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Per farmi passare la fame ho inventato Just Eat

ANP 
Vent’anni fa l’olandese Jitse Groen fondò quella che oggi è l’azienda di cibo a domicilio più grande d’europa. E fa una cosa piuttosto rara: rispetta le leggi e assume i rider. Intervista
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AMSTERDAM. Se gli parli di riders, Jitse Groen ti corregge. Da Just Eat Takeaway.com, l’azienda di consegna cibo più grande d’Europa che ha fondato lui vent’anni fa, li chiamano meno romanticamente corrieri o autisti. Ma soprattutto, smentendo la leggenda fondativa del settore per cui sarebbe impraticabile farlo senza fallire, tende ad assumerli. Non perché questo quarantacinquenne che ha studiato informatica è buono, ma perché rispetta la legge in un’industria che tende a fregarsene. Così anche Just Eat negli Stati uniti continua a usare freelance, mentre in Italia, e nella maggioranza dei venti Paesi in cui opera, impiega i lavoratori. Anche se la concorrenza non lo fa e quindi gareggia svantaggiato – perché evitare le scorciatoie tendenzialmente non paga. Tanto meno in un’industria in cui Travis Kalanick, il fondatore di Uber, rivendicava che «non puoi essere un disrupter, un innovatore radicale, senza essere uno stronzo».

AMSTERDAM. Se gli parli di riders, Jitse Groen ti corregge. Da Just Eat Takeaway.com, l’azienda di consegna cibo più grande d’Europa che ha fondato lui vent’anni fa, li chiamano meno romanticamente corrieri o autisti. Ma soprattutto, smentendo la leggenda fondativa del settore per cui sarebbe impraticabile farlo senza fallire, tende ad assumerli. Non perché questo quarantacinquenne che ha studiato informatica è buono, ma perché rispetta la legge in un’industria che tende a fregarsene. Così anche Just Eat negli Stati uniti continua a usare freelance, mentre in Italia, e nella maggioranza dei venti Paesi in cui opera, impiega i lavoratori. Anche se la concorrenza non lo fa e quindi gareggia svantaggiato – perché evitare le scorciatoie tendenzialmente non paga. Tanto meno in un’industria in cui Travis Kalanick, il fondatore di Uber, rivendicava che «non puoi essere un disrupter, un innovatore radicale, senza essere uno stronzo».

In una sala riunioni della nuova sede con vista sul porto di Amsterdam che fino a pochi mesi fa ospitava Booking.com, altro campione tecnologico olandese, e dalla cui terrazza hanno testato la prima consegna via drone di un pranzo completo da un ristorante sull’altra sponda del fiume, parliamo con Groen di come immagina il futuro del food delivery, di come il mercato italiano sia diverso dagli altri e in cosa consista la via europea al successo imprenditoriale.

Come le è venuto in mente, nel lontano 2003, di scommettere sulla consegna a domicilio del cibo?

«Perché avevo fame! (lo dice in italiano, ridendo, da studente l’ha studiato durante un periodo a Roma, ndr). No, sul serio: perché noi olandesi non siamo molto bravi a cucinare e qui piove molto. Due condizioni ideali per spingere a farsi portare il cibo a casa. Praticamente l’opposto di quel che succede da voi, ragione per cui in Italia fatichiamo di più».

L’industria in cui opera aveva, e ha, una pessima reputazione rispetto alle condizioni dei lavoratori. Poi nel 2020 è arrivata la vostra decisione: assumere i corrieri. Voleva smentire i critici?

«Ma no, è più semplice e meno eroico di così. Sono forse vecchia maniera, ma tendo a non violare la legge. Fosse per me, io penso che i corrieri debbano avere delle protezioni. Ma in America e Canada, dove la legge lo consente, continuiamo a usare lavoratori autonomi perché altrimenti non potremmo competere. Per lo stesso motivo a marzo siamo tornati sui nostri passi in Gran Bretagna, trasformando 1.800 nostri dipendenti in autonomi. In Europa continentale, invece, la legge non lo consente. E siamo felici che sia così. Poi certi Paesi sono bravi nel farla rispettare e altri, come l’Italia, no. Quindi si crea un’area grigia nella quale i lavoratori devono rivolgersi alla magistratura per far rispettare i loro diritti. E siccome la giustizia è lenta, ci mettono un sacco di tempo per ottenere una sentenza. I nostri concorrenti se ne approfittano e, finché potranno, non assumeranno».

Ma questa è la procedura standard di Big tech, che campeggia anche in certi slogan tipo “muoviti alla svelta e rompi le cose” perché è meglio scusarsi dopo aver fatto danni che perdere tempo nel chiedere il permesso. Invece di aspettare l’ultimo minuto utile lei invece ha deciso di fare diversamente. Ripeto: perché?

«Potrei farmi bello ma insisto: non è necessariamente una decisione etica. In Olanda e Germania la legge è chiara. Così come in Spagna, dove i manager di un nostro concorrente (oltre ad aver preso 60 milioni di euro di multe, ndr) hanno rischiato di finire in prigione per non averla rispettata. Anche in Italia lo sarebbe, ma spesso non la si fa rispettare e vengono fuori situazioni di caporalato con cui non vorremmo mai avere a che fare. In ogni caso è in discussione una nuova direttiva tra parlamento e Commissione europea che dovrebbe unificare il quadro giuridico per tutta la Ue. Noi ci siamo solo portati avanti».

Quanto vi è costato?

