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Olimpiadi di Parigi: lo scrittore contro la sindaca

Folla di turisti davanti alla basilica del Sacro Cuore, in cima alla collina di Montmartre (Getty images)

 
È Anne Hidalgo la principale nemica della sua città: ne è convinto Benoît Duteurtre, che le ha dedicato un pamphlet velenosissimo. Con lui andiamo in cerca della Ville scomparsa
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Parigi. Il portoncino dal quale sbuca il signore con cui ho appuntamento sta soffocato tra il dehors di un caffè finto-retrò e il quattordicesimo negozio di souvenirs. Tanti ne ho contati lungo i 150 metri della Rue d’Arcole, accanto a Notre Dame. Forse un record. Perfino a Parigi, che nel 2023 si è saldamente riconfermata in testa alla classifica delle destinazioni turistiche mondiali con 15 milioni di visitatori. Alle Olimpiadi ne sono attesi altri 15, ma concentrati in poco più di due settimane. E tra i parigini – qualsiasi cosa significhi oggi tale denominazione – l’ansia o le incazzature prevalgono ampiamente sull’entusiasmo decoubertiniano. Perché i J.O. (Jeux Olympiques) andranno ad atterrare sul groppone di una metropoli che è stata la capitale del Diciannovesimo secolo e di almeno un quarto del successivo, ma – fin qui – ha indossato il Ventunesimo dimenandosi tra conflitti sociali, stragi, crisi di nervi, identità, idee. Però torniamo a Rue d’Arcole.

Quando, negli anni Ottan…

Parigi. Il portoncino dal quale sbuca il signore con cui ho appuntamento sta soffocato tra il dehors di un caffè finto-retrò e il quattordicesimo negozio di souvenirs. Tanti ne ho contati lungo i 150 metri della Rue d’Arcole, accanto a Notre Dame. Forse un record. Perfino a Parigi, che nel 2023 si è saldamente riconfermata in testa alla classifica delle destinazioni turistiche mondiali con 15 milioni di visitatori. Alle Olimpiadi ne sono attesi altri 15, ma concentrati in poco più di due settimane. E tra i parigini – qualsiasi cosa significhi oggi tale denominazione – l’ansia o le incazzature prevalgono ampiamente sull’entusiasmo decoubertiniano. Perché i J.O. (Jeux Olympiques) andranno ad atterrare sul groppone di una metropoli che è stata la capitale del Diciannovesimo secolo e di almeno un quarto del successivo, ma – fin qui – ha indossato il Ventunesimo dimenandosi tra conflitti sociali, stragi, crisi di nervi, identità, idee. Però torniamo a Rue d’Arcole.

Quando, negli anni Ottanta del Novecento, lo scrittore Benoît Duteurtre si stabilì in questa stradina dell’Île de la Cité «c’erano... c’erano... mi lasci ricordare... un bistrot, una farmacia, un salumiere, un giornalaio, un ottico, un panettiere. Tutti scomparsi. Sostituiti dai souvenirs». Beh, il fornaio è rimasto, eccepisco indicandogli l’insegna. «No» spiega «quello vende solo paninis». Nota del traduttore: in francese “paninì” non è il plurale di “paninò”, ma sostantivo singolare. Il dizionario Larousse lo definisce “sandwich di origine italiana, fatto con pane precotto da imbottire e mettere sulla piastra”. Nella misura del possibile, meglio evitarlo. Come la carbonarà, altresì detta carbò.

Sessantatré anni, originario di Le Havre, Benoît Duteurtre vive a Parigi dagli anni Ottanta. È uno dei testimoni più agguerriti del decadimento della città. (Getty images)

 

Molto più arduo dribblare invece la moltitudine che cinge d’assedio Notre Dame, inaccessibile, avvolta dalle impalcature dopo l’incendio dell’aprile 2019. «Attira più curiosi adesso che prima del rogo» assicura Duteurtre zigzagando nella folla. Con genio tipicamente francese, il trauma e la figuraccia della cattedrale incenerita sono stati ribaltati in positivo: il cantiere è diventato simbolo di rinascita, riscatto, orgoglio patriottico. Duecento metri di pannelli giganti con immagini, cifre, didascalie circondano il monumento ferito vantando urbi et orbi l’intrepida impresa dei restauratori.

