Auschwitz, chi vive nella casa del comandante
di Michele GravinoLa casa è ancora lì, intatta, ai margini di Auschwitz 1, il primo nucleo del campo di sterminio nazista. L’indirizzo preciso è Legionów 90, 32-600 Oswiecim, il nome polacco della cittadina. È in polacco anche la segnalazione su Google Maps, Dom komendanta obozu: il sito aggiunge “museo” ma è un’indicazione errata, come subito ci tiene a far sapere la prima recensione degli utenti. È una casa privata, tanto che Jonathan Glazer non ha potuto usarla per il suo film, La zona di interesse.
Il primo proprietario, dicono le cronache, era un sergente maggiore dell’esercito polacco di nome Józef Soja. L’aveva fatta costruire nel 1937, accanto a quella che all’epoca era una caserma. Due anni dopo, allo scoppio della guerra, Soja fu richiamato al fronte, e nel maggio 1940 i nazisti che avevano invaso il Paese sfrattarono anche la sua famiglia. Nella casa si insediò Rudolf Höss, l’ufficiale delle SS incaricato di impiantare nella zona un campo di prigionia; per poi trasformarlo, nel corso dei quasi quattro anni della sua direzione, nella più letale macchina di morte della Shoah. Höss venne a viverci con tutta la famiglia, la moglie Hedwig e i quattro figli: una quinta nacque nel 1943, mentre ancora abitavano lì.
Sfruttando il lavoro dei prigionieri, gli Höss trasformarono la casa in quello che la signora Hedwig, raccontano i testimoni, definiva «un paradiso». Sulla facciata fu dipinta una svastica con il carbone della vicina miniera. Per il marciapiedi di marmo furono usate le lapidi del cimitero ebraico. I bambini facevano il bagno in piscina o nel fiume Sola, che scorre a pochi metri, dall’altro lato della strada. Nel giardino furono piantati alberi che schermavano la vista del campo, e splendidi fiori che venivano spediti in omaggio a Hitler e Eva Braun. Vi crescevano anche le fragole, ma la mamma raccomandava di mangiarle solo dopo aver lavato via la cenere che veniva giù dalle ciminiere dei vicini crematori.
Hedwig Höss non volle lasciare la sua deliziosa villetta nemmeno quando il marito fu trasferito per qualche mese a Berlino, per poi tornare a supervisionare lo sterminio degli ebrei ungheresi. Se ne andarono solo alla fine del 1944, quando le truppe sovietiche si stavano ormai avvicinando a Auschwitz; per portar via i beni che avevano accumulato, sottraendoli agli ebrei deportati, furono necessari diversi vagoni ferroviari. Dopo la guerra Rudolf fu arrestato, condannato e impiccato proprio nel piazzale del campo dove avvenivano le esecuzioni dei prigionieri.
Il sergente maggiore Soja tornò nel 1947 e si insediò nella casa che aveva costruito. Ma dopo una ventina d’anni preferì venderla al signor Stanislaw Jurczak, che la divise in appartamenti per tutta la famiglia. Qualche anno fa Pawel Jurczak, il suo bisnipote, ha dato un’intervista a un quotidiano inglese. Aveva passato lì tutta la sua vita e non ci trovava nulla di strano: «È una casa polacca, non una casa nazista» diceva. Però aveva aspettato qualche mese prima di svelare alla sua fidanzata Sylwia il nome dei precedenti inquilini. Poi si erano sposati e Sylwia aveva accettato di trasferirsi a Legionów 90. «Ma cerco di non guardare dalla finestra che dà sul campo» diceva. «E non sono mai scesa in cantina. Non credo ai fantasmi, ma quando fa buio mi sembra di sentire i lamenti dei morti che salgono da lì».
Sul Venerdì del 26 gennaio 2024