«Assai. Diciamo che tra assicurazione, contributi, sindacalizzazione, il fornire bici o ebike ai lavoratori i nostri costi sono del 50 per cento superiori rispetto alla concorrenza. Una cosa è aprire un hub, un luogo di lavoro, altra e dare un’app a gente che aspetta per strada facendo tutto in autonomia, compreso il fornire la propria bici e assumersi il rischio di non fare nemmeno una consegna. Da voi un nostro fattorino, per una media di 20 ore, guadagna sui 1.100 euro al mese. Avremmo potuto investire tutti quei soldi in pubblicità. Il mercato finanziario non ha particolarmente apprezzato la mossa perché per la Borsa l’importante è fare soldi. Fortunatamente però delle nostre due linee di attività, la consegna al cliente e il marketplace, ovvero il rapporto con i ristoranti per ampliare il loro pubblico, questa seconda è molto redditizia e ci ha permesso di reggerne il peso».

È troppo dire che lei è un campione della gig economy critico della gig economy? Risale a due anni fa un diverbio tweet in cui, al Ceo di Uber che le dava consigli un po’ paternalistici, rispondeva «Inizia a pagare le tasse, salario minimo e contributi prima di dare consigli su come gestire un’attività...».

«Non ho niente contro la flessibilità della gig economy: è bellissimo poter decidere quando lavorare. Ma ciò deve stare assieme a qualche forma di protezione, altrimenti non funziona. Quanto al famoso scambio social, Khosrowshahi (il Ceo di Uber, ndr) è una persona simpatica e l’azienda, nonostante una formidabile attività di lobbying, ha fatto progressi. Mi sembra che ora cerchi meno di eludere la legge».

Esiste un modo europeo di essere imprenditore tecnologico?

«Credo di sì ma, alla fine, se vuoi crescere i soldi veri, dal capitale di rischio al private equity, sono sempre americani. Quindi devi convincere loro. Anche oggi la quasi totalità dei nostri finanziamenti vengono dall’America».

Quali sono i vostri mercati migliori e quali i peggiori?

«I più grandi sono senz’altro Gran Bretagna, Olanda e Germania. E vanno molto bene anche Belgio e Svizzera. I motivi, oltre alla cultura gastronomica e al clima che citavo all’inizio, hanno a che fare col fatto che i Paesi del Nord tendono a essere più ricchi, quindi disposti a spendere di più in cambio di non dover cucinare. Quanto a penetrazione, la percentuale di popolazione che serviamo, e frequenza, il numero di volte che ordinano, gli olandesi fanno circa il doppio degli italiani».

Qualche altro numero?

«A spanne, il 40 per cento degli olandesi a cadenze variabili ordina con noi contro il 20 dei tedeschi e il 6 per cento degli italiani. Mi piacerebbe che il nostro cliente tipo facesse tre ordini al giorno, quindi mille all’anno, ma la realtà è che la media globale, per ora, si attesta sui 15. C’è dunque un ampissimo margine di miglioramento».

E come pensate di crescere?

«Ad esempio andando oltre al cibo, che ha il limite di dover essere portato caldo. Problema che spesa e merci diverse, tipo cavi, caricatori e altri accessori elettronici non hanno e su cui puntiamo di espanderci».

Immagina un futuro in cui la cucina sarà una stanza inutile perché verrà esternalizzata a servizi come il vostro?

«Prevedo solo che la gente avrà sempre meno tempo per cucinare e per lavare i piatti, quindi le richieste cresceranno. E, grazie all’intelligenza artificiale che ottimizzerà il tutto, basterà dire “voglio un caffè” per vederselo recapitato a casa entro 20 minuti per 2 euro. Che da voi è tanto, ma qui è la metà del prezzo in un buon bar».

Che non siate già più un servizio di nicchia si desume dal fatto che possiate permettervi spot in tv…

«Abbiamo iniziato con la pubblicità su Google, che costava meno ed era più facile capire se funzionava o no. Man mano che crescevamo, e dal momento che non produciamo beni che si vedono ma servizi, abbiamo capito che dovevamo farci conoscere in maniera più popolare. Il nostro pubblico, demograficamente parlando, assomiglia molto a quello dei tifosi di calcio. Da qui la sponsorizzazione della Champions League e lo spot con Christina Aguilera che è costato molto ma, diviso per 90 milioni di clienti globali, acquista senso».

E droni e robot?

«I primi li impiegheremo in zone suburbane o in Paesi meno densamente popolati di quelli europei. I secondi li usiamo già in America per consegnare all’interno dei campus. Immagino piuttosto che la nostra rete di corrieri si integrerà sempre più con chiunque abbia bisogno di logistica. Non fa bene a nessuno, né al business né alle città, duplicare il numero di persone in giro per consegnare cose».

Corre l’obbligo di rimarcare che, nel corso di tutta l’intervista, Groen non ha mai detto che la sua missione sia “rendere il mondo un posto migliore” o qualche variazione del trito slogan tanto in voga nella Silicon valley. Vuole fare soldi provando a restare un essere umano decente. Nel crollo del valore del suo patrimonio personale da 1,2 miliardi di dollari, nell’ottobre 2021, ai 350 milioni dell’estate scorsa mi piace immaginare che abbia avuto un ruolo anche l’aver fatto la cosa giusta in un mercato che ricompensa quelle sbagliate. Ma, con ogni probabilità, è solo la conseguenza della scomparsa dell’effetto pandemico. Anche gli olandesi, senza lockdown, talvolta fanno la spesa.

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