La mostra all’aria aperta è stata finanziata da JCDecaux, colosso della comunicazione e dell’arredo urbano pubblicitario. Nel 2007, la multinazionale sponsorizzò il Velib’ – primo pionieristico bike-sharing cittadino – ed è uno dei partner privati con cui il Comune di Parigi duetta più cordialmente. Ma è anche tra le bestie nere di Monsieur Duteurtre, classe 1960, romanziere, musicologo, opinionista (Le Figaro, Le Monde diplomatique, Marianne...), erudito connoisseur della città, alla quale dedica interventi dove la vis polemica va a braccetto con un’inconsolabile nostalgia. Ancor prima che scrittore, Benoît Duteurtre si considera infatti membro di una comunità umiliata e offesa: quella dei pedoni. A suo dire, la capitale che nell’Ottocento inventò la figura del flâneur, il bighellone metropolitano, starebbe oggi dando il massimo per strangolarlo. Ad esempio seviziando i marciapiedi, stravolti dall’esondazione delle superfici commerciali, dalle neo-affissioni pubblicitarie, dalle ciclabili come dai perpetui transennamenti che condannano il bipede all’isteria del criceto nel labirinto. Non è una novità. «L’evento più importante nella seconda metà del XX secolo è la scomparsa dei marciapiedi» denunciava a suo tempo un altro impenitente pedone parigino, Emil Cioran. Lo riporta Duteurtre in un fortunato pamphlet uscito nel 2020: Les dents de la maire, letteralmente “I denti della sindaca”, la socialista Anne Hidalgo, ma l’ammiccamento, intraducibile in italiano, era a Les dents de la mer (“I denti del mare”), titolo francese del film di Spielberg Lo squalo. Hidalgo sta sbranando Parigi?

Riconfermata proprio quattro anni fa, un po’ fortunosamente, per un secondo mandato, la sindaca è un fenomeno della contemporaneità post-politica piuttosto paradossale. Nel senso che, al pari del presidente Emmanuel Macron, vince le elezioni, ma sull’onda di una robusta impopolarità. I sondaggi non le arridono e la pubblicistica contro di lei costituisce ormai un genere letterario a sé. Alle presidenziali del 2022 non è andata oltre l’1,7 per cento, peggior risultato di tutti i tempi per il semi-estinto Partito Socialista. Notre Drame de Paris, la chiamano i suoi accusatori. A cominciare da quelli raccolti intorno all’hashtag #SaccageParis (il Sacco di Parigi): decine di migliaia di arrabbiati – stando ai sempre opachi censimenti digitali – che fustigano quotidianamente il degrado urbano e le scelleratezze della municipalità, ma che quando hanno provato a protestare in piazza si sono ritrovati in quattro gatti. Contestatori da tastiera?

Ad ogni modo, per fare il contropelo alla gestione-Hidalgo, Benoît Duteurtre ha scelto un registro diverso: quello della satira e del grottesco. Nel suo libro, la sindaca assume le sembianze surreali di una fattucchiera, una diavolessa, un’arcigna maestrina che tormenta i sonni dell’autore con martellanti lezioni di civismo ecologico o solidaristico: «Hai forse qualcosa contro lo sviluppo sostenibile, eh?»; «Vogliamo parlare del surriscaldamento globale o della biodiversità che sta scomparendo? Tu ti lamenti, io agisco!»; «Te ne sei accorto o no che, per il tuo bene, nel quartiere del Marais ho fatto ridipingere le gallerie con i colori arcobaleno dell’anti-omofobia?».
Mentre tentiamo di deambulare nei pressi di casa sua (che, beffardamente, affaccia quasi sull’Hôtel de Ville, il fortilizio di Hidalgo), lo scrittore ammette: «È vero, io sono il prototipo del borghese, del privilegiato, uno che lavora nella cultura e ha la fortuna, ormai assai dubbia, di abitare nel cuore di Parigi. Però sono anche un cittadino che più ecologico non si potrebbe: mi muovo con i trasporti pubblici, non solo non ho la macchina, ma nemmeno la patente. Dovrei dunque salutare con giubilo le politiche di Madame Hidalgo. E invece, più va avanti e più questa amministrazione mi pare demenziale». Dalle virulente crociate anti-traffico («che hanno fatto esplodere il traffico») allo sterminio dei negozi di quartiere («la sinistra sembra ritenere più democratici i supermercati»), dalle bolle immobiliari agli spazi collettivi sfruttati come passerelle per le griffe del lusso («a giugno, il défilé di Louis Vuitton sul Pont Neuf ha fatto infuriare persino gli alleati ecologisti»). Nel cahier de doléances redatto da Duteurtre i capi di imputazione contro la sindaca non si contano, ma nel mirino c’è soprattutto l’uso propagandistico di una grande città trasformata in altoparlante di nobili cause, vetrina di mega-eventi, spettacolo non stop. Una città-slogan dove la dismisura della comunicazione, del marketing politico, dell’annuncite sembrano relegare nella subalternità il disbrigo degli affari ordinari: «Quasi che il Comune non dovesse più occuparsi della vita concreta degli abitanti, ma ergersi ad autorità morale, fabbrica della Virtù, simbolo del Bene planetario».

Tutto espresso con una neo-lingua in cui spadroneggiano concetti quali «mobilità dolce», «democrazia partecipativa», «vegetalizzazione» o «coronapiste» (le ciclabili ai tempi del Covid). Tutto incessantemente scandito da festosi raduni sportivi (Run my city; Jeux Mondiaux de la Diversité - X Gay Games...), hi-tech (Innovation Day), ambientali (Giornata dell’Aria, dell’Acqua), ludici (Le Carnaval Tropical de Paris) o conviviali: il “Brunch anti-gaspi”, la Colazione anti-spreco organizzata sulla piazza dell’Hôtel de Ville. In un suggestivo gioco di luci e striscioni, la facciata del palazzo comunale è un maxischermo sul quale si avvicendano senza sosta messaggi di sostegno per l’Ucraina, le donne maltrattate, i rifugiati, contro la pena di morte o le discriminazioni di genere.

