L’impronta dimenticata che porta al mostro di Firenze
di Marco Cicala29 luglio 1984, Pia Rontini e Claudio Stefanacci vengono uccisi a Vicchio. Sulla scena del crimine furono rinvenute diverse impronte ( Fotogramma / Giacominofoto )
(fotogramma)Maremmano residente in Brianza, Antonio Segnini produce software, ma nel tempo libero studia accanitamente il caso del Mostro di Firenze. Lo fa da tredici anni. Blogger, poi youtuber, ha ora ricostruito l’infernale garbuglio in un libro di 460 pagine, Quando sei con me il Mostro non c’è. Titolo a tutta prima criptico, ma che ci verrà spiegato. Segnini, classe 1954, è un ricercatore scrupoloso fino alla pignoleria. Come quelle di chiunque altro, anche le sue idee possono – e debbono – essere discusse, però il contraddittore incontrerà in lui un dialettico affilato e ben documentato, un osso duro. Tanto più adesso che, dopo averla a lungo evocata online, Segnini si è librato nero su bianco in una tesi shock da far accapponare la pelle o mettere le mani nei capelli alla ipersuscettibile community dei “mostrologi” internettiani come al folto pubblico degli appassionati di crime.
Antonio Segnini e la cover del suo libr…
Maremmano residente in Brianza, Antonio Segnini produce software, ma nel tempo libero studia accanitamente il caso del Mostro di Firenze. Lo fa da tredici anni. Blogger, poi youtuber, ha ora ricostruito l’infernale garbuglio in un libro di 460 pagine, Quando sei con me il Mostro non c’è. Titolo a tutta prima criptico, ma che ci verrà spiegato. Segnini, classe 1954, è un ricercatore scrupoloso fino alla pignoleria. Come quelle di chiunque altro, anche le sue idee possono – e debbono – essere discusse, però il contraddittore incontrerà in lui un dialettico affilato e ben documentato, un osso duro. Tanto più adesso che, dopo averla a lungo evocata online, Segnini si è librato nero su bianco in una tesi shock da far accapponare la pelle o mettere le mani nei capelli alla ipersuscettibile community dei “mostrologi” internettiani come al folto pubblico degli appassionati di crime.
Antonio Segnini e la cover del suo libro Quando sei con me il Mostro non c’è
Tutto parte da alcune impronte digitali. Vennero ritrovate sull’auto nella quale Pia Rontini (18 anni) e il fidanzato Claudio Stefanacci (21) si erano appartati il 29 luglio ’84, quando furono uccisi su una piazzola in località Vicchio, a una quarantina di chilometri da Firenze. Nelle interminabili indagini sulla serie omicidiaria, di impronte digitali ne vennero repertate diverse, ma sul momento furono giudicate inutilizzabili ai fini investigativi. Recenti esami hanno consentito di rivedere tale giudizio, e su di essi Segnini impernia ora un’ipotesi che getterebbe una luce inedita su un personaggio non estraneo alla vicenda, ma almeno parzialmente sfuggito alla giustizia. Un’ipotesi che, se confermata, potrebbe contribuire ad orientare in una nuova direzione la ricerca della verità storica. Non la verità giudiziaria, che nel caso specifico sarebbe inscalfibile, essendo il personaggio in questione trapassato da oltre vent’anni.
Segnini, ci spieghi bene il rompicapo delle impronte.
«Nel 2016 la Procura di Firenze incaricò la Scientifica di confrontare le impronte messe agli atti con quelle di alcuni sospettati».
Molti dei quali già scomparsi da anni: Pacciani, condannato, poi assolto e deceduto in attesa di un nuovo processo; e il suo complice Mario Vanni, che prese l’ergastolo ed è morto nel 2009.
«Sì, ma mi permetta subito qualche precisazione tecnica importante».
Prego.
