Michele Riondino: Taranto, l’Ilva e io
di Michele RiondinoUna veduta aerea dell’Ilva di Taranto (Getty Images)
Taranto. È impossibile non vedere la fabbrica. Da qualunque parte ti giri, qualunque sia la tua prospettiva, la zona in cui stai, la fabbrica c’è. Vuoi la struttura, vuoi il “vapore”, vuoi la ciminiera: la fabbrica trova sempre il modo di farsi vedere. La sua presenza è costante, ossessiva. È come un ricordo che non puoi non ricordare, un ammonimento, una guida. È un segno e un segnale. Un orizzonte di cemento e fumo. È un’invasione.
Eppure, dal 1960, da quando il siderurgico fu realizzato, fino a poco tempo fa, quella fabbrica sembrava invisibile: non la guardava Roma, non la guardava il resto del Paese, che ne prendeva acciaio e denaro. E non la guardavamo noi, noi tarantini che ci siamo macchiati di questo peccato originale: esserci abituati a quella presenza, c…
Taranto. È impossibile non vedere la fabbrica. Da qualunque parte ti giri, qualunque sia la tua prospettiva, la zona in cui stai, la fabbrica c’è. Vuoi la struttura, vuoi il “vapore”, vuoi la ciminiera: la fabbrica trova sempre il modo di farsi vedere. La sua presenza è costante, ossessiva. È come un ricordo che non puoi non ricordare, un ammonimento, una guida. È un segno e un segnale. Un orizzonte di cemento e fumo. È un’invasione.
Eppure, dal 1960, da quando il siderurgico fu realizzato, fino a poco tempo fa, quella fabbrica sembrava invisibile: non la guardava Roma, non la guardava il resto del Paese, che ne prendeva acciaio e denaro. E non la guardavamo noi, noi tarantini che ci siamo macchiati di questo peccato originale: esserci abituati a quella presenza, come a un parente ingombrante che ci tocca accettare per discendenza, per cognome, per abitudine.
È un malefico incanto, una magia nera: il cielo violentato, il tramonto penetrato fanno ormai parte della nostra fotografia. Così come fanno parte di noi le conseguenze della fabbrica: la malattia, la morte. La morte a Taranto, la malattia a Taranto sono più normali del nascere a Taranto.
Michele Riondino (44 anni) regista e attore del film Palazzina Laf (Agf)
Autoanalisi al cinema
Sono felice che il mio film, Palazzina Laf, stia contribuendo a rompere quell’abitudine al silenzio. A fare conoscere, anche agli stessi tarantini, la città e la sua fabbrica dopo un’epoca in cui di Taranto si è parlato sempre poco. Ma tra le cose che mi hanno fatto più felice è stato sapere che Palazzina Laf sia riuscito a creare a Taranto una sorta di autoanalisi. Mi raccontano di sale silenziose e plaudenti, di spettatori che escono fuori dal cinema e, forse per la prima volta, hanno la forza di guardarsi in faccia. «Ma quelli siamo noi?», si chiedono, come se il grande schermo si fosse trasformato in uno specchio. C’è stato un commento in particolare, arrivato da un ragazzo che non ha nemmeno 20 anni e studia recitazione, uno di quelli con tanti sogni per la testa, che mi ha fatto pensare. Mi ha detto che Caterino Lamanna, l’operaio protagonista del film – questa sorta di Fantozzi nero che scopre in maniera quasi ingenua la condanna della fabbrica, il mobbing, quello che lui pensava potesse essere la sua felicità – è un ineducato, come noi tarantini. Ineducato non nel senso di cafone, ma di inabile all’educazione, incapace di rispettare la propria casa, di apprezzarne l’ordine.
Noi tarantini siamo come degli accumulatori seriali. Ci sembra normale vivere nella spazzatura, continuiamo a produrla senza accorgerci di esserne circondati. E, soprattutto, senza mai farci una domanda molto semplice: è questa la condizione in cui un essere umano deve vivere? Esserci abituati a quello che avevamo attorno ci ha impedito a lungo di vedere.
