Tra genocidio e antisemitismo
di Michele SerraCaro Serra, credo che l’accusa di genocidio a Israele vada maneggiata con più precauzione. La convenzione Onu del 1948 stipula che c’è genocidio quando sono commessi atti with the intent to destroy, in whole or in part, a national, ethnical, racial or religious group. Non sembra che Israele abbia questo intento nei confronti dei palestinesi. Piuttosto c’è quello di infliggere una punizione collettiva, unita alla speranza di indurli a spostarsi altrove (s’è parlato del Congo!).
Ciò non rende per questo il massacro che si sta compiendo poco grave. …
Caro Serra, credo che l’accusa di genocidio a Israele vada maneggiata con più precauzione. La convenzione Onu del 1948 stipula che c’è genocidio quando sono commessi atti with the intent to destroy, in whole or in part, a national, ethnical, racial or religious group. Non sembra che Israele abbia questo intento nei confronti dei palestinesi. Piuttosto c’è quello di infliggere una punizione collettiva, unita alla speranza di indurli a spostarsi altrove (s’è parlato del Congo!).
Ciò non rende per questo il massacro che si sta compiendo poco grave. Non c’è alcuna giustificazione per una punizione collettiva.
A Gaza non si vota dal 2006, cioè Hamas ha instaurato una dittatura. Da un sondaggio immediatamente prima dello scontro, il 73 per cento dei suoi abitanti era favorevole a un accordo di pace e il 67 dichiarava di avere poca o nulla fiducia in Hamas (vedi Il Sole 24 Ore del 19 novembre). L’altra giustificazione che viene addotta (espressamente da Netanyahu) è che l’esistenza stessa di Israele è minacciata. Essa può essere comprensibile per ragioni storiche, ma non ha fondamento oggettivo. Hamas ha compiuto un massacro efferato, ma ha beneficiato di un irripetibile effetto sorpresa senza colpire niente di vitale (esercito, polizia, governo, ecc. sono intatti); non ha neppure distrutto edifici pubblici di qualche importanza, mentre Gaza è ormai ridotta a un cumulo di macerie. La conta dei morti ha raggiunto una cifra spaventosa. Diventa sempre più difficile vedere un rapporto fra l’offesa subìta e una reazione così devastante. Il fatto che il popolo ebraico nella sua storia abbia subìto terribili ingiustizie non lo rende superiore a ogni giudizio morale se esso stesso commette delle ingiustizie verso un altro popolo. Nell’uso di quel giudizio non ci si può far obnubilare da un’accusa di antisemitismo fatta spesso valere quando fa comodo.
Walter Leszl
Caro Leszl, la sua lettera mi sembra di esemplare equilibrio, su un tema che è invece fonte inesauribile di commenti esagitati. Credo anche io che Israele non abbia alcuna intenzione genocida (rispondo, in questo senso, anche ad altri lettori). Ma credo anche che, per responsabilità del suo governo, si sia giocata negli ultimi mesi non poche delle simpatie di cui godeva presso l’opinione pubblica occidentale. Il suo diritto di sopravvivenza non ha mai giustificato, né giustifica dopo l’orribile attacco del 7 ottobre, l’illegalità sfrontata degli insediamenti dei coloni e la segregazione oggettiva nella Striscia di Gaza di più di due milioni di persone. Tanto meno la distruzione di Gaza. Lei fa benissimo a ricordare che Hamas non solo non rappresenta la maggioranza dei palestinesi, ma esercita il suo potere in assenza (quasi ventennale) di elezioni. Questa distinzione, davvero non piccola, non sembra presente al governo israeliano: l’azione militare a Gaza colpisce e punisce, oggettivamente, un popolo, non il partito autoritario che esercita il potere. Genocida – quasi per statuto – è il jihadismo, che ammette o addirittura propugna lo sterminio o l’assoggettamento degli infedeli. Hamas, per la sventura dei palestinesi, è nel pieno di quella deriva. Ma il problema – sempre il solito – è se si possa affrontare la questione usando armi simmetriche (la violenza, il terrore, l’eliminazione fisica del nemico) o se sia possibile introdurre almeno qualche variante, cercando di spostare di un poco il terreno del conflitto: dalle bombe alla politica. Quanto al ricatto culturale e morale di chi denuncia, in ogni critica a Israele, una matrice antisemita, io penso che vada semplicemente ignorato. È falso nei presupposti – molti ebrei detestano Netanyahu, molti hanno un rapporto molto tiepido e distaccato con lo Stato di Israele: sono forse ebrei antisemiti? L’antisemitismo è un sentimento disgustoso e irrazionale (come ogni forma di razzismo). Bisognerebbe tirarlo in ballo quando è necessario; non quando conviene.
