Bernie Sanders dichiara guerra ai super ricchi e dice: “Ecco perché non dovete votare Trump”
di RICCARDO STAGLIANO'I suoi idoli sono Franklin Delano Roosevelt quando nel ‘44 al Congresso dice «vedo milioni di famiglie che cercano di vivere con entrate così magre che la nube del disastro pende su di loro giorno dopo giorno» e afferma che non può esistere vera libertà senza diritti economici. Ma anche Eugene Viktor Debs, il sindacalista socialista amatissimo da Kurt Vonnegut. E poi Martin Luther King, per tutta una serie di ottime ragioni. Si potrà dire che è un pantheon passé, ma non che sia scarso. Critica che qualcuno può rivolgere anche all’ottantaduenne Bernie Sanders, senatore del Vermont nonché leader ufficioso della sinistra-sinistra americana.
Dei suoi discorsi, come dei film di Ken Loach, si può eccepire che sian sempre un po’ uguali tra loro, ma di certo non che abbiano un posizionamento ambiguo. Sai sempre dove vanno a parare. Idee che ora Sanders ha messo insieme in Superare il capitalismo (Fazi) in cui se la prende con l’ultima incarnazione dell’1 per cento, categoria dello spirito con…
I suoi idoli sono Franklin Delano Roosevelt quando nel ‘44 al Congresso dice «vedo milioni di famiglie che cercano di vivere con entrate così magre che la nube del disastro pende su di loro giorno dopo giorno» e afferma che non può esistere vera libertà senza diritti economici. Ma anche Eugene Viktor Debs, il sindacalista socialista amatissimo da Kurt Vonnegut. E poi Martin Luther King, per tutta una serie di ottime ragioni. Si potrà dire che è un pantheon passé, ma non che sia scarso. Critica che qualcuno può rivolgere anche all’ottantaduenne Bernie Sanders, senatore del Vermont nonché leader ufficioso della sinistra-sinistra americana.
Dei suoi discorsi, come dei film di Ken Loach, si può eccepire che sian sempre un po’ uguali tra loro, ma di certo non che abbiano un posizionamento ambiguo. Sai sempre dove vanno a parare. Idee che ora Sanders ha messo insieme in Superare il capitalismo (Fazi) in cui se la prende con l’ultima incarnazione dell’1 per cento, categoria dello spirito contro la quale si svocia da una vita.
Nel suo libro conia l’espressione “übercapitalisti” per definire gli attuali padroni del mondo. In che cosa differiscono dai capitalisti classici?
«L’ho fatto per evitare fraintendimenti. Se uno vuole fare l’imprenditore, apre un’attività, vuol fare un po’ di soldi, va benissimo. Ma oggi assistiamo a livelli di concentrazione economica mai visti nella storia dell’umanità che, a loro volta, hanno creato nuove vette di disuguaglianza sia di reddito che di ricchezza. Gli “übercapitalisti” sono quelle pochissime persone, come Bezos, Musk e altri che detengono ricchezze immani. E un potere altrettanto grande».
Già dal titolo originale del saggio lei dice che «è ok essere arrabbiati col capitalismo». A quanto pare la generazione Z, i giovani americani tra i 18 e i 24 anni, lo è più che mai se nel sondaggio che cita oltre metà ne ha un’opinione negativa. Per quali motivi secondo lei?
«Ritengo che sia per ciò che vedono in America oggi. Nonostante l’esplosione della produttività e della tecnologia, i lavoratori, una volta depurati i loro salari reali dall’inflazione, guadagnano meno di cinquantanni fa. I giovani temono che godranno di un tenore di vita peggiore dei loro padri. E vedono un mondo devastato dalla crisi climatica e si chiedono: perché dovrei metter al mondo figli in uno scenario del genere? È per questi motivi che si sono posti delle domande sul sistema che ci ha portati sin qui. E le risposte non gli sono piaciute».
Eppure, a dispetto di questa grande delusione, dei 13 milioni di voti che lei prese, con una piattaforma molto critica del capitalismo, nelle primarie democratiche 2016 e dei 10 milioni nel 2020, ha perso entrambe le volte. Invece ha vinto prima un miliardario che del capitalismo è la caricatura più feroce – e che rischia di bissare quest’anno – e poi un democratico decisamente più moderato: come se lo spiega?
«Ciò che abbiamo provato a fare nelle due tornate che ha ricordato è senza precedenti nella storia politica americana moderna. Perché non abbiamo corso soltanto contro i repubblicani, contro la stragrande maggioranza dei media – nel libro elenco i 16 articoli negativi che il Washington Post mi dedicò, tra carta e online, in sole sedici ore – ma anche contro l’establishment del Partito democratico. Nel 2020, dopo che avevamo vinto le prime tre primarie in altrettanti Stati, uno a uno gli altri concorrenti democratici si ritirarono per sostenere Biden. E dunque, quando combatti contro l’establishment politico, economico e mediatico insieme, non è facile. Restano però i milioni di persone che mi hanno votato per chiedere un reale cambiamento dello status quo. Che vogliono che il governo lavori per loro e non solo per quell’1 per cento».
Se avesse davanti un elettore tentato dal votare Trump, come proverebbe a convincerlo che sbaglia?
