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Angelo Bonelli, sono verde e me ne vanto. «Soumahoro? Una delusione»

Angelo Bonelli, 61 anni sul suo terrazzo di casa a Ostia. Alessandro Serranò / Agf 
Dalle minacce del clan Spada alle liti con Briatore e Calenda. Al di là dei numeri lo storico leader dei Verdi vive un rinnovato protagonismo politico. Dice di non essere l’ambientalista dei «no»
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Ostia (Roma). Flavio Briatore lo ha appena accusato di non aver mai lavorato in vita sua. I detrattori gli rinfacciano di essere un verde molto ideologico e poco pragmatico. La moglie gli rimprovera di aver candidato ed eletto in Parlamento Aboubakar Soumahoro. Di questi addebiti, Angelo Bonelli riconosce qualche fondatezza solo all’ultimo. Ne riparleremo. Molto attivo sui social, gran dichiaratore, polemista non riluttante, il sessantunenne romano Angelo Bonelli sperimenta un ritrovato protagonismo in questa sua terza vita da politico: nella prima è stato consigliere dei Verdi nel Lazio e attivista al Lido di Ostia, da dove a un certo punto ha dovuto andar via, portandosi dietro la famiglia, a causa delle minacce della malavita locale; nella seconda ha guidato i Verdi italiani nella lunga traversata del deserto, fuori dal Parlamento e dai radar degli elettori dopo i disastri dell’era Pecoraro Scanio; nella terza è il leader unico e indiscusso di una forza infine tornata in Parlamento…

Ostia (Roma). Flavio Briatore lo ha appena accusato di non aver mai lavorato in vita sua. I detrattori gli rinfacciano di essere un verde molto ideologico e poco pragmatico. La moglie gli rimprovera di aver candidato ed eletto in Parlamento Aboubakar Soumahoro. Di questi addebiti, Angelo Bonelli riconosce qualche fondatezza solo all’ultimo. Ne riparleremo. Molto attivo sui social, gran dichiaratore, polemista non riluttante, il sessantunenne romano Angelo Bonelli sperimenta un ritrovato protagonismo in questa sua terza vita da politico: nella prima è stato consigliere dei Verdi nel Lazio e attivista al Lido di Ostia, da dove a un certo punto ha dovuto andar via, portandosi dietro la famiglia, a causa delle minacce della malavita locale; nella seconda ha guidato i Verdi italiani nella lunga traversata del deserto, fuori dal Parlamento e dai radar degli elettori dopo i disastri dell’era Pecoraro Scanio; nella terza è il leader unico e indiscusso di una forza infine tornata in Parlamento, in tandem con Sinistra italiana di Nicola Fratoianni, e che è una delle gambe della coalizione di centrosinistra, se solo ci fosse una coalizione.

Prima che con Briatore, storicamente Bonelli ha litigato soprattutto con Carlo Calenda e con il clan Spada, e sono guai ogni volta che incrocia l’uno o l’altro. Racconta lui: «Qualche tempo fa ero in un bar di Ostia quando è entrato Roberto Spada, quello famoso per la testata al giornalista, che all’epoca era libero. Ho continuato a bere il caffè. Lui, fingendo di parlare con un altro, ha detto: “Senti che zaffata, ma ch’hanno aperto i depuratori?”». Con Calenda non c’è bisogno di incontri casuali al bar, di solito si azzuffano sui social. Ma Bonelli, ora seduto a un tavolo dello storico bar Sisto di Ostia, dove ha tenuto la casa e risiede nei giorni di lavoro parlamentare, non è qui per litigare bensì per trattare: «Sono convinto che prima o poi anche Calenda prenderà atto che non si scardina il bipolarismo con un partito del 3 per cento e che, fin quando non cambia la legge elettorale, è velleitario qualsiasi progetto che non sia unire le forze dell’opposizione contro la destra».

Diciamo la verità: Bonelli detesta più Meloni o Calenda?
«Non detesto nessuno, ho studiato dai gesuiti. Mi piacerebbe che Calenda la smettesse di fare il marchese del Grillo, io so’ io e voi non siete un…». Quanto a Meloni, per affinità territoriale il leader dei Verdi la conosce da quando era giovanissima e garantisce: «È rimasta la stessa, una politica di strada come me, per questo non riesce a entrare nella parte del presidente del Consiglio».

A Ostia Bonelli è stato anche presidente del Municipio, negli anni Novanta. Succedette a Marco Pannella. «La prima volta l’ho incontrato qui», e indica fuori dalla vetrata: piazza Anco Marzio, il cuore di Ostia. «Pannella teneva un comizio e io volantinavo per i Verdi. Dal palco mi disse: “Vieni qui verdastro!”». Anni difficili. «Un giorno camminavo sul lungomare, mi si avvicinano due uomini. Uno dei due mi dice: “Sei bravo”. Poi mi dà una pacca in faccia, non troppo forte, ma nemmeno piano, come a dire: ‘sta mano po’ esse fero e po’ esse piuma…, erano Baficchio e Sorcanera, ex Banda della Magliana». Con i clan locali lo scontro è stato duro. A Bonelli hanno lasciato un cuore e un fegato davanti alla porta, minacce, dispetti, fino all’attentato più grave, nel 2000: venti litri di benzina versati sotto la porta di casa. E lì ha deciso basta così, meglio andare a vivere altrove. Ma a Ostia conserva amicizie e affetti, a partire da Mimmo, già caratterista per Fellini: «Da giovane si era innamorato di me, è il mio miglior amico». Bonelli è a suo modo custode anche della memoria della Ostia pasoliniana, fu lui a organizzare un pranzo da Lilly alla Fiumara, ristorante di Fiumicino amato e frequentato dallo scrittore, quando si fece una battaglia per il riconoscimento di un vitalizio a Franco Citti, il protagonista di Accattone che si trovava in condizioni di indigenza: «C’erano Laura Betti e Bernardo Bertolucci. Riuscimmo a fargli avere l’assegno grazie alla legge Bacchelli».