Le colpe del mondo della comunicazione
Caro Serra, da semplice vecchio lettore di giornali, chiedo: quale oscuro motivo spinge un cuoco, diventato popolare grazie a una delle tante trasmissioni che dispensano ricette a ogni ora del giorno e della notte, a indagare sull’autenticità di una recensione su una sconosciuta pizzeria di un paese della provincia di Lodi? Se aveva desiderio di dare sfogo al paladino della “verità” che sarebbe (?) in lui, gli mancavano argomenti e situazioni ben più significative? E poi, il mondo della comunicazione in tutte le sue varianti è davvero sempre senza colpe per ciò che accade?
Nazzareno Tittarelli - Castelraimondo (Macerata)
Caro Tittarelli, il mondo della comunicazione “classica” non solo non è senza colpe, ma ha la colpa, gravissima, di avere trasformato i social in una “fonte” onnipresente e mai verificata. Spesso non milioni, ma poche decine di persone organizzano sui social processi di beatificazione (o di condanna al rogo). Sarebbe irrilevante, se i giornali non si avventassero su quelle povere polpette come se fossero “la voce della società”. Lo scrivo da una decina d’anni ma, come può ben capire, non conto niente: le edizioni on line dei grandi giornali, compreso il mio, sono in balia dei social.
Ma la pernacchia rientra fra i valori patriottici?
Caro Serra, se la riforma del testo unico dei servizi di media audiovisivi, firmata dal ministro Sangiuliano, fosse stata scritta 50 anni fa (anche se è databile più nel Ventennio fascista), la scena “annunciazione!” della Smorfia, in cui Massimo Troisi è la Madonna e Lello Arena l’arcangelo Gabriele, sarebbe mai esistita? Sempre a proposito di questa riforma, un’ultima conseguente domanda: la pernacchia rientra tra i valori e le tradizioni della Patria?
Gianni Antonacci - Roma
Il patriottismo del ministro della Cultura è così goffo (sembra appartenere a un maestrino reazionario degli anni 50) da far sperare che rimanga inapplicato: perché inapplicabile. Quanto al pernacchio, sì, è tra i valori e le tradizioni della Patria, e teniamocelo stretto perché, nel futuro immediato, ci servirà spesso.
La dittatura dei soldi spiegata in latino
Caro Serra, ho apprezzato la sua Amaca (Repubblica, 14 gennaio) sul libro di Vittorino Andreoli
La dittatura del denaro. A Genova, in corso Italia, sul muro esterno dell’ex Park Hotel, da molti anni leggo questa scritta in latino: Pecunia si uti scis, ancilla est. Si nesci, domina. Esprime il valore del denaro se lo si sa usare. Quindi l’economia dell’umano che invoca Vittorino Andreoli.
Maria Domenica Certo
Quella frase, d’incerta attribuzione, è presente anche in altre città. Ma sembra scritta per noi, oggi. Difficile essere più precisi.
Un lapsus nelle tasche degli italiani
Caro Michele, in una tua risposta sul Venerdì trovo scritto ”mettere i soldi nelle tasche degli italiani”. La giusta e volgarissima espressione è “mettere le mani nelle tasche degli italiani”.
Giovanni Degl’Innocenti
Sì, è stato un mio lapsus. Quella frase mi è così odiosa che non riesco neanche a scriverla giusta.
Sul Venerdì del 26 gennaio 2023