San Paolo, la foto dei due Brasile
di Riccardo StaglianòLa foto della favela Paraisopolis accanto al quartiere per ricchi Morumbi, a San Paolo, 20 anni fa. (Tuca Vieira)
Poche altre foto godono di un riconoscimento così unanime. Tipo la morte del miliziano spagnolo di Robert Capa o l’esecuzione del vietcong di Eddie Adams. Ma qui siamo su un teatro di guerra diverso. A destra dell’inquadratura un grattacielo immacolato che ha una piccola piscina su ogni terrazzo, lussureggiante di vegetazione, in una versione paulista del “bosco verticale” che torreggia su un lindo campo da tennis e una piscina più grande, di un azzurro hollywoodiano. A sinistra, invece, una favela allora senz’acqua corrente con casette di un piano, abbarbicate una sull’altra, color mattone crudo, grigio cemento, con sprazzi cerulei forse di tetti di plastica ondulata o di eternit, non si capisce. Nel mezzo un muro che divide Morumbi, la città dei ricchi, da Paraisopolis, quella dei poveri, nonostante il nome angelicato. Lo scatto del brasiliano Tuca Vieira risale esattamente a venti anni fa. E se, a distanza di tutto questo tempo, chiedete a Google in inglese “la più iconica immagine…
Poche altre foto godono di un riconoscimento così unanime. Tipo la morte del miliziano spagnolo di Robert Capa o l’esecuzione del vietcong di Eddie Adams. Ma qui siamo su un teatro di guerra diverso. A destra dell’inquadratura un grattacielo immacolato che ha una piccola piscina su ogni terrazzo, lussureggiante di vegetazione, in una versione paulista del “bosco verticale” che torreggia su un lindo campo da tennis e una piscina più grande, di un azzurro hollywoodiano. A sinistra, invece, una favela allora senz’acqua corrente con casette di un piano, abbarbicate una sull’altra, color mattone crudo, grigio cemento, con sprazzi cerulei forse di tetti di plastica ondulata o di eternit, non si capisce. Nel mezzo un muro che divide Morumbi, la città dei ricchi, da Paraisopolis, quella dei poveri, nonostante il nome angelicato. Lo scatto del brasiliano Tuca Vieira risale esattamente a venti anni fa. E se, a distanza di tutto questo tempo, chiedete a Google in inglese “la più iconica immagine della disuguaglianza” il motore non ha il benché minimo dubbio su quale risultato mostrarvi. Da allora è apparsa dappertutto, dai giornali mainstream alle riviste di urbanistica, dai cataloghi delle mostre più paludate ai samizdat che inneggiano alla lotta di classe. È diventata, visivamente parlando, l’idea platonica di un problema ancora grosso come una casa. Anzi, come un quartiere. In questo caso, addirittura due.
Da sembrare quasi finta
Il suo autore oggi ha cinquant’anni tondi. All’epoca la Folha de São Paulo, il quotidiano più letto del Paese, l’aveva autorizzato a prendere in affitto un elicottero (altri tempi) per fare foto a corredo di un articolo sull’emergenza abitativa (niente è cambiato). La sua collega Marlene Bergamo gli aveva suggerito di farsi portare sopra Morumbi, zona da ricchi costruita negli anni 70 ai cui bordi si era ammassato un certo numero di baracche. «Allora si lavorava su pellicola e non capivi subito com’era andata» ci racconta via Zoom «però l’indomani pubblicarono la foto in prima pagina e da noi fece piuttosto impressione». La celebrità globale arriva quando Ricky Burdett, sociologo urbano alla London School of Economics, la porta alla Biennale di Venezia del 2006 e poi alla Tate Modern. È così perfetta, nel suo schematismo, che non sembra neanche vera. Allora, rievoca il professore, «la prima reazione di chiunque la vedesse è che fosse photoshoppata». Se fosse stata scattata oggi probabilmente la attribuiremmo al didascalismo di qualche intelligenza artificiale.
Vieira ne è perfettamente consapevole: «Con la sua netta divisione in due è molto pedagogica: pochi simboli son più chiari di un muro. Mentre la disuguaglianza è un problema più complesso, non di bianco e nero ma di infiniti grigi. Paraisopolis non era la favela più malridotta, né Morumbi il quartiere più ricco di tutti. La loro combinazione era però unica». Come quelle colle a due componenti che diventano invincibili solo quando mescolate. Misteriosa resta anche la circostanza del perché, non volendo certo i ricchi camere con vista sui poveri, avessero lasciato che le loro catapecchie si accumulassero proprio lì dirimpetto. Sta di fatto che le idee spesso hanno bisogno di rappresentazioni per camminare. E qui la trovano. Anni dopo Vieira, nel frattempo invitato un po’ dappertutto come ritrattista ufficiale della disuguaglianza, incrocia il presidente Lula a una mostra. «Spero che questo sia il simbolo della vostra lotta» gli dice. E Lula, uno notoriamente difficile da zittire, accusa il colpo. Nonostante che «con lui, al netto di tutte le critiche che gli si possono rivolgere, tra i 20 e i 30 milioni di brasiliani siano usciti dalla povertà più abietta».
