Natalia Aspesi: mogli cattive e buoni mariti
di Natalia AspesiPer scrivere a Natalia Aspesi: n.aspesi@repubblica.it o Il Venerdì, via Ferrante Aporti 8, 20125 Milano.
Cara signora, leggo da molti decenni come prima cosa sul Venerdì di Repubblica la sua pagina, sempre con grande ammirazione e con una spontanea condivisione con le sue posizioni e i suggerimenti che lei manda ai suoi lettori. Questa volta però la risposta al marito di Siracusa sul numero di venerdì 12 gennaio mi ha creato un profondo disagio e il dispiacere di un totale dissenso con la sua posizione. Lui le chiede consiglio, come persona innamorata della moglie e della famiglia; soffre da una vita per un atteggiamento di astio da parte di sua moglie, che semplifica definendola “cattiva”, ma lui di fatto ha accettato il rifiuto totale di rapporti affettivi per sé e per la famiglia. Gentile Natalia, lei minimizza il problema, pensando che lui esageri nel considerare “cattiva” la moglie. Con mogli che non desiderano più l’amore? Lei assimila questo suo affezionato lettore alla schiera…
Per scrivere a Natalia Aspesi: n.aspesi@repubblica.it o Il Venerdì, via Ferrante Aporti 8, 20125 Milano.
Cara signora, leggo da molti decenni come prima cosa sul Venerdì di Repubblica la sua pagina, sempre con grande ammirazione e con una spontanea condivisione con le sue posizioni e i suggerimenti che lei manda ai suoi lettori. Questa volta però la risposta al marito di Siracusa sul numero di venerdì 12 gennaio mi ha creato un profondo disagio e il dispiacere di un totale dissenso con la sua posizione. Lui le chiede consiglio, come persona innamorata della moglie e della famiglia; soffre da una vita per un atteggiamento di astio da parte di sua moglie, che semplifica definendola “cattiva”, ma lui di fatto ha accettato il rifiuto totale di rapporti affettivi per sé e per la famiglia. Gentile Natalia, lei minimizza il problema, pensando che lui esageri nel considerare “cattiva” la moglie. Con mogli che non desiderano più l’amore? Lei assimila questo suo affezionato lettore alla schiera enorme dei mariti, che meritano di essere condannati e puniti, perché se lo meritano. Trascura i tanti mariti e compagni buoni, intelligenti, affettuosi che amano tutta la vita mogli a volte ingrate e soprattutto mandano avanti la famiglia e detestano profondamente gli uomini che non rispettano le donne. Spero che lei concordi che anche il dichiararsi di altra opinione è un segno di stima e di grande considerazione.
A. Parrino
Caro Parrino, lei è un uomo buono e gentile, che ha letto la mia risposta come “cattiva”. Provi adesso a leggerla come io l’ho vista, raccogliendo tutte le informazioni che venivano date dalla lettera. Non le è parsa esagerata quella moglie tremendissima, non le sembrava impossibile una donna così dura, incapace di capire sia il marito che i figli? Non l’ha colpita il fatto che lui è un depresso in cura per la seconda volta, e che ancora prende i farmaci necessari? Perché ha creduto alla sua verità e non a quello che lo circonda, una moglie stanca che non vuole più fare l’amore con lui (e ripeto, come tante donne), che deve occuparsi dei figli e ovviamente anche di lui? Io potevo solo dargli il consiglio di tutti, sottolineando che forse, dico forse, è proprio lo stare con lei che lo salva, perché è lei a curarlo. Io non credo di sbagliarmi perciò, pur capendo il suo punto di vista, la prego, rilegga bene la lettera che in realtà mi ha molto colpito.
Le inquietanti minacce di Pro Vita e Famiglia
Da una mia amica che fa anche la giornalista ho letto una specie di comunicato stampa della Pro Vita e Famiglia contro l’approvazione in Veneto della legge sul fine-vita che mi ha lasciato di stucco. Ormai non serve più perché hanno vinto loro, ma mi chiedo: si può fare in nome di Dio un comunicato dove Dio non c’entra? Adesso anche Zaia, un leghista che mi pare pensi ai suoi concittadini, viene punito e gli viene prospettato che se vincesse la Lega «noi lavoreremo sui territori per un imponente travaso di voti dal Carroccio a Fratelli d’Italia!». Anche io avrei molti dubbi a votare per il fine-vita, e non so se lo sosterrei. Ma anche Zaia ha il diritto di cambiare ciò che può essere cambiato. No comment.
Lettera firmata
Anche io ho ricevuto quel messaggio e sono andata a vedere chi sia questo Jacopo Coghe che ne è il portavoce. La faccia è quella buona, con sorriso, baffi e barba nera, che potrebbe essere quella di un frate crudele dell’Inquisizione: ha 39 anni, sposato da molti anni e con sette figli. Più che le sue idee apocalittiche, di quel libello mi ha colpito il fatto di chiamare “partito di estrema sinistra” il povero Pd, e a spese della evidentemente ricca Pro Vita e Famiglia, grossi camion Vela con la faccia dello Zaia che mostra l’interno della camicia dicendo “agente 007 Uno di sinistra sotto copertura. Se approvi il suicidio assistito tradisci i tuoi elettori. Ce ne ricorderemo!”. Pronti alla vendetta, i cavalieri dell’apocalisse!
Nostalgia del dialetto, a teatro e nella poesia
Il 17 gennaio 2024 è stata la Giornata del dialetto. Caro dialetto, nella giornata dedicata a te ti scrivo per dirti che da ottantatré anni ti voglio bene! Ti voglio bene perché sei stato la prima lingua che ho parlato, che ho imparato nei vicoli e nelle strade di Napoli dove sono nato e perché sei stato tu che mi hai avvicinato alla poesia. Sono le poesie (in particolare) dove ritroviamo vocaboli e detti della nostra storia. E poi mettiamo la parola ”fine” alle balzane proposte di qualcuno che addirittura vorrebbe sostituire i ”dialetti” alla lingua italiana. Teniamocelo ben caro il nostro italiano, per la sua bellezza e per non vanificare il sacrificio di tanti nostri giovani che morirono per vederci tutti affratellati, sotto una sola bandiera e una sola lingua che ci accomuna e ci fa sentire non campanile ma NAZIONE.
a.s.
Io ho un po’ di confusione in testa, perché la mia mamma, la cui famiglia veniva dalla Campania, parlava con le tante sorelle e fratelli (4 femmine, 4 maschi) esclusivamente in milanese. Con noi figlie, invece, essendo maestra elementare, il suo italiano era molto forbito. Io ho imparato il milanese, quel che mi resta di una lingua che a me piaceva molto, con una sua dolcezza molto riposante. Peccato che anche qui da noi ormai non se ne parla più, e se mai c’è qualche siciliano che si vanta di parlarlo benissimo. Il milanese è una bella lingua, e io la seguivo anche a teatro dove, mi pare nel 1955, Strehler e Grassi diedero al Piccolo Teatro il meraviglioso, umile triste El Nost Milan di Carlo Bertolazzi, che non ho mai dimenticato. Caro a.s., viva la bellezza del dialetto, ma perché non propone che a ogni 17 gennaio diano ovunque teatro dialettale e poesie, facendo così felici gli scemi che vorrebbero che si tornasse a parlare il siciliano o il napoletano, mentre ci sentiremmo meglio noi che ne abbiamo un’antica nostalgia?