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Don Paolo Alliata, il prete che a Milano legge romanzi d’amore in parrocchia

Un dettaglio del Giardino dell’Eden (1530), dipinto di Lucas Cranach il Vecchio (Getty images)

 
Da diversi anni, nella sua chiesa in corso Garibaldi, il sacerdote organizza incontri di lettura molto partecipati e aperti a tutti. Dalle sue originali “prediche” è nata una serie di libri. Intervista
4 minuti di lettura

Milano. In corso Garibaldi, a due passi dal Bosco verticale di Boeri, un giovedì al mese, centinaia di persone fanno la coda per entrare non in discoteca, ma nella chiesa di Santa Maria Incoronata. Qui un parroco ispirato, don Paolo Alliata, parla di letteratura e aiuta le persone a cercare qualche risposta ai dilemmi della vita. La serie di incontri, proposti ormai da diversi anni, si intitola Dove dio respira di nascosto. Si chiama invece L’amore fa i miracoli il libro (in uscita per Ponte alle Grazie) nato dalle serate dello scorso anno.

Don Paolo, perché usa i romanzi invece del Vangelo per parlare alla gente?
«La Chiesa lo ha sempre fatto: parlare alle persone con il linguaggio del proprio tempo. Altrimenti diventa incomprensibile. È un dovere per chi ritiene di avere qualcosa di grandioso da annunciare. Io voglio condividere con più gente possibile pagine nutrienti che parlino all’intelligenza, perché leggere ci fa crescere in sapienza, in un periodo in cui si vive molto in superficie».

Don Paolo Alliata e il suo L’amore fa i miracoli (Ponte alle Grazie, 176 pagine, 16 euro).

 

 

Con che criterio sceglie i libri di cui parlare?
«Prima di tutto sono testi che ho trovato preziosi per me. Possono essere classici o alle volte letteratura contemporanea, e in genere non parlano di temi esplicitamente religiosi. Per esempio, Stoner di John Williams è un libro che amo molto, con pagine che tratteggiano il desiderio di vivere con gratitudine la vita quotidiana, invitando ad accogliere il buono che c’è in quello che hai. Io non voglio fare catechesi, né proselitismo. Ma varcare la soglia di un romanzo come questo per me è una forma di conversione, di incarnazione».

I libri aiutano le persone più della religione?
«Ragionare attorno alle storie nutre il cuore di chi si interroga, di chi soffre e desidera. Quando mi sono chiesto come impostare la mia predicazione, come spezzare il pane della Parola, ho pensato che la letteratura consenta di trovare passaggi capaci di interpretare bene la vita. Quando proponevo incontri sulla Bibbia, partecipavano i soliti noti, già molto legati alla chiesa, 30-40 persone. Mentre quando, già la prima volta, invitai a condividere qualche pagina del Visconte dimezzato di Calvino sono arrivati in cento. E negli incontri successivi il numero di persone è andato aumentando sempre di più».

Qual è il suo pubblico?
«Soprattutto sopra i 40 anni. Tanti non li conosco, c’è un certo ricambio. Mi dicono che ci siano anche diversi giovani. All’ottavo anno siamo sopra le 350 presenze, dobbiamo stare in chiesa perché non ho altre sale tanto capienti. Stampo 400 dispense e vanno via tutte. Le serate sono videoregistrate e caricate sul mio canale YouTube, che ha qualche migliaio di iscritti».

Collega sempre le letture laiche ai testi biblici per accontentare anche il suo pubblico religioso?
«In realtà no, ho solo constatato che quando proponi Brecht incuriosisci più persone che agli incontri di catechesi. E il passaparola si auto-alimenta, attira anche chi non si riconosce nei percorsi e nei linguaggi della fede, allarga il campo degli interlocutori e degli argomenti. Questo per una Chiesa che alle volte fatica a dialogare con la modernità, con una città sempre di corsa, sempre più frenetica e un po’ distratta, è una buona opportunità».