«Quelle repertate nel dossier sul Mostro sono impronte che non possono essere utilizzate per una ricerca automatica nel database della Polizia. Perché si tratta di impronte incomplete, tutte troppo parziali per consentire al computer di fornire risposte. Le stesse impronte possono invece servire per confronti diretti, visivi, con quelle di sospettati in modo da valutarne o meno la compatibilità. È questo tipo di esame che venne commissionato alla Scientifica. Il magistrato non sapeva quali impronte di sospettati fossero disponibili per il raffronto, ma fece un elenco che comprendeva tra gli altri i nomi di Pietro Pacciani, Mario Vanni, Francesco Vinci, Giampiero Vigilanti, Salvatore Vinci e Giancarlo Lotti. La Scientifica aveva le impronte dei primi quattro, con le quali il confronto diede esito negativo. La stessa verifica non fu però effettuata con le impronte degli ultimi due, Salvatore Vinci e Giancarlo Lotti, non presenti nel database».
Ci torneremo. Ora riandiamo alla scena del crimine.
«Sulla Panda di Vicchio furono individuate cinque impronte digitali. Si trovavano sulla cornice superiore dello sportello destro, lato passeggero, quello da cui l’assassino sparò attraverso il finestrino. Una era meno incompleta delle altre e dunque utilizzabile per confronti diretti».
Nel suo ragionamento, quelle impronte si capiscono meglio se associate ad altre due ritrovate sulla fiancata destra della macchina.
«Queste non erano impronte digitali, ma di ginocchia. Come se, sparando, l’assassino avesse puntato le ginocchia sullo sportello impolverato imprimendoci sopra due tracce di forma ovale».
Con le ginocchia si appoggiò alla portiera, con la mano libera afferrò la cornice dello sportello e con l’altra mano sparò.
«Questa è la mia ricostruzione. L’impronta delle ginocchia ci dice che era alto sul metro e ottanta e la posizione delle impronte digitali che aveva sparato con la mano sinistra».
È il ritratto di Giancarlo Lotti.
«La statura corrisponde. E Lotti, per sua esplicita ammissione, era mancino. Benché sapesse usare anche la destra».
Lotti, detto “il Katanga”, fu dapprima ascoltato come testimone, poi si trasformò in pentito confessando di aver partecipato ad alcuni degli omicidi, ma facendo solo da “palo” ai cosiddetti “compagni di merende”, Pacciani e Vanni. Si beccò una condanna a 26 anni. È morto nel 2002. Lo avevano tra le mani ma non si accorsero che era lui il “vero mostro”? Possibile?
«La mia idea è che la fece franca camuffando il suo ruolo di serial killer unico in quello di complice secondario degli innocenti Vanni e Pacciani».
La fece franca fino a un certo punto. Al momento della condanna Lotti aveva sessant’anni. Come minimo sarebbe uscito a ottanta.
«Sperava gli andasse meglio. In ogni caso, visto come si erano messe le cose, l’importante per lui era ridurre i danni, evitando carcere duro ed ergastolo».
Lotti era un emarginato, un alcolista, aveva problemi di impotenza. I compaesani lo consideravano lo scemo del villaggio. E i periti scrissero: «Il suo patrimonio intellettivo non appare certo brillante».
«Ma quegli stessi periti parlarono di “astuzia del contadino che batte quella dell’intellettuale”. In lui videro un soggetto complesso, dotato di buona memoria e attenzione, nonché di abilità di comprensione e gestione dei problemi pratici. Ma soprattutto notarono che si portava dentro una notevole carica di rabbia e che aveva le caratteristiche di un potenziale serial killer».
Gli inquirenti non lo inchiodarono, non ci provarono nemmeno, perché altrimenti il castello accusatorio contro Pacciani e poi contro i “compagni di merende” sarebbe venuto giù?
«Non voglio dire che lo abbiano fatto di proposito. Forse non capirono. Erano talmente orientati su quello scenario che non gli sembrò possibile che il Mostro di Firenze potesse essere Giancarlo Lotti».
Ammettiamo che abbia giocato al finto tonto. Lei però ne fa un genio del crimine. Uno che per un quarto di secolo riuscì a gabbare investigatori, magistrati, avvocati. Tanta gente. Forse troppa.
«Non fu un genio criminale, furono casomai le indagini a dimostrarsi lacunose, pasticciate, piene di errori».
