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6 in condotta, a cosa serve veramente

Ragazzi in aula

 
Con un Ddl il governo pensa a un giro di vite nelle scuole. Un’idea che piacerebbe a tanti presidi e, stando a un sondaggio, a molti italiani. E agli insegnanti? Ma soprattutto: davvero servirà a contrastare il bullismo? O soltanto a bocciare le occupazioni? Chi lo sa alzi la mano
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Se dovessimo cercare – come si usa dire – il casus belli, in principio fu la prof di Scienze impallinata in classe a Rovigo: l’11 ottobre 2022 Maria Cristina Finatti, 61 anni, venne presa di mira da due quattordicenni con una pistola ad aria compressa, mentre un altro riprendeva la scena con lo smartphone.

Lei denunciò l’intera classe, e però a fine anno i tre furono tutti promossi con il 9 in condotta: da quel doppio brivido di indignazione che percorse i giornali e i social è nata la stretta sul voto di condotta, la materia-non materia, la disciplina che non si studia (ah, la disciplina!), l’ago della bilancia nell’ora del giudizio, nonché la «vera camera di compensazione della scuola», come la definisce Antonio Silvagni, professore in un liceo di Arzignano (Vicenza), arrivato in finale a un’edizione dell’Italian Teacher Prize su segnalazione dei suoi studenti: «Se manca un voto per attribuire un credito» spiega a mo’ di esempio, «alzi quello di condotta e il gioco è fatto».

Benché …

Se dovessimo cercare – come si usa dire – il casus belli, in principio fu la prof di Scienze impallinata in classe a Rovigo: l’11 ottobre 2022 Maria Cristina Finatti, 61 anni, venne presa di mira da due quattordicenni con una pistola ad aria compressa, mentre un altro riprendeva la scena con lo smartphone.

Lei denunciò l’intera classe, e però a fine anno i tre furono tutti promossi con il 9 in condotta: da quel doppio brivido di indignazione che percorse i giornali e i social è nata la stretta sul voto di condotta, la materia-non materia, la disciplina che non si studia (ah, la disciplina!), l’ago della bilancia nell’ora del giudizio, nonché la «vera camera di compensazione della scuola», come la definisce Antonio Silvagni, professore in un liceo di Arzignano (Vicenza), arrivato in finale a un’edizione dell’Italian Teacher Prize su segnalazione dei suoi studenti: «Se manca un voto per attribuire un credito» spiega a mo’ di esempio, «alzi quello di condotta e il gioco è fatto».

Benché sull’argomento sembra non esistano studi storici e scientifici o statistiche (ma se un’Università ci smentisse, al Venerdì saremmo contenti), ecco che a ridare smalto al voto di condotta prova il ministro Giuseppe Valditara: dal prossimo anno, alle superiori, il 5 comporterà la bocciatura, mentre con il 6 si dovrà ripianare il debito in educazione civica, attraverso attività sociali e una prova scritta che certificherà il ravvedimento. Quanto alle medie inferiori, il giudizio sintetico tornerà a essere un numero.

Vera emergenza?

Sembra una passata con la lucidatrice su valori opacizzati dal lassismo, più che l’impianto di una riforma, ma la maggioranza ci tiene tantissimo, forte di un sondaggio (Quorum e YouTrend per SkyTg24), secondo cui il 76 per cento degli italiani è entusiasta della novità, con gli elettori di FdI favorevoli all’84 per cento, i 5 Stelle al 75 e i Pd al 72.

Una volta licenziato dal Senato, il ddl potrebbe essere approvato in velocità: «Ci crediamo molto» assicura il presidente della commissione Cultura di Palazzo Madama, il leghista Roberto Marti, «abbiamo ascoltato tutti, è un’emergenza sociale, servono parametri certi per garantire il rispetto verso docenti e personale, oltre che tra i ragazzi».

Sotto la superficie plebiscitaria restano un paio di domande: 1) in base a quali dati si dice che è vera emergenza? 2) ma ha ancora senso il “voto di condotta”? (ce ne sarebbe una terza: basterà la riformina a restituire ai prof l’autorevolezza perduta, come rivendica Valditara a ogni uscita pubblica?).

Antonello Giannelli,che da quando guida l’Associazione nazionale presidi ha visto succedersi sei ministri dell’Istruzione e la sa lunghissima, dice: «Un po’ di severità è necessaria. Sembra che a scuola si possa fare di tutto, incluso sparare pallini. Serve un cambiamento culturale, il che implica un lavoro enorme». Ma la severità del ddl non sarà un tornare indietro? «Nel nostro Paese sembra sempre che andare avanti sia un bene e andare indietro un errore: ma perché?».

