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Dal granchio Yeti alla rana viola la caccia alle specie mai viste non è mai finita

Il granchio Yeti (Kiwa irsuta) scoperto nel 2000 nel Pacifico. Alamy/IPA 
Ogni anno si scoprono migliaia di esemplari finora sconosciuti. Altri milioni, forse miliardi, restano ignoti. Anche per mancanza di fondi. Il biologo Stefano Mazzotti lancia un appello
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La spedizione guidata da Kristofer Helgen dello Smithsonian Institute raggiunse il fondo del cratere del vulcano spento Bosavi, in Papua Nuova Guinea: intorno a loro le pareti di lava a picco alte più di un chilometro, che avevano impedito a chiunque altro di raggiungere quel luogo. In pochi giorni di lavoro i ricercatori trovarono decine di specie sconosciute, fra cui spiccavano un nuovo marsupiale arboricolo, sorta di koala rossiccio dal muso allungato, e il più grande ratto del mondo, un topone lanoso lungo 80 centimetri, che amavano farsi prendere in collo dai membri della spedizione, come se avessero aspettato le loro coccole da millenni.

Sembra la cronaca di una spedizione del XIX secolo, quando i biologi scoprivano ancora nel mondo oasi di natura incontaminata. E invece quell’Eden primordiale è stato raggiunto, in elicottero, solo nel 2009. E non è un caso unico: pochi anni fa nelle foreste birmane sono stati individuati sia il cervo più piccolo del mondo, Muntiacus putaoensis,…

La spedizione guidata da Kristofer Helgen dello Smithsonian Institute raggiunse il fondo del cratere del vulcano spento Bosavi, in Papua Nuova Guinea: intorno a loro le pareti di lava a picco alte più di un chilometro, che avevano impedito a chiunque altro di raggiungere quel luogo. In pochi giorni di lavoro i ricercatori trovarono decine di specie sconosciute, fra cui spiccavano un nuovo marsupiale arboricolo, sorta di koala rossiccio dal muso allungato, e il più grande ratto del mondo, un topone lanoso lungo 80 centimetri, che amavano farsi prendere in collo dai membri della spedizione, come se avessero aspettato le loro coccole da millenni.

Sembra la cronaca di una spedizione del XIX secolo, quando i biologi scoprivano ancora nel mondo oasi di natura incontaminata. E invece quell’Eden primordiale è stato raggiunto, in elicottero, solo nel 2009. E non è un caso unico: pochi anni fa nelle foreste birmane sono stati individuati sia il cervo più piccolo del mondo, Muntiacus putaoensis, lungo solo 60 centimetri, che una delle scimmie più strane, il Rhinopithecus strykeri.

Altre specie nuove saltano poi fuori continuamente dai posti più inaspettati: un’anguilla cieca nel pozzo di una scuola di Mumbai, un inedito crostaceo isopode in un acquario giapponese, un bizzarro coniglio a strisce in un mercato del Laos e così via…


«È la dimostrazione di quanto ancora ci sia da lavorare per completare il quadro della biodiversità terrestre. Conosciamo già 2,13 milioni di specie, e ogni anno ne scopriamo in media altre 19mila, ma la stima del totale varia fra 10 milioni e diversi miliardi: resta ignoto ancora circa l’86 per cento delle specie terrestri e il 91 per cento delle marine. E se il quadro è quasi è a buon punto per mammiferi, rettili e uccelli, dei funghi si conoscono solo 70 mila specie sui 2-6 milioni stimati, mentre dei batteri è noto appena l’1 per mille del probabile totale», spiega Stefano Mazzotti, biologo e direttore del Museo di Storia naturale di Ferrara, che sulla estenuante, e forse infinita, impresa del censire il vivente ha scritto ora il libro Meravigliose creature, la diversità della vita come non la conosciamo (il Mulino).