Ecco, appunto. All’epoca, lo sappiamo, le scene del crimine non erano preservate come avviene oggi. Venivano calpestate, inquinate da presenze d’ogni genere: forze dell’ordine, giornalisti, fotografi, curiosi… Le famose impronte a cui lei si appiglia potrebbero essere state lasciate da uno di questi soggetti, e non dall’assassino.
«Non lo si può escludere. Ma sulla base di quanto ho potuto ricostruire non furono lasciate né da chi scoprì i cadaveri né dai carabinieri giunti appena dopo sul posto. E comunque solo il confronto con le impronte dei sospettati mancanti potrebbe aiutare a fugare tali dubbi».
Lotti finì in carcere. È immaginabile che non gli siano state prese le impronte?
«Penso proprio di no. Ritengo che si trovino da qualche parte e che possano essere recuperate. Stranamente, però, finora nessuno si è mosso».
Lei scarta l’ipotesi che Salvatore Vinci sia stato il serial killer, ma le sue impronte?
«Furono recuperate in un secondo momento dai carabinieri che lo avevano arrestato nel 1986. Il confronto dette risultato negativo».
C’è comunque un altro aspetto che può far apparire temeraria la sua tesi su Lotti. Secondo lei “il Katanga” non fu soltanto il “vero” Mostro, ma agì sempre da solo.
«O tutt’al più accompagnato dall’amico Fernando Pucci, ma soltanto in alcuni sopralluoghi».
A suo avviso, per quanto avesse problemi con le donne, Lotti non andrebbe considerato un “lust murderer”, ossia qualcuno che ammazza per ricavarne piacere sessuale. Perché?
«Dopo un primo delitto compiuto per una sorta di gelosia malata nel 1974, si mise a uccidere, sette anni più tardi, perché era un frustrato. Voleva rivalersi sulla propria condizione di emarginato, leggere di sé sui giornali, impressionare il pubblico. D’altronde negli omicidi non interagiva fisicamente con le vittime femminili».
Come no? Ne mutilava il pube, il seno sinistro, e se li portava via! Più interazione di questa…
«Penso che praticasse le escissioni non già per gusto o per conservare le parti asportate come feticci, ma per aumentare l’orrore e il clamore degli omicidi. Probabilmente se ne sbarazzava prima ancora di tornare a casa».
Lei fornisce possibili risposte a molti dei massimi quesiti di questa vicenda. Gli interessati le valuteranno. Però torniamo un attimo a Pacciani, detto “il Vampa”. In primo grado venne condannato all’ergastolo su base indiziaria. Ma su di lui pesavano una notevole massa di indizi e due precedenti mica da poco: una condanna per omicidio nel ’51 e una seconda per stupro sulle figlie. Era un tipo brutale, astuto, iracondo, dalla sessualità vulcanica e violenta, molto temuto nel contado. A confronto, Lotti era una figura incolore.
«La mia convinzione è invece che volesse apparire così e che in quel modo riuscì a ingannare tutti».
Per lei, lo ha scritto, quella di Lotti unico e solo assassino è ormai una “convinzione ferrea”. Se domani le impronte fossero esaminate e non risultassero appartenere al “Katanga”, che ne sarebbe della sua “convinzione ferrea”?
«È una domanda che mi sono posto, ma alla quale non è il momento di rispondere. Il confronto deve essere comunque fatto, dopodiché trarrò le mie conclusioni».
Terminiamo sul titolo del libro, che è lo stesso del suo canale YouTube. Ce lo spieghi.
«“Quando sei con me il mostro non c’è” è una frase che Giancarlo Lotti disse a una ragazza, Alessandra Bartalesi, con la quale avrebbe voluto appartarsi. Le propose di farlo sulla piazzola dove era stato commesso il duplice omicidio di Baccaiano. Ma lei rifiutò, aveva paura: “Non mi piace fermarmi lì dove c’è stato il Mostro”. Di rimando Lotti la tranquillizzò: “Quando sei con me il Mostro non c’è di sicuro”. Secondo me quella frase aveva il valore di una confessione».
Sul Venerdì del 5 gennnaio 2024