Quella dei robot è una storia che parte da lontano
di Alba SolaroMazinger Z, ideato da Go Nagai (1972)
Alla fine, quasi tutte le mostre e i libri e le rassegne sui robot si riducono essenzialmente a un’unica faccenda: capire che cosa significa essere umani. Anche Berta Páramo, pluripremiata illustratrice spagnola con un debole per la scienza, quando racconta il suo bel libro Robotland (pubblicato in Italia da L’Ippocampo) spiega che a spingerla non era stata la voglia di disegnare l’evoluzione storica degli automi: «Cercavo un approccio meno convenzionale. Allora sono partita da una domanda: «Perché costruiamo i robot? Cosa vogliamo da loro?».
Cercare la risposta si è rivelato un viaggio avventuroso, e il libro ora ha ispirato anche una mostra interattiva dallo stesso titolo, Robotland, visitabile fino al 17 marzo al Tenoha di Milano, mega concept store giapponese in zona Navigli. Se non avete mai visto un robot dal vivo è una buona occasione. Anche perché diversi modelli esposti non vengono più prodotti, come Asimo, il simpatico automa umanoide della Honda che venne immortalato mentre…
Alla fine, quasi tutte le mostre e i libri e le rassegne sui robot si riducono essenzialmente a un’unica faccenda: capire che cosa significa essere umani. Anche Berta Páramo, pluripremiata illustratrice spagnola con un debole per la scienza, quando racconta il suo bel libro Robotland (pubblicato in Italia da L’Ippocampo) spiega che a spingerla non era stata la voglia di disegnare l’evoluzione storica degli automi: «Cercavo un approccio meno convenzionale. Allora sono partita da una domanda: «Perché costruiamo i robot? Cosa vogliamo da loro?».
Cercare la risposta si è rivelato un viaggio avventuroso, e il libro ora ha ispirato anche una mostra interattiva dallo stesso titolo, Robotland, visitabile fino al 17 marzo al Tenoha di Milano, mega concept store giapponese in zona Navigli. Se non avete mai visto un robot dal vivo è una buona occasione. Anche perché diversi modelli esposti non vengono più prodotti, come Asimo, il simpatico automa umanoide della Honda che venne immortalato mentre giocava a calcio con Barack Obama durante una visita ufficiale in Giappone. Asimo era strepitoso; capace di correre, saltare, anche su una gamba sola, muoversi su terreni scoscesi, riconoscere fino a tre persone contemporaneamente, assistere umani con problematiche di mobilità; purtroppo era costosissimo e così si è preferito mandarlo in pensione.
Stessa sorte toccata ad Aibo, il mitico cagnolino robot che la Sony lanciò nel 1999. Carino e coccoloso «e per di più, non serve portarlo fuori», puntualizza Páramo. Non viene più prodotto dal 2006, se si guasta tanto vale rivolgersi alla società A-Fun che organizza funerali per robot e recupera gli “organi” buoni per altri modelli. E la cerimonia d’addio potrebbe essere affidata a Pepper, il robottino “umano” lanciato dalla SoftBank Robotics nel 2014, in grado di leggere le emozioni e reagire di conseguenza; ha esperienza in materia, tempo fa gli hanno fatto celebrare un funerale buddhista, ha letto i sutra e suonato il tamburo cerimoniale con indosso la tonaca, come un vero monaco.
Il robot Maria nel film Metropolis di Fritz Lang (1927)
Gli antenati
Che non ci siano limiti a quel che le macchine intelligenti possono fare lo sappiamo, è da lì che nasce il doppio filo della fascinazione e del timore. Ma quello che si scopre di affascinante andando a spasso per Robotland è «che l’uomo ha immaginato i robot molto tempo prima di cominciare a progettarli». Parliamo di millenni. «In storie antiche come l’Iliade di Omero», racconta Berta Páramo dalla Spagna, «si menzionano le Ancelle d’oro create da Efesto, il dio del fuoco, per aiutarlo nella sua fucina. Ma un’antenata vera è l’ancella automatica ideata da Filone di Bisanzio nella Grecia del terzo secolo avanti Cristo. Filone era uno straordinario ingegnere, probabilmente è a lui che dobbiamo l’invenzione della molla, del mulino ad acqua».
La sua cameriera meccanica era in grado di mescere acqua e vino ai commensali, in fondo non tanto diversa da cobot (collaborative robot) come Foodly il robot nipponico che sa servire gli spaghetti e riempire i vassoi delle mense.