«La domanda che mi fa non è retorica ma terribilmente reale, perché è esattamente ciò che intendo fare da qui al giorno delle elezioni (5 novembre, ndr). Gli spiegherò in quali e quanti modi Trump è un bluff, una vera fregatura. A parole si preoccupa delle condizioni dei lavoratori, ma nei fatti è l’autore dei più grandi sconti fiscali per i ricchi. Gli direi quali tremendi personaggi metterebbe a capo del National labor relation board, l’organismo che sovrintende alle relazioni industriali (in cui Biden ha messo Jennifer Abruzzo, una figura decisamente più a sinistra dei suoi predecessori, ndr), che ingaggerebbero una lotta senza quartiere contro i sindacati. E infine gli farei notare che escluderebbe altri milioni di persone dalla copertura sanitaria, con tutta una serie di politiche destinate a beneficiare i più ricchi tra i ricchi e non la working class. Argomenti che ripeteremo a oltranza».
Dopo averlo sfidato nel 2020 lei, come succede in America e assai meno da noi, ha lealmente collaborato con Biden. Lo giudica un uomo di sinistra? Se sì, più o meno di Obama? E infine: è il candidato democratico giusto per contrastare Trump?
«Inizio dal fondo. Siamo dove siamo, nel senso che bisogna fare i conti con la realtà piuttosto che immaginarsene di alternative: Biden è il candidato e deve essere sostenuto. Punto. Quanto alla sua caratura progressista, alcune delle sue politiche sono coerenti con quanto io, altri suoi sfidanti e le nostre rispettive task force che hanno collaborato a lungo proponevano. Per esempio, due mesi dopo l’inizio del Covid il presidente ha fatto passare l’American Rescue Plan, fortemente ispirato da noi, che con 1,9 trilioni di dollari è probabilmente una delle leggi dall’impatto economico più cospicuo da decenni. Aveva anche annunciato, con nostra grande soddisfazione, il Build Back Better, un ambizioso piano per potenziare le nostre infrastrutture cadenti, che però non è arrivata in aula. Per molti versi è stato più progessista di Obama. Ha provato anche a resistere allo strapotere delle compagnie farmaceutiche, ed è stato il primo presidente della Storia a marciare in un picchetto di lavoratori in sciopero e a invitarne altri a formare un sindacato. Insomma, ha fatto molte cose positive. Sul fronte climatico mi sarebbe piaciuto vederlo più intransigente, soprattutto sui permessi di trivellazione. Ma è sulla politica estera che abbiamo le differenze più forti. Sono molto deluso dall’approccio dell’Amministrazione sulla crisi di Gaza…».
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Ha anticipato la domanda. Lei, ebreo che da giovane ha vissuto diversi mesi in un kibbutz, ha definito «disumana» e «indiscrimata» la campagna militare di Israele sulla Striscia e ha chiesto al Congresso di subordinare gli aiuti a Israele ad alcune condizioni, tra cui un impegno a discutere la soluzione dei “due Stati”. Proposta bocciata e che le ha attirato critiche anche da parte di molti democratici: cosa risponde?
«Le rispondo semplicemente così. Ciò che Hamas ha fatto il 7 ottobre è terrificante. Parliamo di un’organizzazione terrorista il cui scopo è distruggere Israele, che ha dunque tutto il diritto di difendersi. Ciò detto, la risposta israeliana è estremamente sproporzionata: invece di fare la guerra ad Hamas nei fatti, la sta facendo a tutto il popolo palestinese. Il che, con oltre 24 mila morti contati dal ministero della Salute di Gaza, due terzi dei quali donne e bambini, l’85 per cento della popolazione sfollata e il 70 per cento di abitazioni distrutte – più che a Dresda durante la Seconda guerra mondiale – è, da una prospettiva umanitaria, assolutamente orrendo. Per non parlare delle centinaia di migliaia di bambini che, mentre io e lei stiamo parlando, devono affrontare un serio rischio di carestia. Per quanto mi riguarda non dovremmo dare più nemmeno un nichelino a Netanyahu sin quando questa situazione non cambia».
A Davos 260 tra milionari e miliardari hanno chiesto di essere tassati di più. Però quando lei ha proposto il Make Billionaires Pay Act, sugli extraprofitti accumulati in pandemia da usare per estendere l’assistenza sanitaria agli 80 e passa milioni di americani scoperti, la proposta è stata affossata anche dai suoi compagni di partito. Cosa c’è di tanto difficile nello slogan dei cosiddetti “Milionari patriottici”: anche con più tasse noi resteremmo comunque ricchi mentre tanti altri starebbero meglio?
«È in effetti imbarazzante. Perfino i miliardari capiscono che il sistema fiscale è figlio di un sistema politico corrotto. Se sei un miliardario puoi creare un Super-Pac, un’entità giuridica cui devolvere fondi illimitati per eleggere il candidato che ti dà maggiori garanzie. Soprattutto, di non farti pagare la giusta quota di imposte. Non solo l’economia, ma anche la politica è controllata dall’1 per cento. È chiaro per alcuni miliardari, per certi progressisti ancora no».
Sul Venerdì del 26 gennaio 2024