Tuca e i suoi fratelli
Intanto Vieira ha fatto scuola. Il fotografo sudafricano Johnny Miller cerca di replicare il suo format in altri posti nel mondo col progetto Unequal Scenes. Nel 2020, a bordo di un elicottero, i due tornano sul luogo dello scatto. In sedici anni molto è cambiato. Gli alberi coté Morumbi ora sovrastano il muro divisorio, ingentilendolo. La strada che separa le due metà è stata riasfaltata e non è più un patchwork di catrami diversi. Lato Paraisopolis le casette sono cresciute, più ordinate, su due quando non su tre piani. Un articolo recente su un sito di urbanistica è stato titolato, giocando con l’etimologia toponomastica, Il laborioso viaggio dall’inferno al paradiso. Racconta come, una mano di calce alla volta, la favela (ora di dice “comunità”, per non stigmatizzare) abbia assunto un volto nuovo, più dignitoso. Vieira conferma: «Sorge accanto all’ospedale Albert Einstein, il migliore della città. Vicina ai mezzi di trasporto. E tante aziende importanti che, anche per questioni di immagine, fanno a gara per coinvolgere i bambini della comunità in varie attività. Credo che la foto abbia avuto un ruolo nel renderla famosa e me ne compiaccio. Anche se, ovviamente, avrei preferito che il problema che documenta non fosse mai esistito».
Tanto famosa che nel 2015 ne hanno tratto I love Paraisopolis, una soap opera piuttosto amata, in onda anche su Apple+. Una via di mezzo tra Un posto al sole e Riso amaro dove, tra miseria e nobiltà, un architetto nato nel privilegio finisce per innamorarsi di una popolana. È senz’altro, con la celebre Rocinha adi Rio, la bidonville brasiliana più amata dai media. «Ha anche un bello stadio, un grande ufficio per l’assistenza ai più bisognosi che ha funzionato benissimo durante il Covid e una specie di sindaco informale che va in giro per il mondo per raccontarla» aggiunge Vieira, che poi puntualizza: «Detto questo non è il caso di romanticizzare troppo perché neppure io ci giro mai da solo: nonostante ci vivano tra le 80 e le 100 mila persone, ti riconoscono subito come estraneo ed è meglio non rischiare. Anche se ci sono aree di San Paolo peggiori».
Cronache del mondo di sotto
Uno degli articoli che ne descrivono la trasformazione sottolinea come le donne siano sempre molto curate. Se c’è una che non se ne meraviglierebbe è Eliane Brum, impareggiabile cronista de Le vite che nessuno vede (Sellerio). Di quel mondo di sotto, a dispetto delle ristrettezze, racconta perfino le storie d’amore tra cani o l’inesauribile voglia di giocare dei più piccoli che tratteggia così: «Come gli aquiloni che i bambini si incaponiscono a districare da una ragnatela di fili per alzarli al cielo, la tenerezza si strappa dal cemento giorno per giorno perché la vita diventi possibile. O nessuno la sopporterebbe. L’aquilone che si impiglia nei fili è l’apprendistato del ragazzo povero verso il futuro che lo aspetta».
Resta la domanda: perché, tra i miliardi di foto prodotte ormai ogni giorno, proprio questa è rimasta? «L’anno in cui fu scattata fu anche quello della statistica per cui metà della popolazione mondiale viveva nelle città» spiega in italiano il professor Burdett, che è nipote del leggendario sindaco di Roma Ernesto Nathan, «il che spiega almeno una parte dell’interesse per le questioni urbanistiche. Allora si parlava molto di sprawl, di espansione a macchia d’olio delle metropoli, con i poveri che venivano cacciati dal centro. Mentre in quel caso specifico si vedevano proprio in centro, appiccicati ai ricchi. Inverando l’intuizione della collega Saskia Sassen per cui i secondi hanno bisogno di avere i primi vicini, non foss’altro come camerieri, idraulici e per cento altri servizi». Che è quanto accade anche a Paraisopolis dove, di giorno, gli abitanti escono per andare a lavorare nel quartiere accanto, magari per pulirne le piscine o lavare i piatti nei ristoranti.
La maledizione del successo
La vita in “comunità” è cambiata, dopo quella foto. E quella del suo autore? Il bilancio è positivo, con note agrodolci: «Mi ha dato una tribuna, per così dire, e l’occasione di fare incontri che probabilmente non avrei fatto. È bellissimo vederla sui libri di scuola e, venendo da una famiglia socialista che ha sempre lottato contro le ingiustizie, mi fa dormire meglio la notte al pensiero che un piccolo contributo l’ho dato. Però è solo una foto, di tante che ho fatto e che continuerò a fare nel mio mestiere di fotografo urbano. E, come tanti successi fuori scala, rischia di offuscare tutto il resto». Il resto, al momento, oltre al lavoro da freelance, consta di un dottorato in urbanistica il cui progetto lo porterà in trenta città del mondo per immortalarne i cambiamenti sotto i colpi di disuguaglianza economica, catastrofe climatica e immmigrazione, a partire da Dakka e Calcutta che visiterà il mese prossimo. Mi meraviglio che nessuno, due decenni fa, gli abbia mai chiesto un libro che replicasse altrove lo schema vincente. Lui non troppo: «Un contrasto così netto di mondi agli antipodi è difficile da trovare. Ricchi e poveri vivono sempre più su pianeti diversi». Ci ha provato l’americano Miller, a portare avanti il lavoro, con foto molto belle ma non sempre altrettanto eloquenti. «È nata anche una piccola industria di “pornografia urbanistica” specializzata nel mettere a confronto le shantytown e Johannesburg, Mumbai e i suoi slum. Altre situazioni del genere al mondo ci saranno di certo» scommette Burdett «però non le possiamo scovare con Google Earth. Sarebbe troppo facile. E non basta neanche un drone, altrimenti ora potremmo fare tutti quel che ha fatto Vieira. Invece, dopo tanto tempo, siamo ancora qui a parlare di lui che non solo aveva l’abilità fotografica ma, in qualche modo, sapeva anche cosa stava cercando». Almeno in questo settore il paradiso di Midjourney, o di altre IA, può serenamente attendere.
Sul Venerdì del 19 gennaio 2023