Senza sentimenti
Dare a questi dispositivi meccanici una forma umana che li faccia sembrare dotati di pensiero e sentimento non è dunque il risultato di una cultura contemporanea attraversata dalla fantascienza, dal cinema, ma un fenomeno antico che risponde in parte anche alla domanda iniziale: perché costruiamo robot?
Páramo riassume la genealogia robotica in tre categorie: «Simulacra, ovvero i nostri tentativi di giocare a essere Dio, imitare la natura; penso ad androidi come Alter 2, che si può vedere in mostra, progettato nel 2016 per studiare ed imitare il comportamento di chi gli sta di fronte. Alter archivia tutti i movimenti che vede per poi svilupparne di suoi, basati sui suoi ricordi, come se li sognasse».
La seconda categoria, quella forse più diffusa, è «Servitutem, perché è molto umana la volontà di non faticare e far fare il lavoro ad altri; infine Ostentationem, il gusto per l’intrattenimento e la voglia di stupire».
Possiamo immaginare queste tre categorie come linee della metropolitana da prendere per scendere alla fermata che uno vuole, Robotland infatti è concepito come una vera e propria mappa piena di sorprese. Una delle prime è imparare che la parola robot non l’ha inventata uno scienziato ma un pittore ceco, ai primi del Novecento. Josef Capek la suggerì al fratello Karel, noto scrittore e drammaturgo, sette volte candidato al Nobel per la letteratura, che la usò per il testo R.U.R. I robot universali di Rossum.
La parola viene dal ceco robota, che significa servitù, lavoro forzato. Il dramma racconta infatti di un mondo dove esseri artificiali privi di sentimenti ma simili agli umani vengono creati per lavorare in fabbrica. Poi la situazione sfugge di mano. Suona familiare, vero? Al centro del dibattito contemporaneo ci sono proprio le macchine che potrebbero presto rimpiazzare ampie fette di manodopera umana, come i Digit, robot magazzinieri sviluppati dalla startup americana Agility Robotics sotto lo sguardo (e l’investimento) molto interessato di colossi come Amazon. «Il tema è sicuramente importante, ma va visto anche dalla prospettiva di quanto queste macchine poi sanno collaborare con noi, arrivare dove noi non possiamo andare, che ci assistano o che ci intrattengano.
Robot come DaVinci (della Intuitive Surgical) che agisce come le mani di un chirurgo quasi senza aprire il paziente; Perseverance (della Nasa) che ci fornisce informazioni su Marte; Shimon (del Georgia Tech Center for Music Technology) in grado di comporre musica». I prossimi Måneskin potrebbero infatti essere una band di automi: a Milano si può per esempio fare la conoscenza di Robbie Megabyte, sviluppato nel 2020 dall’Università di Sarajevo, già una rockstar in Serbia: canta e suona in una band di umani, i Dubioza Kolektiv, che lo hanno arruolato proprio per ironizzare su un futuro alla Westworld dove gli androidi finiranno col rimpiazzarci tutti. Attenti, peraltro ,alla prossima serie robo-apocalittica in arrivo, Fallout, su Prime in primavera.
Inizia lo spettacolo
A Robotland «la ricerca del divertimento è sempre stata un caposaldo» racconta l’autrice, «uno dei miei pezzi preferiti sono per esempio i “teatri automatici” di Erone di Alessandria, grande inventore del I secolo. Sono in sostanza il cinema degli antichi greci: un teatrino posto su un piedistallo, quando si tira una corda si apre il sipario e un raffinato meccanismo fa muovere elementi e cambiare le immagini». Nel National Museum of American History di Washington riposa invece il “Monaco” creato nel XVI secolo dal cremonese Janello Torriani per il re di Spagna, un vero e proprio monacello che cammina, prega, con una mano si batte il petto e con l’altra bacia il rosario.
Inquietante? Dovreste vedere la Tigre di Tipu, fatta costruire in India, nel 1792, dal sultano Fateh Ali Tipu per il suo diletto: un automa composto da un soldato britannico agonizzante che viene divorato da una tigre. Basta un giro di manovella e lo si vede alzare il braccio per chiedere inutilmente soccorso.
Tra pipistrelli droni, pesci-spia robot, teste pensanti e parlanti come Kismet, «forse il più spettacolare di tutti rimane l’Orologio elefante immaginato da Ismail al-Jazari nel XII secolo. L’elefante sostiene un’impalcatura con uomini, draghi, falchi; ogni mezz’ora quasi magicamente si mette in moto il meccanismo idraulico che attiva lo show con uno scriba che indica i minuti e il mahut alla guida dell’elefante che solleva un’ascia e suona il tamburo. Dovrebbero adottarlo all’Onu, per tutte le culture che riassume».
Sul Venerdì del 5 gennaio 2024