Negli anni Novanta, prima di fare politica a tempo pieno, Bonelli se n’è andato a vivere per un anno e mezzo in Amazzonia, in mezzo agli indios. In casa conserva cimeli di ogni genere, collane, piccole sculture, pure le frecce al curaro. Non è la sua collezione preferita, non supera l’amore per i fumetti – ha Topolino degli anni Trenta e albi di Fantomas e Mandrake – ma è anche ciò che resta, detto a Briatore, del suo primo vero lavoro. «Sono stato in Amazzonia come cooperante un anno e mezzo, avevo anche un’offerta per continuare, ma non me la sono sentita di trasferirmi definitivamente a Manaus».

Dicevamo, all’inizio, di Briatore. Miccia, la polemica sulle concessioni balneari.
«Conosco bene questa Italia del privilegio, a Ostia il lungomare lo ribattezzammo lungomuro. Briatore paga 1.600 euro al mese di concessione e fattura dieci milioni».

Briatore le ha offerto di lavorare per lui.
«E io gli ho risposto che accetto, a patto che lui torni a pagare le tasse in Italia. Faceva ridere vederlo alla festa di Atreju sotto la scritta “Orgoglio italiano”. Siamo ai patrioti di Montecarlo. Mi ha accusato di aver portato in Parlamento Soumahoro, che non ha alcun carico penale e non è indagato, e il giorno dopo lui stava in foto con Montaruli, pregiudicata per la storia dei rimborsi. Briatore è un altro marchese del Grillo». La vicenda Soumahoro, però, pesa eccome su Bonelli. A occhio, parlarne gli provoca quasi un dolore fisico: «Soumahoro è stato una grande delusione umana».

Un impostore?
Bonelli si ferma a ragionare sulla risposta: «Non è un impostore, ma non è nemmeno quello che sembrava».

Non c’era modo di capire prima di candidarlo?
«L’unico avvertimento su alcuni comportamenti ambigui di Soumahoro era arrivato a Fratoianni da un prete, sulla messaggeria di Facebook, me l’ha fatto vedere lui». Caso non chiuso. Infatti, alla domanda su quale sia il rimprovero politico più forte che la moglie gli abbia mai rivolto, il leader dei Verdi sorride amaro e resta in tema: «Soumahoro. Mi ha detto: ma come avete fatto a non accorgervene?».

Da anni un’altra domanda rimbalza nel dibattito pubblico: non sarà che i Verdi italiani sono bassi nel consenso perché, a differenza degli omologhi europei, dicono troppi no a prescindere?
«Ogni critica va pesata e ragionata. Da tempo dico che bisogna uscire dalla logica del comitatismo. Non sono un ideologico. Per questo ho contestato l’idea di chiudere al traffico automobilistico l’anello ferroviario di Roma. Io che non uso la macchina so bene che cosa significa spostarsi con i mezzi pubblici in questa città. Ma a un cameriere di Tor Bella Monaca che lavora in un quartiere centrale, come puoi chiedere di tornare con i mezzi all’una di notte? E so bene che ora non possiamo fare a meno del gas, ma vogliamo studiare un piano serio per liberarci della dipendenza?». Bonelli contesta però l’idea che i Verdi italiani siano gli unici striminziti nelle urne: «In Spagna o in Grecia hanno più problemi di noi. Vanno bene in Germania, dove c’è un’altra etica della responsabilità. Sono protestanti. Infatti in Trentino, per contiguità, noi abbiamo il 10 per cento. Per carità, non sto dicendo che è colpa dei cattolici», mette le mani avanti.

La destra accusa la sinistra ecologista di voler scaricare sulle spalle dei più deboli il costo della transizione energetica: la casa da rifare per scalare classe energetica, la macchina a benzina da rottamare, quella elettrica da comprare. C’è del vero? Chi paga?
«Sarà il grande tema delle elezioni europee. Non puoi scaricare il costo sui più deboli. I soldi vanno presi dagli extraprofitti delle società energetiche e da una patrimoniale sui miliardari». Dice che bisogna fare come in Francia:«Incentivo per l’auto elettrica legato al reddito. Che è il motivo per cui ero contrario al superbonus di Conte, che ha fatto rifare la casa anche a chi aveva i soldi».

Per capire se c’è un’altra autocritica, meglio affidarsi alla moglie. A parte Soumahoro, le contesta altro?

«Sì, come mi vesto. E come mi pettino». Si passa una mano sui ciuffi davanti, che restano dritti, uno di qua e uno di là. Le mogli dicono quasi sempre la verità.

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