Helmut Newton, da Hitler a Vogue
di Daria GalateriaHelmut Newton durante una sessione fotografica a Hollywood. Getty Images
È grazie a Hitler che Helmut Newton fu fotografo: lo dichiara nel suo Autoritratto. Il padre, primo industriale di bottoni della Germania, era ostile alla vocazione del ragazzo; ma col 1935 tutti – uomini d’affari, medici, avvocati – facevano corsi accelerati di mestieri manuali, prevedendo di doverci sopravvivere all’estero. Helmut fece un apprendistato da una celebre fotografa, Yva; nella camera oscura tirava le foto una ragazza di 22 anni, sempre in tailleur di velluto nero e monocolo – questo eccitava continuamente Helmut; 40 anni dopo fotograferà Paloma Picasso con il monocolo, foto iconica che lei detestò.
Helmut, sedici anni, era in realtà innamorato di Yva; un giorno la madre gli ingiunse di non tornare a casa. Il padre era stato sostituito a capo della fabbrica da un ariano, ed era diventato incapace di qualsiasi decisione; la madre, che era capricciosa, si rivelò energica. Gli ebrei dovevano vendere l’auto e depositare il ricavato sul conto; la madre nascose il denaro della…
È grazie a Hitler che Helmut Newton fu fotografo: lo dichiara nel suo Autoritratto. Il padre, primo industriale di bottoni della Germania, era ostile alla vocazione del ragazzo; ma col 1935 tutti – uomini d’affari, medici, avvocati – facevano corsi accelerati di mestieri manuali, prevedendo di doverci sopravvivere all’estero. Helmut fece un apprendistato da una celebre fotografa, Yva; nella camera oscura tirava le foto una ragazza di 22 anni, sempre in tailleur di velluto nero e monocolo – questo eccitava continuamente Helmut; 40 anni dopo fotograferà Paloma Picasso con il monocolo, foto iconica che lei detestò.
Helmut, sedici anni, era in realtà innamorato di Yva; un giorno la madre gli ingiunse di non tornare a casa. Il padre era stato sostituito a capo della fabbrica da un ariano, ed era diventato incapace di qualsiasi decisione; la madre, che era capricciosa, si rivelò energica. Gli ebrei dovevano vendere l’auto e depositare il ricavato sul conto; la madre nascose il denaro della loro Fiat, e ci comperò per Helmut una seconda classe sul piroscafo Conte Rosso, diretto in Cina – in Cina le quote per gli ebrei erano ancora aperte. Helmut portò due macchine fotografiche e pochi vestiti (ma buoni: sempre sembrare un milionario, gli aveva detto il padre): più i cinque dollari autorizzati. Ma la madre gli diede tanto “denaro di bordo”, buono solo sulla nave; e Helmut,18 anni, fu, nella traversata, ricco. Fece l’amore da un capo all’altro del Mediterraneo (una viennese non si ritirava dalla sua cabina neanche quando il marito picchiava: «So che sei lì!»).
Nel Natale del 1938, il Conte Rosso entrò nel porto di Singapore. Era una colonia della Corona britannica, un angolo d’Inghilterra, e l’acqua era potabile: un Comitato d’aiuto sociale salì a bordo a scegliere i fortunati che potevano restarci. Helmut, giovane, scapolo e con due macchine fotografiche, fu selezionato per il giornale di Singapore, Straits Times. Fu il più bel Natale della mia vita, racconta lui; ma venne licenziato: e viveva sordidamente (lenzuola lerce e insetti) quando una del Comitato, Josette, 34 anni, lo invitò a cena. La vita da gigolò era bella, ma alla lunga usurante; i cinesi erano maltrattati dai coloni; Josiette baciava Helmut intimamente nella sua Chevrolet, come se lo chauffeur non esistesse. Quando i Giapponesi, attesi via mare, arrivarono dalla giungla, il governo deportò i giornalisti che denunciavano l’imperizia britannica; Helmut fu confinato in Australia. Il successo arrivò poi, con Parigi e la moda come eros patinato – la redazione italiana di Vogue fu avvisata: attenti alle foto di Newton.
Sul Venerdì del 26 gennaio 2024