Prospettiva Ape Car
Il 2 agosto del 2012, però, ai tarantini sono stati messi gli occhiali per vederci bene. La magistratura aveva appena arrestato i Riva, i proprietari dell’Ilva, e sequestrato il siderurgico. Due operai, Cataldo Ranieri e Massimo Battista, a bordo di un tre ruote, simbolo atavico della nostra cultura contadina, entrano in piazza della Vittoria dove Cgil, Cisl e Uil stanno facendo un comizio contro i giudici e schierandosi a favore dell’azienda. E pronunciano quelle parole che sì, ci cambieranno per sempre e che molti tarantini conoscono a memoria: «Non cominciamo il nostro intervento da egoisti parlando solo a nome dei lavoratori. No, io dico Taranto».
Quel giorno scoppia tutto. La prospettiva cambia. Il Comitato dei Cittadini liberi e pensanti smette l’abito del conflitto lavoro-salute e veste quello dell’interesse pubblico. Non lavoro o salute. Ma lavoro e salute, come un connubio possibile, mica una dicotomia. Gli operai non soltanto come difensori del proprio lavoro, del salario. Ma come cittadini. È stato il cambio di tutto: è stata la consapevolezza.
Cemento, fuoco, ferro
In queste ore il siderurgico è di nuovo sulle prime pagine dei giornali. Siamo ormai abituati anche a questo: da 12 anni sembra di essere a un passo dal cambiamento, sembra che tutto all’improvviso possa crollare, e invece non cambia niente. Ma perché in realtà è già cambiato tutto. Il destino di quella fabbrica è segnato. E lo ha segnato Carlo Calenda, che da ministro l’ha venduta a un’azienda, Arcelor Mittal, che già controllava tutte le fette del mercato europeo: dare la più grande acciaieria d’Europa nelle mani del più grande produttore di acciaio del mondo è stata una condanna, un suicidio politico e industriale, non poteva che finire in questa maniera. Ma, oltre che dall’economia, quella fabbrica è stata chiusa dalla storia. E sia chiaro, questo non mi fa felice.
Io sono nato operaio, sono figlio di operai. Io sono un operaista, non posso gioire se quella fabbrica chiude per sempre. Eppure deve chiudere: è stata condannata dal capitalismo dei Riva, da chi in cerca di utili non si è occupato dell’azienda, da chi ha scelto sempre la strada del profitto e non quella della manutenzione. Nessuno, né i padroni né lo Stato né i sindacati, hanno mai voluto bene a quella fabbrica. Nessuno se n’è presa cura. Perché non è la fabbrica in sé il problema. La fabbrica è cemento, è fuoco, fumo, ferro. La fabbrica non agisce, non si rigenera. La fabbrica fa quello che l’uomo le dice di fare. Ecco, se ami una fabbrica la aggiorni, la sistemi, la attualizzi, la fai sopravvivere. Ma se la fabbrica è il modo più veloce per battere cassa, l’uomo avrà in testa solo di guadagnarci: è con l’incuria umana che la fabbrica si incattivisce.
Non ci sono termini da inventare: ambientalizzare, decarbonizzare, inutili neologismi, parole che non esistono nemmeno nei dizionari. Mi fa ridere chi pensa che l’Ilva possa essere riconvertita: l’Ilva deve chiudere. Se ne deve costruire un’altra, con le migliori tecnologie, da un’altra parte. Oppure lasciar perdere, scommettere su altro: investire sulle bonifiche, per esempio. Formare operai capaci di rigenerare il nostro territorio. Basterebbero tre miliardi a Taranto per bonificare l’area generando trentamila posti di lavoro per almeno tre decenni: impiegati da formare nello smantellamento e nella bonifica dei siti industriali inquinanti, lavoratori su cui investire. Una nuova classe lavoratrice, moderna, specializzata, inedita, potrebbe fare scuola e insegnare in tutta Italia, e anche fuori, come rigenerare aree date per morte.
Caterino Lamanna e Massimo Battista potrebbero essere due di loro, due che si mettono a lavorare per ridare la città ai propri cittadini.
Non si scappa più
A Taranto niente sembra cambiato. Ma in realtà tutto è cambiato. Noi siamo cambiati. Io da ragazzo pensavo che il mio destino fosse la fabbrica. Anche per questo contavo i giorni per compiere 18 anni – e scappare. La Taranto di oggi è invece una città neonata, perché sta nascendo di nuovo. E i ragazzi sanno che non dipendono più dal siderurgico. Non hanno più bisogno di scappare. Vogliono restare qui, con i piedi nella loro città. E gli occhi a un tramonto che non abbia un camino. A un mare senza fabbrica, a un cielo senza fumo.
(testo raccolto da Giuliano Foschini)
Sul Venerdì del 19 gennaio 2023