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Natalia Aspesi: viva Kubrick, abbasso Trump

QUESTIONI (NON SOLO) DI CUORE: le risposte alle lettere dei lettori del Venerdì
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Per scrivere a Natalia Aspesi: n.aspesi@repubblica.it o Il Venerdì, via Ferrante Aporti 8, 20125 Milano.

Gentilissima signora Aspesi, mi permetto di intervenire riguardo alla sua risposta al lettore di Ascoli Piceno che non ama il cinema americano (Venerdì del 19 gennaio). Essendo d’accordo con il lettore, anche se per diversi motivi e gusti, vorrei ricordarle su Barry Lyndon, da lei citato come prova dell’eccellenza americana, che: 1) Kubrick lasciò l’America nel 1961 (il film è del 1975) per liberarsi dai condizionamenti del sistema Usa, come peraltro aveva fatto prima di lui Joseph Losey; 2) a parte Ryan O’Neal, gli attori sono perlopiù europei, (Magee, Krüger, Vitali, Körner, Kean, Hamilton, Berkoff, Rossiter...); 3) il soggetto è tratto dal romanzo di William Thackeray, notoriamente inglese e non americano. Alla luce di tutto ciò, vorrei sapere perché considera Barry Lyndon un prodotto del cinema americano. Questo cinema deve peraltro molto del suo successo all’appropriazione di …

Per scrivere a Natalia Aspesi: n.aspesi@repubblica.it o Il Venerdì, via Ferrante Aporti 8, 20125 Milano.

Gentilissima signora Aspesi, mi permetto di intervenire riguardo alla sua risposta al lettore di Ascoli Piceno che non ama il cinema americano (Venerdì del 19 gennaio). Essendo d’accordo con il lettore, anche se per diversi motivi e gusti, vorrei ricordarle su Barry Lyndon, da lei citato come prova dell’eccellenza americana, che: 1) Kubrick lasciò l’America nel 1961 (il film è del 1975) per liberarsi dai condizionamenti del sistema Usa, come peraltro aveva fatto prima di lui Joseph Losey; 2) a parte Ryan O’Neal, gli attori sono perlopiù europei, (Magee, Krüger, Vitali, Körner, Kean, Hamilton, Berkoff, Rossiter...); 3) il soggetto è tratto dal romanzo di William Thackeray, notoriamente inglese e non americano. Alla luce di tutto ciò, vorrei sapere perché considera Barry Lyndon un prodotto del cinema americano. Questo cinema deve peraltro molto del suo successo all’appropriazione di opere, anche leggere (un film francese come esempio: Un éléphant ça trompe énormément rifatto nel molto hollywoodiano e molto insulso The Woman in Red), e di autori europei (alcuni tornati precipitosamente indietro, come Ken Loach dopo Bread and roses). Vedendo cosa ci viene propinato solo perché “americano” nei nostri cinema e tv, non sarebbe il caso di promuovere tante opere meritevoli del cinema mondiale, anziché difendere acriticamente delle posizioni acquisite su basi più politiche che culturali? A proposito di quest’ultima annotazione potrei chiederle di trasmettere a Vittorio Lingiardi la mia preghiera di non fare più recensioni entusiastiche di film come Deserto particular, sempre sul Venerdì del 19 gennaio, polpettone indigesto che non ha alcun merito e men che meno quello di parlarci del “Brasile machista di Bolsonaro”? Grazie,
Maria Saccomani

Che sgridata signora! Mi scusi, volevo almeno ringraziarla per il suo giusto, anzi giustissimo scritto, perché ricorda anche a noi abituati, mille anni fa, ad essere precisi, stiamo ormai lasciandoci andare, quel che viene viene. Ho cercato il suo nome, si immagini, su internet, e ho trovato una tale quantità di Maria Saccomani che ho preferito rinunciare. Comunque grazie, davvero. Barry Lyndon resta per me il più bel film e Stanley Kubrick, diventato inglese, un uomo che non ha patria, perché non mi viene in mente, pensando a lui, né l’America né un altro luogo, anche se forse ha usato denaro americano. Quanto al resto, io non darei un luogo di nascita ai film: forse perché sono nata, immagino, molto prima di lei, mi ricordo di me stessa che aspettavo fremente, mentre vedevo Noi vivi con la Alida Valli che mi sembrava bellissimo e forse lo era, trepidante e impaziente che anche da noi arrivasse Via col Vento alla fine della guerra. Un po’ americanizzati lo siamo tutti. E per esempio non ho visto il film francese Un éléphant... e mi sono invece divertita a La signora in rosso qualche anno dopo. Quanto alla mia eventuale passione per ciò che è americano, posso dirle con sicurezza che detesto Trump, la sua orribile faccia rifatta e la spaventosa cultura che porta con sé. Amo invece la cultura americana che è tanto più democratica di noi. Quanto a Lingiardi, gli passerò il suo messaggio, pure io sgridandolo: non si parla di un “polpettone indigesto” (io non l’ho visto) come Deserto particular!

