✕

Sanremo dietro le quinte: memorie e segreti di un inviato

Il Teatro Ariston ospita il Festival dal 1977. Prima, la kermesse si svolgeva al Casinò di Sanremo. Quest’anno la manifestazione sarà trasmessa in diretta su Rai 1 dal 6 al 10 febbraio (Getty images) 
Star capricciose, fan assatanati, drammi, psicodrammi e cocaina: il Festival (oggi blindato) raccontato da uno che lo conosce bene
4 minuti di lettura

Niente a che vedere col luccicante spolvero di mercato che il Festival vanta al giorno d’oggi, dove tutti vogliono andare, bramosi e famelici. Sanremo per noi inviati è stato nel corso del tempo croce e delizia, amore e odio, luogo di feroci sopravvalutazioni, scoop di cartapesta, a volte mercato delle vacche, a volte Sodoma e Gomorra, spesso in bilico tra festival del nazionalpopolare e teatro delle vanità, a volte, ma solo quando andava bene, luogo agognato di canzoni.

Ci son stati anni bui in cui il treno che portava a Sanremo sembrava una tradotta di coscritti, i giornalisti arrivavano afflitti da un dovere supremo, il Festival andava coperto, piacesse o meno, con un ricatto più o meno sottinteso: negli anni Ottanta e Novanta la musica che si suonava in giro era strepitosa, bisognava soffrire solo per tre o quattro giorni all’anno. Dire di no era impossibile. E dunque si andava, con facce complici e rassegnate. La sofferenza era così tangibile che quando un anno i sindacati decret…

Niente a che vedere col luccicante spolvero di mercato che il Festival vanta al giorno d’oggi, dove tutti vogliono andare, bramosi e famelici. Sanremo per noi inviati è stato nel corso del tempo croce e delizia, amore e odio, luogo di feroci sopravvalutazioni, scoop di cartapesta, a volte mercato delle vacche, a volte Sodoma e Gomorra, spesso in bilico tra festival del nazionalpopolare e teatro delle vanità, a volte, ma solo quando andava bene, luogo agognato di canzoni.

Ci son stati anni bui in cui il treno che portava a Sanremo sembrava una tradotta di coscritti, i giornalisti arrivavano afflitti da un dovere supremo, il Festival andava coperto, piacesse o meno, con un ricatto più o meno sottinteso: negli anni Ottanta e Novanta la musica che si suonava in giro era strepitosa, bisognava soffrire solo per tre o quattro giorni all’anno. Dire di no era impossibile. E dunque si andava, con facce complici e rassegnate. La sofferenza era così tangibile che quando un anno i sindacati decretarono uno sciopero durissimo e lo fecero di venerdì e sabato per colpire i giornali nel momento culminante della comunicazione festivaliera, la notizia fu accolta in sala stampa da un boato liberatorio – e andammo tutti a fare le valigie, come ragazzini in vacanza. E il festival per due sere ce lo vedemmo da casa come tutti i comuni mortali, chiamando gli amici per adunate a base di palette e aglio e olio. Ah, se i muri potessero parlare…

Indovina la diva

Nel corso di questi innumerevoli anni di Festival ne sono successe di tutti i colori, diverse a seconda dei periodi, dei decenni. Di certo c’era meno pressione mediatica e qualche margine di manovra e divertimento. Per buona parte degli anni Novanta la sala stampa del teatro Ariston era il posto più ambito, si rideva, si ricantavano le canzoni, all’occorrenza sottolineando i plagi, era di moda, si affollava, la sera era gremita, venivano tutti a vedere lo spettacolo, prima che le tensioni, la rivalità esasperata, i sospetti e i social a cui nulla sfugge, rendessero la sala stampa un luogo nervoso e avvelenato.

Poi, finito tutto, si inseguivano i retroscena, raccontati da manager e accompagnatori che a tarda notte mollavano i freni inibitori e confessavano inaudite sconcezze. Un impresario mi giurò che per accontentare una diva straniera particolarmente esigente avvevano toccato il fondo e la cocaina dovevano preparargliela addirittura in supposte. Per non dire dei festini che i gruppi pop organizzavano nottetempo nei collaudati e smaliziati alberghi della riviera. Se vi capitava, come nel 1985 successe al malcapitato sottoscritto, di dormire nello stesso albergo dei Duran Duran erano dolori: la prima mattina mi svegliai con difficoltà, e ancora impastato di sonno andai ad aprire l’anta della finestra, mi affacciai e sentii un boato di tripudio seguito subito dopo da un deluso borbottio – quando si resero conto che non ero Simon Le Bon.