«Più che l’atmosfera di mobilitazione e show permanenti» dice Duteurtre «il dramma è l’ubicazione delle iniziative. Parigi è provvista di luoghi idonei e stupendi per ospitare appuntamenti sportivi, concerti, manifestazioni. Perché dirottarli tutti in centro? Perché organizzare la cerimonia inaugurale delle Olimpiadi fin sotto la Tour Eiffel?». Il programma prevede 10.500 atleti in regata lungo la Senna, davanti a 500 mila spettatori, più gli 8 milioni attruppati nelle “fan zones”. Stanti le minacce terroristiche, gli strateghi del Comitato Olimpico lo hanno definito «Il più importante evento securitario mai realizzato al mondo in tempo di pace». Son soddisfazioni.

Il grande ingorgo

«Sa quel film distopico di Luigi Comencini, L’ingorgo? Beh, il centro di Parigi è uguale. Distopia in atto» continua Duteurtre. «La Mairie chiude al traffico grandi arterie, ma senza offrire alternative. E gli automobilisti che fanno? Cercano vie di scampo in strade più strette, creando intoppi-monstre e aumentando le nocività». La sindaca Hidalgo «tuona contro quella che chiama “la lobby automobilistica”. Ma da chi sarebbe formata? Dagli industriali o dagli automobilisti? Nel dubbio ci si accanisce su questi ultimi, sbarrando la circolazione alle macchine per favorire le due ruote». La transizione ecologica non si fa con uno schiocco di dita. E sui boulevard tira un’ariaccia da saloon: «Pare che il Comune intenda creare una nuova figura, l’inspecteur d’ambiance, una specie di mediatore per appianare i conflitti sempre più maneschi tra comunità stradali: automobilisti, ciclisti, monopattinisti, pedoni...».

Nel frattempo siamo giunti tra i padiglioni del Mercato dei Fiori, romantico residuo di una Parigi perduta, e come tale luogo a rischio eutanasia. «Hidalgo voleva sigillarlo sotto una cupola di vetro per farne una sorta di centro commerciale. A dissuaderla sono stati la pandemia e Carlo d’Inghilterra: durante la visita a settembre, il re ha ricordato alla sindaca quanto il Marché aux Fleurs fosse caro a sua madre Elisabetta. Non per niente dal 2014 le è stato intitolato. Commossa, Hidalgo ha rinunciato. Ma nei suoi piani c’è quello di trasformare l’Île de la Cité in una piattaforma turistica. Hanno già iniziato. L’Hôtel-Dieu è in via di smantellamento. Era il più antico ospedale parigino e l’unico rimasto nel centro storico. Ne ricaveranno alberghi, negozi, aree fooding...». Che cosa resti di gauche in tutto ciò è un dilemma che lasceremo alle cure dei teologi.

Intanto Parigi perde da un decennio oltre 12 mila abitanti ogni anno. Le peuple, il popolo (quello della volonté générale, ricordate?), lo avevano già sloggiato da un bel pezzo. Ora tocca alle classi medie. Che col carovita arretrano in banlieue. Oppure traslocano in provincia e tanti saluti. Il prezzo medio di un appartamento nella città intra-muros è di 10 mila euro al metro quadro se compri e di 30 euro al metro quadro per l’affitto mensile. Nella centralista Francia, l’anti-parisianisme, l’animosità verso il protagonismo della capitale, è un rancore che cova da secoli, «ma oggi, tra i giovani, Parigi sembra davvero aver perso ogni attrattiva, non è più un mito, se ne compatiscono gli abitanti» dice Duteurtre, che proviene da una blasonata famiglia di Le Havre, Normandia. Prima di congedarci c’è tempo per un’ultima osservazione: «Vede questa?» dice lo scrittore additando una delle grate rotonde che storicamente ricoprono la base degli alberi parigini. «Era un elemento dell’arredo urbano che coniugava funzionalità ed eleganza. Ma Hidalgo non lo sopporta. Ha deciso di rimpiazzarlo». Con cosa? «Mi segua. Le mostro». Facciamo qualche passo e ci fermiamo davanti a un’aiuola delimitata da quattro assi di legno appena installate, ma che già se ne vengono giù. Perché Madame odia tanto le grate? «Le trasmettono un senso di segregazione, di coercizione della natura. Sta abolendo anche le recinzioni dei giardinetti».

Qualche mese fa, dopo aver cinguettato a lungo, la sindaca ha mollato X, l’ex Twitter, con sdegno («È una vasta cloaca mondiale»), ma dando appuntamento ai suoi tifosi su Instagram e Facebook. L’unica inferriata che adora è il # cancelletto.

Sul Venerdì del 19 gennaio 2024

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