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Massimo Giannini: “La legge sul fine vita è impossibile in questa Italietta”

Massimo Giannini ritratto da Gipi 
Circo Massimo. L’amara lezione del Veneto
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Forse dobbiamo rassegnarci. In questa Italietta un po’ gretta e ipocrita, falsamente cattolica e apostolica, per di più romana e meloniana, una legge sul fine vita non la vedremo mai. Che altra lezione possiamo trarre dal caso Veneto, dove nemmeno il governatore Luca Zaia è riuscito a far approvare dal suo consiglio regionale una norma di puro buonsenso?

E, badate, non si trattava di “liberalizzare” il fine vita tout court, ma solo di indicare almeno un tempo certo per le risposte delle autorità sanitarie ai malati che fanno richiesta del suicidio medicalmente assistito.

Non c’è stato verso. Il no è passato con il voto di Fratelli d’Italia e Lega, ma soprattutto grazie all’astensione di una consigliera del Pd, Anna Maria Bigon.…

Forse dobbiamo rassegnarci. In questa Italietta un po’ gretta e ipocrita, falsamente cattolica e apostolica, per di più romana e meloniana, una legge sul fine vita non la vedremo mai. Che altra lezione possiamo trarre dal caso Veneto, dove nemmeno il governatore Luca Zaia è riuscito a far approvare dal suo consiglio regionale una norma di puro buonsenso?

E, badate, non si trattava di “liberalizzare” il fine vita tout court, ma solo di indicare almeno un tempo certo per le risposte delle autorità sanitarie ai malati che fanno richiesta del suicidio medicalmente assistito.

Non c’è stato verso. Il no è passato con il voto di Fratelli d’Italia e Lega, ma soprattutto grazie all’astensione di una consigliera del Pd, Anna Maria Bigon. Ha giustificato la sua scelta con la “libertà di coscienza” e con “l’importanza delle cure palliative”.

Io rispetto tutti. Ma sono indignato. Lo sono nel caso specifico: l’essere umano che soffre per un dolore atroce e non ha speranze di guarire non può aspettare la burocrazia di una Asl, per sapere se il Sistema Sanitario lo può aiutare a porre un termine al suo supplizio. Lo sono ancora di più in generale: il martirio di Eluana, Welby, Dj Fabo, non è servito a niente. La fuga di Sibilla Barbieri, Margherita e Mario, Paola e Massimiliano, tutti costretti a cercare una morte accettabile in Svizzera, non ci ha insegnato niente. La politica usa le vite degli altri in modo strumentale, o elettorale.

Per provarlo bastano due numeri: 8 e 5. Otto sono stati i minuti che ha impiegato il Consiglio dei ministri per concedere la cittadinanza alla piccola Indy Gregory, neonata inglese malata terminale che il governo Meloni avrebbe voluto trasferire in Italia per continuare a tenerla in vita artificialmente e impedire alla magistratura britannica di staccare la spina.

Cinque, invece, sono gli anni che aspettiamo perché il Parlamento trasformi in legge la sentenza 242/2019, con la quale la Corte costituzionale ha autorizzato il suicido assistito e intimato alle Camere di disciplinarne subito le modalità, in base a requisiti precisi e inderogabili (patologie irreversibili, trattamenti di sostegno vitale, sofferenze insopportabili, capacità di libero consenso).

È così difficile introdurre tutto questo nell’ordinamento giuridico? È così immorale concedere un commiato dignitoso da questa Terra a chi non ha più alternative? E per contro: è così eticamente doveroso costringere alla disobbedienza civile chi ha i soldi per andare a morire in Paesi più evoluti del nostro? Ed è così religiosamente misericordioso condannare alle pene dell’inferno chi invece non si può permettere questo “lusso”?

Finché il riconoscimento dei diritti fondamentali resta appeso a certe “coscienze” – per esempio quella della democratica Bigon, che ragiona come la teocon Paola Binetti – questo passo avanti verso la civiltà non lo faremo mai.

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