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Io sto con Fantozzi

Vacnze di Natale del 1983

 
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«E anche questo Natale… se lo semo levato dalle palle!» prorompe l’avvocato Giovanni Covelli. Belle feste abbiamo passato. Prima la scoperta del pandoro farlocco di Chiara Ferragni. Poi la riscoperta del cinepanettone rancido dei fratelli Vanzina. Sono passati quarant’anni da quel Vacanze di Natale che, nel dicembre 1983, inaugurò l’era delle pellicole pronto-uso sotto l’albero. La saga dei Covelli, appunto, i ricchi milanesi in pelliccia e Mercedes, e quella dei Marchetti, gli sfigati romani in Moon Boot e montone, tutti intruppati a Cortina in un frullatore vorticoso di frizzi, lazzi, rutti, peti e cachinni. La nuova “commedia all’italiana”, racconto sbracato e autoironico di un Paese al trapasso, dalla cappa opprimente degli anni di piombo all’iper consumo disimpegnato e gaudente degli anni 80.

«E anche questo Natale… se lo semo levato dalle palle!» prorompe l’avvocato Giovanni Covelli. Belle feste abbiamo passato. Prima la scoperta del pandoro farlocco di Chiara Ferragni. Poi la riscoperta del cinepanettone rancido dei fratelli Vanzina. Sono passati quarant’anni da quel Vacanze di Natale che, nel dicembre 1983, inaugurò l’era delle pellicole pronto-uso sotto l’albero. La saga dei Covelli, appunto, i ricchi milanesi in pelliccia e Mercedes, e quella dei Marchetti, gli sfigati romani in Moon Boot e montone, tutti intruppati a Cortina in un frullatore vorticoso di frizzi, lazzi, rutti, peti e cachinni. La nuova “commedia all’italiana”, racconto sbracato e autoironico di un Paese al trapasso, dalla cappa opprimente degli anni di piombo all’iper consumo disimpegnato e gaudente degli anni 80.

I cinefili dicono che quel primo film della serie fu passabile. I “Natali” che seguirono, in India o a Miami, ai Caraibi o su Marte, furono invece molto guardati ma inguardabili: un’orgia gratuita di battutacce e parolacce, trash e volgarità. Per il 40° compleanno del padre di tutti i cinepanettoni – oltre alle feste “in costume” dei morti di fama tra le nevi cortinesi – si registra addirittura un pensoso racconto del New York Times, dove Jason Horowitz fa a pezzi il genere: erano il simbolo di «edonisti e menefreghisti anni di fine secolo», e riflettevano «il consumismo e il sessismo dell’era di Berlusconi». Nello stesso articolo, viceversa, Aurelio de Laurentiis rimpiange il politicamente scorretto di quei corrivi vaudeville natalizi, di cui «la cupa stagione del #MeToo avrebbe oggi un disperato bisogno». Io sto con Horowitz, contro De Laurentiis. E rabbrividisco, quando sento Fratelli d’Italia e sottosegretarie leghiste alla Cultura che rendono omaggio «ai cinepanettoni della nostra gioventù».

Ma, anche qui, ogni tanto mi assale un dubbio cine-politico. Non sarà che, per bruciare quei filmacci della destra, abbiamo esagerato con i cine d’essai della sinistra? Ci sarebbe da scomodare Umberto Eco: gli “apocalittici” (pessimisti e convinti della natura aristocratica della cultura) e gli “integrati” (ottimisti e persuasi che è cultura tutto ciò che è popolare). Non lo farò. Ma mi viene in mente un magnifico saggio di Franco Cassano, L’umiltà del male (Laterza). La tesi è che abbiamo un disperato bisogno di un’élite colta e competente. Ma dobbiamo sapere che, nella partita contro il bene, il male parte sempre in vantaggio per la sua antica confidenza con le fragilità dell’uomo. Se vogliamo annullare quel vantaggio, dobbiamo riconoscerci in quella debolezza, invece di «presidiare cattedre morali sempre più inascoltate». In fondo, è un po’ quello che diceva un altro grande filosofo del ‘900, il ragionier Ugo Fantozzi: la Corazzata Potëmkin è una boiata pazzesca.

Sul Venerdì del 12 gennaio 2024

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