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Alessio Boni è un gerarca fascista nella serie “La lunga notte”: “Sono cresciuto a pane e Bella ciao, che fatica fare il saluto romano”

Alessio Boni 57 anni, è protagonista della fiction in tre parti La lunga notte, in onda su Rai 1

 
L’attore interpreta il gerarca Dino Grandi che nel 1943 firmò l’ordine del giorno contro Mussolini. Nessun imbarazzo? «La Rai meloniana non c’entra affatto». Intervista
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Il crepuscolo del fascismo si annuncia con gli attacchi di gastrite che colpiscono Benito Mussolini. Mentre lo stomaco brucia, l’alleato Hitler gli ha appena sputato in faccia, accusandolo di non essere stato in grado di fermare lo sbarco degli americani in Sicilia. Gli italiani non ne possono più della guerra, della fame, della dittatura. Addio anche al maschio vigore: Mussolini è uno straccio, a letto con l’amante non pare in gran forma.

Ma, all’interno del partito, chi ha il coraggio di destituirlo? Qualcuno c’è: Dino Grandi, presidente della Camera dei fasci, pezzo grosso del fascismo, capace di spietatezze ma anche diplomatico e poliglotta. È lui che capisce che l’unica salvezza per l’Italia è sottrarsi alla guerra, mollare i tedeschi e far dimettere il duce. Dopo, potrebbe diventare lui stesso il nuovo capo del governo ma vuole condurre l’operazione legalmente. Così, convince Mussolini a convocare il Gran Consiglio a Palazzo Venezia. Qui, durante una lunga notte di discussioni e…

Il crepuscolo del fascismo si annuncia con gli attacchi di gastrite che colpiscono Benito Mussolini. Mentre lo stomaco brucia, l’alleato Hitler gli ha appena sputato in faccia, accusandolo di non essere stato in grado di fermare lo sbarco degli americani in Sicilia. Gli italiani non ne possono più della guerra, della fame, della dittatura. Addio anche al maschio vigore: Mussolini è uno straccio, a letto con l’amante non pare in gran forma.

Ma, all’interno del partito, chi ha il coraggio di destituirlo? Qualcuno c’è: Dino Grandi, presidente della Camera dei fasci, pezzo grosso del fascismo, capace di spietatezze ma anche diplomatico e poliglotta. È lui che capisce che l’unica salvezza per l’Italia è sottrarsi alla guerra, mollare i tedeschi e far dimettere il duce. Dopo, potrebbe diventare lui stesso il nuovo capo del governo ma vuole condurre l’operazione legalmente. Così, convince Mussolini a convocare il Gran Consiglio a Palazzo Venezia. Qui, durante una lunga notte di discussioni e ribaltamenti di fazioni, si compie l’ultimo atto formale del fascismo, l’atto che ne indica la fine.

Proprio La lunga notte si intitola la fiction in tre puntate che andrà in onda su Rai 1 il 29, 30 e 31 gennaio. Scritta da Franco Bernini e Bernardo Pellegrini, con la consulenza storica di Pasquale Chessa e per la regia di Giacomo Campiotti, la miniserie vede Alessio Boni nei panni di Dino Grandi.

Dopo essere stato Caravaggio, Giacomo Puccini, Enrico Piaggio, Walter Chiari, Giorgio Ambrosoli, ecco di nuovo l’attore alle prese con un personaggio reale della storia del nostro Paese. Ma mentre i precedenti erano figure assai conosciute, di Grandi si sa davvero poco. Eppure il suo ruolo è stato decisivo in quella data, il 25 luglio 1943, che ha segnato una svolta epocale. Cruciali i suoi rapporti non solo con Mussolini e gli altri gerarchi, tra cui Galeazzo Ciano, genero del duce, ma anche con la famiglia Savoia e in particolare l’anziano re che Grandi cerca di convincere a prendere posizione.

Alessio Boni, a destra, con Duccio Camerini nei panni di Mussolini

 

Reduce dal successo della prima stagione di Il metodo Fenoglio, tratto dai romanzi di Gianrico Carofiglio, impegnato in una lunga tournée teatrale con Iliade – Il gioco degli dei, Boni, 57 anni, è titolare di una carriera scintillante, esplosa poco più di vent’anni fa grazie al poliziotto tormentato della Meglio gioventù, l’affresco di Marco Tullio Giordana sugli anni di piombo.

Sapeva qualcosa di Dino Grandi?
«A dir la verità, no. La sceneggiatura mi ha colpito. Racconta quattro storie familiari dalle quali si capisce che le uniche consapevoli di quello che stava succedendo, lo sgretolamento del fascismo, il rischio della guerra civile, la possibile fine della monarchia, erano le donne. Capisce tutto la nuora di Vittorio Emanuele, Maria José. Capisce Edda Ciano, la figlia di Mussolini. Capiscono le due donne di Mussolini, la moglie Rachele e l’amante Claretta. E capisce Antonietta, moglie raffinata e colta di Dino Grandi».