«Questo gap di conoscenza», dice,«è un problema gravissimo, perché migliaia di specie scompariranno per l’azione distruttiva umana prima ancora di conoscerle, portando con loro tasselli fondamentali del funzionamento degli ecosistemi e spesso anche di conoscenze utili per la vita umana». Come quelle che, per esempio, i medici contano di ricavare dallo studio del pesce lumaca delle Marianne, Pseudoliparis swirei, scoperto nel 2017 in un abisso del Pacifico: per sopravvivere lì questi animali non hanno quasi più calcio nelle ossa, così da resistere alle immense pressioni, e, respirando direttamente dalla pelle, hanno un sangue quasi privo di emoglobina: offrono un modello animale unico per lo studio di osteoporosi e anemie.

Un fossile vivente

Scoprire nuove specie può servire anche a fare luce sulla storia stessa della Terra, come dimostra il caso della rana viola, Nasikabatrachus sahyadrensis, scoperta nel 2003 nelle foreste del sud dell’India e diversa da tutte le altre del subcontinente, ma imparentata con specie endemiche delle Seychelles, arcipelago al largo dell’Africa, a quattromila chilometri di distanza. «La spiegazione? Il parente comune delle due popolazioni abitava l’Africa orientale 130 milioni di anni fa. E quando un pezzo di questa, l’attuale India, si staccò e cominciò a spostarsi a nord, i due gruppi restarono separati. Di quello africano restarono solo le rane delle Seychelles, mentre l’altro sopravvive isolato nelle foreste indiane: fossili viventi dell’epoca dei dinosauri».
Per rivelare tutte le sorprese che la biodiversità ancora riserva, servirebbe un esercito di tassonomisti all’opera, peccato che siano in via di estinzione pure loro.
«È una crisi globale: gli esperti in classificazione del vivente diventano sempre più rari, visto che scarseggiano le nuove leve. Questa professione dà molte soddisfazioni, dal visitare luoghi meravigliosi al riconoscere animali inediti, fino ad avere una specie chiamata con il proprio nome (il “Nobel” dei tassonomisti, ndr). Ma i giovani biologi non ne sono molto attratti, forse perché i fondi sono pochi e il lavoro che comporta duro, meticoloso e basato su conoscenze sempre più complesse.

E così nei musei si accumulano milioni di campioni da analizzare, mentre gli ambienti più ricchi di specie, come barriere coralline e foreste tropicali, vengono distrutti da cambiamento climatico e attività umane prima ancora che qualcuno censisca quello che contenevano». Anche il più vasto ambiente del pianeta ancora da esplorare, gli oceani profondi, finora lasciato in pace, sarà presto minacciato dall’estrazione di risorse minerarie.

Pesci intorno ai camini

«L’80 per cento degli abissi è ignoto, eppure da quanto esplorato sono già arrivate scoperte straordinarie, come le comunità di vermi, pesci e crostacei che si raccolgono intorno ai camini vulcanici abissali, e che derivano tutta la loro energia dai batteri che si nutrono dei sali contenuti nelle acque a 300°C. Fra queste specie i granchi Yeti, Kiwa hirsuta, scoperti nel 2005 a 2.200 metri di profondità nel Pacifico, così chiamati per i filamenti bianchi delle chele su cui coltivano quei batteri per mangiarseli. Oppure gli ancora più misteriosi ecosistemi sotto la banchisa antartica, ricchi di spugne, meduse, crostacei e pesci dotati di sangue-antigelo, che non si capisce ancora come facciano a sopravvivere in quelle condizioni estreme di gelo e buio».

Insomma, urgono scienziati in grado di completare il quadro della vita della Terra, prima che i continui danni che le infliggiamo, anche per ignoranza, non ne provochino il collasso.
«Forse ad aiutarci verranno in soccorso nuove tecnologie. Come quelle genetiche, che permettono di censire rapidamente le specie presenti in un certo ambiente e distinguere quelle inedite, oppure le IA, a cui si sta provando a fornire la massa di dati genetici, morfologici, ecologici già raccolti sugli esseri viventi perché ci diano una mano a classificare la montagna di campioni che ingorgano i musei naturalistici». E conclude Mazzotti: «Ma non ci illudiamo che basti: per capire poi come vivano le specie individuate, servirà sempre che degli Homo sapiens vadano sul campo a studiarli».

Sul Venerdì del 26 gennaio 2024

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