L’incontro con un racconto può diventare esperienza dello spirito?
«In tempi strani come i nostri, nei quali i giovani soprattutto fanno fatica e vanno dagli specialisti per cercare uno spazio di ascolto, la letteratura è un bacino enorme di vicende in cui riconoscerci, per trovare parole che dicano meglio quel che sentiamo e quel che vogliamo diventare, anche rispetto al tema essenziale dell’amore. Come diceva Baumann, “non c’è niente che desideriamo e che temiamo come l’amore”, perché ci rende vulnerabili. Ma non possiamo farne a meno».

Come si sopravvive all’amore?
«Bisogna trovare le giuste distanze. C’è chi si scontra violentemente, chi resta lontano perché è incapace di relazione e non si fida. Come scrisse il poeta Robert Frost, “una solida palizzata è il presupposto di un buon vicinato”. Un’intuizione straordinaria».

Quindi lei consiglia di tenere sempe una stanza per sé, anche nel più totale degli innamoramenti?
«L’amore è un’avventura che merita di esser vissuta. Tanti hanno paura di amare e lasciarsi amare, ma bisogna affrontare questa paura che, se si irrigidisce, impedisce di vivere. In confessionale trovo anche chi è incapace di dire di no al partner invadente, perché non ha fisionomia sua, e non si permette di occupare uno spazio nella relazione. Oppure ci sono quelli ripiegati sul proprio ombelico, chiusi nel loro inverno, dietro un altissimo muro, come il Gigante egoista di Oscar Wilde. Sono le diverse forme di sofferenza legate all’ amore».

Amore, possesso, follia. Perché a volte i rapporti degenerano e finiscono in tragedia?
«Wilde sosteneva che il vero amore o fa morire te o fa morire l’altro. Ma è una visione discutibile, io non la condivido. Nella Genesi, Adam è prigioniero della sua solitudine mortale. Dio plasma gli animali perché Adam trovi uno sguardo in cui riposare, una bella immagine per dire il bisogno dell’intimità proprio dell’essere umano. Ma l’uomo non trova questo sguardo né nel cammello né nell’elefante, e allora Dio plasma la donna. Secondo alcune interpretazioni, qui Adam manifesta gioia. Ma altri esegeti pensano che la sua reazione sia stizzita; di fronte alla donna rimugina tra sé e sé: “questa qui è carne dalla mia carne, osso dalle mie ossa, è roba mia!”».

Quindi?
«Fin dall’inizio c’è la fatica dell’uomo ad accettare che la donna sia altro da sé. Questo è il cammino che spetta ad Adam, ma anche alla donna, che dovrà imparare a dire a lui di tener giù le mani. L’avventura dell’amore è imparare a tener vicine due solitudini, a intrecciare la relazione alla giusta distanza, senza pretendere che l’altro sia la soluzione dei miei problemi. Le tensioni emergeranno comunque, il rapporto non risolve l’angoscia dell’animo umano. L’uccisione della partner nasce dall’incapacità di arrivare a una maturazione tale che permetta di riconoscere e prendere in mano i propri nodi irrisolti».

La sua chiesa è nel cuore del quartiere della movida, delle discoteche, luoghi per eccellenza delle relazioni effimere. Si può vivere di amori senza impegno?
«In L’insostenibile leggerezza dell’essere di Kundera, di cui parlo nel libro, il protagonista Tomáš è reduce da una grave crisi matrimoniale. Mentre esce con sollievo da un legame che sentiva troppo forte, e respira felicemente il suo essere single, gli capita di incontrare Tereza. L’incontro è casuale, ma suscita in lui un inatteso sentimento di tenerezza, di profonda compassione. Tomáš ha paura di legarsi ancora, di tornare a sentirsi prigioniero, ma al contempo avverte il desiderio di una intimità meno effimera di quelle a cui sta votando la sua esistenza».

Un dilemma molto diffuso. Milano è la città dei single...
«Nel romanzo, Tomáš e Tereza arriveranno a una forma di appartenenza che non impedisce a entrambi di vivere, ma dovranno imparare a fidarsi della possibilità di amare e di lasciarsi amare. La libertà non è saltare da un letto all’altro, anche quella – scoprirà Tomáš – è una forma di schiavitù. Non dico che si trovi gioia e pace solo nell’amore coniugale. Ma so che il legame crea densità, e il senso di appartenenza non impedisce il volo, lo rende possibile».

Sul Venerdì del 19 gennaio 2024

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