Ordine e disciplina

«Davvero chiede a me?» ride Vincenzo Arte, il docente fondatore della sezione cosiddetta “senza voti” nel liceo scientifico romano Morgagni. Ha scritto per Mondadori Crescere senza voti (appunto) e lo invitano ovunque a parlare della sua esperienza. Arte è per l’eliminazione senza tentennamenti della valutazione sulla condotta: «Un tempo nei consigli di classe battagliavo, ora tendo a estraniarmi. Tanti bravi colleghi cadono nell’automatismo per cui il ragazzo che va male in una materia viene valutato male nel comportamento. Ma se non tirano sassi, non bestemmiano e sanno stare con gli altri, per me meritano 10».

Il mix delle sovrapposizioni e dell’assenza di regole certe è micidiale. Il passaggio – richiesto dall’Ue – dalla valutazione dell’apprendimento alla valutazione delle competenze implica un giudizio su aspetti che coinvolgono la condotta, come la capacità di comunicare in pubblico, di relazionarsi con gli altri in modo rispettoso ecc. «Se do 8 in italiano in base a queste categorie» spiega Silvagni «sto già valutando il comportamento, no?». Educazione civica produce altra confusione: nonostante i tentativi di distinguerla, si sovrappone spesso alla condotta. «Ma, soprattutto, nelle varie materie il voto è motivato da un percorso. Quello sul comportamento, invece, è un voto secco. Ho preso 8, ma perché? Forse parlo troppo? O magari troppo poco? È un giudizio inappellabile, un bollo divino.La verità è che è un voto opacissimo».

Nonostante il sondaggio, sotto traccia, nel mondo della scuola, serpeggia anche indignazione. Per Enrico Galiano, docente in una scuola media in Friuli, autore di una divertente web serie intitolata Cose da prof e ora del romanzo Geografia di un dolore perfetto (Garzanti), la vicenda di Rovigo è stata mal raccontata e mal gestita, «ed è diventata eponima di una generazione». Quanto alle riformine, «sono utili ad accaparrare i consensi, mentre bisogna investire sul prima. Il teatro è una bomba: vedi ragazzini con un piede nella delinquenza riprendersi, recuperare empatia. Alle medie c’è chi ha già disturbi alimentari, chi fa abuso di sostanze. “Col 6 gli diamo una calmata” pensano tanti. Io ripartirei invece dalle attività pomeridiane,che dalla Gelmini in poi sono state massacrate».

Come lui, l’insegnante-scrittrice Viola Ardone dal suo liceo di Napoli vede nel caso Rovigo la rappresentazione metaforica delle vite dei prof: raccontati come una categoria di sfaticati, con il privilegio di tre mesi di vacanza, perché stupirsi se poi i pallini arrivano davvero? «La scuola è un luogo di regole interiorizzate, non una caserma» dice.«Oggi si sventola la bandiera dell’“ordine & disciplina” con una proposta che è anche macchinosa». Racconta di una sua vecchia classe sorpresa con una scorta di superalcolici durante un viaggio d’istruzione. «Tutti sapevano, tutti erano stati conniventi: tutti ebbero 6 in condotta. Non ci sentivamo un tribunale, però affermammo il senso del limite».

Bulli grandi e piccoli

Che il giro di vite affascini anche la sinistra non sorprende Fabio Lucidi, prorettore della Sapienza con una delega ai rapporti con gli studenti: «Se gli elementi della convivenza civile sono oggetto di apprendimento scolastico, non è strano che possano essere valutati». Poi, si sa, «il diavolo sta nei dettagli. L’applicazione della legge favorirà la consapevolezza di diritti e doveri costituzionali, oppure limiterà l’esercizio costruttivo della critica?». Cioè: vincerà la linea dell’“ora si fa come dico io”?

Lo sapremo presto. Se la scuola fosse una trincea, troveremmo pronto a ogni evenienza Francesco Rossi, il preside del liceo romano Montale che, dopo avere sventato l’occupazione, ha ringraziato «le forze armate fondamento della sicurezza dell’intera Patria per la repentina risoluzione dell’incursione». Peccato che con il Venerdì non parli, perché nelle grandi città la spina nel fianco dei dirigenti sono proprio le proteste e, dopo i 5 in condotta al liceo Tasso, sempre Roma, così apprezzati da Valditara, gli studenti temono che il vero obiettivo del ddl sia spegnere ogni forma di ribellione.

E i bulli da cui eravamo partiti? Negli uffici della Fondazione Carolina Picchio, che deve il nome alla quattordicenne di Novara suicida nel 2013 perché vittima di cyberbullismo, il segretario Ivano Zoppi è in allarme: «Ci segnalano episodi gravi ogni giorno, si dovrebbe agire sulla prevenzione aiutando le famiglie a capire che è un problema di salute. Invece si guarda il dito e non la Luna». Certe riforme, conclude con tristezza, sono solo spot.

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