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Cartoline dal nuovo Zambia, che sembra la Cina

La fabbrica cinese Wonderful Group (foto di Valerio Bispuri)

 
Ristoranti di noodle, ipermercati con il simbolo del panda, catene di montaggio: diario di viaggio di un fotografo italiano nel Paese africano con il più alto numero di finanziatori cinesi dell’intero continente
3 minuti di lettura

Lusaka (Zambia). L’aeroporto è cambiato in questi quattro anni. Grazie ai soldi cinesi, da vecchio hangar è stato trasformato in un piccolo ma moderno scalo. Sono in Zambia per la terza volta per un lavoro fotografico sul mondo degli orfani e ne approfitto per un breve viaggio nella Cina africana: questo è il Paese con il più alto numero di finanziatori cinesi di tutto il continente. A prendermi è venuto padre Kizito: capelli e barba bianca, passo lento e occhi blu, è un prete comboniano che vent’anni fa ha aperto un centro per bambini di strada.

[[(gele.Finegil.StandardArticle2014v1) Cina-Russia, business e armi per ri-colonizzare i Paesi africani]]

Il traffico di Lusaka non è cambiato, immobile e caotico allo stesso tempo. Persone che vendono magliette, banane, pomodori o gelati passano tra le auto. Le scritte cinesi sono aumentate. Ad accompagnarci è Josef, un omone sulla cinquantina, sempre sorridente e ottimista, nonostante qualche tempo fa stesse per morire di Covid e da molti a…

Lusaka (Zambia). L’aeroporto è cambiato in questi quattro anni. Grazie ai soldi cinesi, da vecchio hangar è stato trasformato in un piccolo ma moderno scalo. Sono in Zambia per la terza volta per un lavoro fotografico sul mondo degli orfani e ne approfitto per un breve viaggio nella Cina africana: questo è il Paese con il più alto numero di finanziatori cinesi di tutto il continente. A prendermi è venuto padre Kizito: capelli e barba bianca, passo lento e occhi blu, è un prete comboniano che vent’anni fa ha aperto un centro per bambini di strada.

[[(gele.Finegil.StandardArticle2014v1) Cina-Russia, business e armi per ri-colonizzare i Paesi africani]]

Il traffico di Lusaka non è cambiato, immobile e caotico allo stesso tempo. Persone che vendono magliette, banane, pomodori o gelati passano tra le auto. Le scritte cinesi sono aumentate. Ad accompagnarci è Josef, un omone sulla cinquantina, sempre sorridente e ottimista, nonostante qualche tempo fa stesse per morire di Covid e da molti anni soffra di artrosi.

Il pulmino su cui viaggiamo è arrugginito e si apre solo da un lato. Mi accorgo che sul display le scritte sono in cinese: scoprirò poi che in Zambia è così in tutte le macchine. Ci muoviamo alla velocità di una bicicletta, a zig zag per evitare buche che sono crateri e dossi che sembrano piccole montagne.

Lungo la strada vediamo mucche e zebre che pascolano, e persone che camminano con grossi sacchi sulla testa o bambini attaccati dietro la schiena di mamme giovanissime. Mi sono sempre chiesto quale sia la loro meta, forse non ne hanno una vera e propria. La nostra è la Wonderful Group.

IN FABBRICA

La Wonderful Group è un’immensa fabbrica cinese. Un muro che sembra non finire mai circonda lo stabilimento dove lavorano diecimila persone. Producono sacchi in capannoni grandi come un campo da calcio, di una grandezza impressionante.

Dentro, con un perfetto stile cinese, lavorano tantissimi operai, sia cinesi che africani. Cuciono enormi sacchi bianchi senza sosta. La cosa che più mi colpisce, però, è che mentre fotografo, per una volta, nessuno mi chiede liberatorie o mi domanda il motivo per cui sto scattando delle foto.

Anzi, quando dico che mi piacerebbe farne alcune dall’alto, tutti si industriano: con una tavola di legno su un carrello mi sollevano fin quasi al soffitto.

Il mercato

Josef vuole assolutamente portarmi al “grande mercato cinese”. In realtà è una vera e propria cittadina. All’ingresso ci accoglie un enorme panda: dentro sembra di stare nella Cina degli anni Sessanta, con in più gli ippopotami in legno.

Tutto è bilingue, inglese e cinese. Josef si muove con disinvoltura e mi fa strada, prima in una profumeria che vende gioielli, poi in un ristorante fermo in un tempo indefinito con la cucina a vista caotica e decadente, il menù appeso alla parete con le foto del piatto e il costo in moneta locale.

Accanto c’è un piccolo supermercato che vende un po’ di tutto, con commessi cinesi e zambiani. Josef ride, a me sembra di stare in un Paese indefinito. Passiamo da un parrucchiere cinese che fa i capelli a una donna africana e poi in un negozio che vende e ripara cellulari e computer.

In uno degli spacci di carne, una grande cella frigorifera accumula merce piuttosto puzzolente. Ci sono i bagni e persino una chiesetta prima di arrivare al mercato vero e proprio, dove i prodotti locali sono esposti insieme a quelli cinesi in una sorta di grande bazar.

Mi muovo tra odori d’Oriente e profumi africani, tra colori sgargianti, magliette con stampato il volto del presidente dello Zambia, Hakainde Hichilema, e commercianti cinesi che mangiano con le bacchette comodamente seduti dietro il loro banco.

Buon appetito

Attaccati uno dietro l’altro, decine di fast food con i simboli della Cina. Il menu è composto essenzialmente da maialino in agrodolce e verdure zambiane al vapore, i tavoli sono talmente vicini che non si capisce a quale ristorante appartengano.

Noi decidiamo di mangiare nel primo ristorante che abbiamo visitato, quello con la cucina a vista. Difficile capire che cosa ordinare e infatti ci sbagliamo: Josef prende uno strano tipo di pasta, io un misto di pollo che pollo non sembra, e poi ravioli con un ripieno non meglio identificato.

Tutti sono estremamente gentili, e però il conto finale – scritto su un foglio pieno di scarabocchi dalla proprietaria cinese – è una vera follia per lo Zambia: sborsiamo l’equivalente di trenta euro.

Nel labirinto

La tappa finale è un ipermercato gigantesco, sempre cinese. Vende qualsiasi cosa esista in Zambia. Un po’ come quelli che ci sono anche da noi in Italia, ma moltiplicato per cento.

Esposti in corridoi infiniti ci sono anche piccoli gazebo a forma di casetta e vasche da bagno. Tutti i dipendenti indossano una maglietta rossa con una scritta cinese. Scattando foto mi sono perso Josef dentro questo mostro sterminato.

Lo chiamo al telefono. Dobbiamo prendere un appuntamento per riuscire a incontrarci e proseguire il nostro viaggio.

Sul Venerdì del 12 gennaio 2023

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