Gangster story

Ma c’era anche più umanità, e così poteva accadere di incontrare nella hall Mino Reitano che ti guardava con occhio lucido e malinconico e ti chiedeva: «Ma tu perché ce l’hai con me?» e dovevi spiegargli che non ce l’avevi affatto con lui, era solo il normale gioco delle parti. Tra colleghi ci dicemmo anche: ma alla fine perché accanirsi? Facciamo pace, tranquillizziamolo, e così, in un raro momento di goliardia, facemmo uno striscione con scritto “Mito Mino” e lo dispiegammo dalla balconata del teatro e colossale bunker di cemento di Arma di Taggia dove nel 1990 fu spostato il Festival per inagibilità dell’Ariston.

Fu l’unica volta che i giornalisti entrarono nella diretta, perché Johnny Dorelli segnalò lo striscione, ma Reitano la prese male, pensò all’ennesima presa in giro. Era il periodo in cui Aragozzini si mise in testa di riportare l’orchestra e gli abbinamenti con gli stranieri, per cui tutti approfittammo del privilegio delle prove per andare a spiare l’arrivo di Ray Charles che doveva cantare il pezzo di Toto Cutugno. Ricordo l’emozione di essere lì a pochi metri aspettando che attaccase il pezzo, scoprendo poi che l’aveva talmente ritoccato da non farlo quasi più riconoscere. Del resto di colpacci Aragozzini ne portò a segno diversi perché riuscì ad abbinare La Toya Jackson a Marcella Bella, Miriam Makeba a Caterina Caselli, per non dire di Grace Jones a cantare la versione inglese di Spalle al muro di Renato Zero. Ci sono stati anni in cui si votava con le schedine del Totip, e dominavano discografici marginali che giocavano migliaia di schedine e si compravano “legalmente” i piazzamenti. Anni in cui a spadroneggiare erano gli impresari, a volte anche quelli di bassa categoria, erano loro a comandare perché grazie ai cachet delle serate era lì che giravano i soldi veri. Ed erano talmente spavaldi che uno di questi una notte lo trovammo nella hall dell’albergo in vestaglia che dava ordini al telefono con la Ferrari davanti all’ingresso col motore acceso. Altri, lo sapevamo tutti, organizzavano rendez-vous da film di gangster in alcuni privée o addirittura nelle stanze d’albergo.

Almeno tu

A Sanremo si sono consumati drammi e psicodrammi, sconfitte cocenti, colpi di scena – vedi la sera in cui morì Claudio Villa, nel 1987, lui che era diventato il grande nemico di Sanremo, perché nessuno lo voleva più invitare e morì di sabato sera, e non di un sabato sera qualsiasi, costringendo Baudo a interrompere lo svolgimento della finale e annunciare la tragica notizia.

Oppure momenti importanti, toccanti, perfino strazianti, come quando ci fu annunciato che, grazie alla buona volontà di alcuni amici, si stava finalmente lavorando per riportare Mia Martini fuori dall’oblìo causato dalla diceria sulla sfiga, e a un ristretto numero di giornalisti fu chiesto se ci andava di pranzare con lei.

Ovviamente andammo di corsa e non dimenticherò mai l’espressione di Mia, ancora ferita, incredula di poter essere riammessa nel salotto buono della canzone, e noi tutti a rassicurarla, per quello che si poteva, e lei la sera cantò Almeno tu nell’universo, ricordando al mondo di essere Mia Martini, di essere disperatamente brava, e di voler riprendersi il posto che le era dovuto.

A Sanremo poteva capitare di massacrare una canzone particolarmente brutta e poi ritrovarti per caso la notte in discoteca a ballare col cantante. Ma erano altri tempi. Ora sono tutti blindati, in modo ferreo, non si esce da rigidi e preordinati binari.

Come scialuppe di salvataggio

Ma una cosa è certa, a Sanremo non si sfugge, inutile cercare di allontanarsi, di farne a meno, ormai è una creatura indipendente e inespugnabile, troppo forte per opporsi, e negli ultimi anni mi è successo di tornarci in un ruolo per me inedito, come commentatore di Radio2 e trovarmi nel backstage ad accogliere i cantanti non appena hanno cantato. Mai visto prima il Festival da questa prospettiva, il che ha significato essere lì mentre Bugo e Morgan uscivano dal palco urlando come pazzi o dire una bugia a Tananai quando alla sua prima disastrosa serata chiese a me e Ema Stokholma com’era andata. E noi: benissimo!, mentendo spudoratamente per educazione e simpatia.

Ma c’è stato un anno memorabile, emozionante, ed è stato il 2021, l’anno del Covid, quando nel teatro deserto misero la nostra postazione radiofonica, con Ema e Andrea Delogu, in un grande box di plexiglass in fondo alla platea. Questo non l’avrei mai pouto immaginare dopo tanti anni di militanza, neanche in un film distopico sul festival. Eppure successe. Fummo gli unici spettatori presenti in teatro, e i cantanti, quando uscivano sul palco, smarriti di fronte alle poltrone deserte, incrociavano i nostri sguardi e si aggrappavano a noi, come scialuppe di salvataggio sperse nell’oceano.

Sul Venerdì del 2 febbraio 2024

Leggi i commenti