precedenti era riuscita a posizionarsi nell’immaginario europeo».
In questa sfida per l’immaginario le democrazie liberali sono più attrezzate di regimi come Russia o Cina, la cui propaganda proietta un messaggio di monolitica compattezza?
«Ci deve essere coerenza tra i tuoi valori e lo strumento che utilizzi. Sia la Russia che la Turchia hanno fatto enormi investimenti per imporsi all’Eurovision, ma quella manifestazione parla a un pubblico molto attento ai diritti, un canale sbagliato per ciò che i due Paesi rappresentano. La Cina di Xi Jinping o l’India del nazionalista Narendra Modi sono esempi di Stati che comunicano soprattutto verso l’interno, spesso in modo propagandistico o militaristico, e così perdono la capacità di proiettare messaggi efficaci all’esterno. Ma questo non significa che i regimi autoritari non possano essere portatori di idee diverse: penso alle telenovele turche, che non rappresentano certo i valori di Erdogan, ma che il presidente turco è riuscito abilmente a sfruttare».
I protagonisti del cartoon Masha e Orso, di produzione russa
Chi ha conquistato davvero il mondo è la Corea del Sud: dai fan del K-Pop, all’Oscar per Parasite, alle serie culto come Squid Game. Come se lo spiega?
«La Corea del Sud aveva un obiettivo chiaro: affascinare gli Stati Uniti, l’alleato che la difende. La strategia è stata mostrarsi il più simile possibile a loro, ma con un messaggio meno patinato e più complesso, che fa vedere anche i propri lati oscuri. Già il primo fenomeno coreano, la hit Gangnam Style, era in realtà una provocazione contro l’ipermaterialismo. Oggi il successo di immagine della Corea del Sud è enorme, eppure non è detto che questo stia funzionando dal punto di vista della sicurezza: per la prima volta la maggioranza dei coreani vorrebbe che il Paese acquisisse armi nucleari per difendersi. Il che dimostra che anche quando la geopolitica pop è efficace, di fronte alla prospettiva di guerre reali, può non bastare».
Si parla di declino della superpotenza americana, ma dal punto di vista della cultura pop – da Hollywood all’Nba – il primato pare ancora assoluto. È così?
«La predominanza resta. Gli Stati Uniti hanno praticato la geopolitica pop prima di tutti, la Guerra Fredda è stata vinta anche con il rock and roll e con i film di Hollywood. Però il mondo si trasforma: ci sono Paesi cosiddetti in via di sviluppo che hanno una popolazione giovanissima e che cambia molto rapidamente riferimenti culturali».
E l’Italia, con la sua ricchezza culturale, come se la gioca?
«La nostra rappresentazione in passato ha funzionato bene, ma anche per i legami che abbiamo con gli Stati Uniti o con la Russia. Ora però siamo in un mondo multipolare, in cui bisogna parlare con Cina, India e Nigeria, Paesi con cui non c’è conoscenza reciproca e dove il Rinascimento compare sì e no in una lezione a scuola. Su questo ci manca una strategia».
Abbiamo però i Maneskin...
«Sarebbe interessante capire se vengono percepiti come italiani:nel mondo del rock non è sempre così».
E per i genitori orfani di Masha e Orso? Consiglierebbe Pinocchio o qualche altro film Disney? Nessun prodotto culturale è neutrale...
«L’importante è sempre sapere che esistono spesso dei messaggi sotto la superficie, e non esserne soggetti passivi».