E se a causare i femminicidi fosse il testosterone?

Franco Viviani, nella lettera da lei pubblicata il 19 gennaio sul Venerdì, a proposito del femminicidio si domanda: «Che fare?». A mia conoscenza, tra le molteplici proposte da più parti avanzate, non è stata presa in considerazione la causa naturale della prevaricazione maschile: in tutti gli animali superiori, tranne rare eccezioni, il maschio è più grosso e aggressivo della femmina e tende perciò a sottometterla. Questa supremazia è sempre stata attribuita al volere divino che crea l’uomo per primo, e gli dà una legge che l’autorizza (non desiderare la “donna” d’altri, ovvero la donna come oggetto di possesso al pari della “roba” del nono comandamento). Nelle religioni monoteistiche Dio è maschio e nel politeismo lo è la divinità dominante. Ora sappiamo che la causa di tutto ciò è biochimica e dipende da un ormone presente in grande quantità nel maschio adulto, il testosterone. Eliminandone l’origine in giovane età il vitello non diventa un toro aggressivo ma un manzo, il pulcino non un fiero gallo ma un cappone e il fanciullo un mite adulto di aspetto femminiloide, con una voce più simile a quella del soprano che a quella del tenore. Non potendo castrare i bambini (solo la chiesa lo ha fatto fino a tempi non lontani), non resta che affidarsi a Konrad Lorenz ed il suo “imprinting” introducendo nelle scuole l’Educazione Sanitaria (e quindi quella sessuale e comportamentale) fin dalla più giovane età. Farlo dopo, a comportamenti ormai consolidati, può dare solo scarsi risultati.
Giulio Chiappa, Terni

Senta caro, mi perdoni, ma se c’era una cosa che mi conquistava (cento anni fa ovvio), di un uomo, era la voce, un modo di parlare profondo, un po’ alla Richard Burton. Non fossero fuggiti (quasi) tutti, almeno uno me lo sarei tenuto per sempre. Io non so se più uno ha la voce profonda più è temibile, anzi credo proprio di no, in più se uno nasce con molto testosterone che ci può fare? Dobbiamo sfuggire a chi ha una incantevole profonda voce e accontentarci di un uomo con la vocina? Mi viene quasi da piangere. Guardi che non nego la presenza del “cattivo” testosterone che rende gli uomini più grandi e (non sempre) più forti. L’altro giorno, per esempio, in un bar affollato devo aver dato i numeri davanti a un giovane cameriere, non ne avevo mai visti di così eleganti e di infinita statura (aggiungo sottovoce che era di pelle scura). Da dove diavolo veniva quell’uomo bellissimo? Perché faceva il cameriere e non il principe? E il testosterone? Guardi che sto scherzando, lei parla del fatto che “non è stata presa in considerazione la causa naturale della prevaricazione maschile”. Ma mi scusi, il femminicidio è considerato una forma di debolezza, non di forza da parte dell’uomo. E forse quello che lei dice, fare educazione sanitaria e comportamentale per tenere a bada il testosterone, potrebbe essere una giusta via. Ma non si faccia sentire dalla crudelissima Pro Vita e Famiglia che, pensa e ripensa, intervistando i suoi, ha deciso che chi commette femminicidio su una donna in gravidanza, per il 64% vuole l’accusa di duplice omicidio, con l’approvazione di Maurizio Gasparri di Forza Italia e Massimiliano Romeo della Lega. Per fortuna (scherzo!) le donne
si fanno ammazzare quasi sempre PRIMA di aspettare un figlio!

Sul Venerdì del 2 febbraio 2024

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