E di lui che idea si è fatto?
«Ho letto la sua autobiografia. Grandi è morto nel 1988 a 93 anni, considerandosi ancora fascista. Fino alla fine. Era anche un maschilista convinto, come tutti quelli della sua generazione, eppure teneva in grande considerazione l’opinione della moglie. Ma soprattutto era un uomo dalla schiena dritta, uno che non abbassò mai gli occhi davanti a Mussolini. Fin dall’inizio: non era neanche favorevole alla marcia su Roma. Quella notte del ‘43, per la riunione del Gran Consiglio, entrò a Palazzo Venezia con due bombe a mano in tasca. Era pronto al suicidio, pur di far voltare pagina all’Italia».

Oggi abbiamo un governo di destra: questa fiction potrebbe sembrare gentilmente revisionista. No?
«Giorgia Meloni è premier da un anno e poco più. Il progetto è di almeno due, forse tre anni precedente, la situazione politica attuale non ha alcun legame con la miniserie».

Ma interpretare un gerarca fascista non l’ha fatta sentire un po’ a disagio?
«Sono cresciuto a pane e Bella ciao, ho ascoltato da bambino le storie della Resistenza raccontate in famiglia da chi le aveva vissute, e quindi sì, confesso di averci messo un bel po’ per riuscire a battere i tacchi e fare un saluto romano convincente. Lo provavo davanti allo specchio e proprio non ci riuscivo. Ma ripetere e perfezionare gesti fa parte del mio mestiere e quindi spero di essere credibile come Dino Grandi, così come spero di essere stato credibile come Caravaggio o Ambrosoli. Bruno Ganz, attore immenso, ha interpretato Hitler nel film La caduta, trovando un modo per mantenere in equilibrio ogni ambiguità. È Hitler, ma lo vediamo anche che va a spasso con il cagnolino! Ho letto un’intervista in cui Ganz raccontava che poi è stato tre mesi in analisi per liberarsi dall’incubo. Io ho interpretato un terrorista in Arrivederci amore, ciao di Michele Soavi, tratto dal libro di Massimo Carlotto. Era un personaggio di fantasia ma basato su storie vere di gente che ha ammazzato a sangue freddo. Eppure nessuno ha protestato. Se mi chiedessero di interpretare Stalin, lo farei. Raccontare non equivale ad avallare. Del resto, si deve conoscere la Storia per evitare che vengano ripetuti gli stessi errori».

Vero, sicuramente. Però umanizzare dei mostri, non li fa sembrare meno mostruosi?
«Forse, ma è anche vero che solo rendendoli umani puoi capire davvero le dinamiche che ci sono state dietro certe scelte. Grandi non era un fascista buono, ammesso che ci fossero fascisti buoni. Ma era una persona con la testa sulle spalle che capì che Mussolini stava sbagliando, che era sempre più arrogante, vittima del suo stesso delirio di onnipotenza. E infatti Mussolini lo aveva sempre un po’ temuto: Grandi era più bello di lui, più elegante e preparato. Lo mandò in giro a fare il diplomatico per anni per toglierselo di torno. Io credo che senza la mossa da scacchista di Grandi, il fascismo sarebbe potuto durare altri dieci anni perché nessuno affrontava Mussolini. I gerarchi erano una casta privilegiata, un cerchio magico che viveva nel lusso, mentre fuori la gente soffriva. Per non dire del re. Quando Grandi finalmente riesce a parlargli dell’ipotesi del Gran Consiglio, lo trova che spara alle quaglie nella sua tenuta di caccia, tranquillo, come se niente fosse».

Lei è in un momento di grande maturità, dal punto di vista della carriera. Come lo vive?
«Io sono lo stesso di quando ero a Bergamo, a posare le piastrelle. Però ogni personaggio che interpreto è la piastrella del puzzle che mi porterà a capire me stesso e quali messaggi voglio lanciare. Altrimenti, questo mestiere è inutile farlo. Se riesco a far intuire anche solo un lampo di complessità a una persona del pubblico e questa persona comincia a scavare, a capire le sfumature, la schizofrenia della psiche umana, io ho fatto bingo».

Piuttosto difficile afferrare le sfumature in questo mondo iper polarizzato, in cui o si è idolatrati o si è odiati.
«La gente non parla neanche più, si scrive Tvb e manda cuoricini. Lo faccio anch’io, lo ammetto. Però capisce che è orribile? Ho letto di questa influencer spagnola, Aitana López, una con i capelli rosa che elargisce consigli. Peccato che non esista: è un personaggio virtuale. Viviamo in un mondo in cui si rincorre il fasullo, quindi la concretezza della cultura, della storia, della funzione didattica della tv di Stato può aiutare a essere più preparati, a non farsi abbindolare, ad avere una coscienza civile».

Prossimo personaggio storico interpretato da Alessio Boni?
«Non lo so. Di base, io detesto le agiografie. Non farò mai un Papa perché è troppo facile: sei sicuro di arrivare al 30 per cento di share!».

Nemmeno se le proponessero Papa Giovanni, bergamasco come lei?
«Per lui farei un’eccezione».

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