Ghali, l’intervista di Michele Serra aspettando Sanremo: “Quando rappavo ai giardinetti la gente mi tirava di tutto, pomodori e cipolle”.
di Michele SerraMilano. Abbiamo appuntamento nel grande bar-tabacchi all’angolo, sotto la casa popolare dove è cresciuto. Gestione cinese, clienti magrebini, africani, latini, filippini, una sola coppia di anziani indigeni italiani a un tavolino. Il caffè è decente. Baggio non è New York, forse non è neanche Milano, ma mentre aspetto Ghali e mi guardo intorno penso che l’italiano è diventato la lingua
comune, la koinè di questa vasta umanità, allo stesso modo dell’inglese per centinaia di milioni di migranti in America negli ultimi due secoli. Per abitare qui e soprattutto per capirsi tra loro, un filippino e un arabo, una ecuadoriana e una cinese, hanno bisogno dell’italiano. Esiste un italiano precedente la grande migrazione in Italia, l’italiano degli italiani, ed esiste un italiano dopo la grande migrazione in Italia, l’italiano dei nuovi italiani. E questo secondo italiano, anche quando è contaminato, “sbagliato”, è potentemente vivo. Da lingua che si disperde e si dimentica nel lungo viaggio dei…
Milano. Abbiamo appuntamento nel grande bar-tabacchi all’angolo, sotto la casa popolare dove è cresciuto. Gestione cinese, clienti magrebini, africani, latini, filippini, una sola coppia di anziani indigeni italiani a un tavolino. Il caffè è decente. Baggio non è New York, forse non è neanche Milano, ma mentre aspetto Ghali e mi guardo intorno penso che l’italiano è diventato la lingua
comune, la koinè di questa vasta umanità, allo stesso modo dell’inglese per centinaia di milioni di migranti in America negli ultimi due secoli. Per abitare qui e soprattutto per capirsi tra loro, un filippino e un arabo, una ecuadoriana e una cinese, hanno bisogno dell’italiano. Esiste un italiano precedente la grande migrazione in Italia, l’italiano degli italiani, ed esiste un italiano dopo la grande migrazione in Italia, l’italiano dei nuovi italiani. E questo secondo italiano, anche quando è contaminato, “sbagliato”, è potentemente vivo. Da lingua che si disperde e si dimentica nel lungo viaggio dei nostri nonni, alla lingua trovata qui da noi dai nuovi viaggiatori.
Papà dove sei
Ghali Amdouni, in arte Ghali, uno dei trapper più seguiti della scena italiana, nato a Milano nel ’93, è figlio di due di questi viaggiatori, venuti dalla Tunisia negli anni Ottanta dello scorso secolo. A trent’anni è già un artista sperimentato, la precocità è uno degli elementi che contraddistinguono la trap. Si comincia da ragazzini. E all’età di Ghali, se le cose vanno bene, si è già maestri di quelli che poi verranno.
Ghali è molto alto, sottile, un forte naso mediterraneo, lo sguardo scuro e lucente comune in tanti volti arabi. Quando entra, con una specie di larga mantilla colorata sulle spalle, mi colpisce una certa somiglianza con Franco Battiato, forse il più mediterraneo (e “arabo”) dei grandi cantautori italiani. Chiacchierando con lui scoprirò che Battiato è uno dei suoi riferimenti artistici. Affinità elettive, viene da dire.
Una spiccata cadenza milanese colora il suo italiano. Assieme a lui un gruppetto di collaboratori e la sua mamma, una signora ancora giovane, sorridente, molto energica e cordiale nel saluto. Come nella storia di Mahmood e in quella di Fedez, la madre è una figura molto presente: conta, protegge, influenza, collabora. Del padre non si può certo dire altrettanto, vedi la storia di Soldi, la canzone con la quale Mahmood ha vinto Sanremo. O vedi Papaoutai (Papà dove sei?) del magnifico rapper belga-ruandese Stromae. L’assenza del padre, evidentemente è una condizione molto trattata nella nuova musica popolare europea…
«Quando ho cominciato a nominare la mamma nelle mie canzoni non si faceva, parlare della mamma era anti-rap. Ma scrivere trap significa parlare per davvero di quello che si vive, la trap è vita vissuta, storia delle strade e dei palazzi intorno, e io ho avuto la fortuna di avere una madre che credeva in me, mi ha spinto, non si è mai messa di traverso. Mio padre l’ho visto molto poco, è stato in carcere tanto tempo, è in carcere che l’ho conosciuto. Ho avuto un’infanzia pesante, ho visto veramente di tutto, il rap mi ha salvato. Mi ha tirato fuori. Se non ci fosse stato sarei finito male. Sono cresciuto in palazzi e in quartieri anche molto peggiori di questo. Sono nato a San Siro, poi ho cambiato periferia. Nel 2003, quando avevo dieci anni, siamo stati sfrattati da via Padova e il Comune ci ha dato tre possibilità. La prima al Giambellino, ma la casa era messa malissimo. La seconda, qui a Baggio, era un po’ meglio e ci siamo fermati qui, anche perché il sistema di assegnazione non prevedeva passi indietro: se la terza faceva schifo eri costretto ad accettarla comunque perché avevi rifiutato le prime due. Dunque: buona la seconda, e sono diventato uno di Baggio».
Sfide ai giardinetti
«La trap è un genere di rivalsa, molto vicino ai giovani, molto creativo, nel quale puoi dire tutto, immaginare tutto, come davanti a un muro da dipingere o a una pagina bianca. È un mondo nel quale è molto facile entrare quando vivi in un quartiere, magari basta scendere di casa… Da ragazzino avevo una grande passione per la scrittura, alle medie ho auto una prof che leggeva i miei temi in classe, “sentite come scrive bene Ghali”, beh ci ho creduto. Sono andato con mia mamma al cinema a vedere Eminem. Ho capito che era quello che volevo fare. Scendevo di casa e andavo ai giardinetti con una bottiglia di Coca-Cola e le sigarette e stavo lì fino a tardi, anche fino alle cinque del mattino, a scrivere versi e a fare musica con altri ragazzi, ma anche da solo. Dalle case mi hanno tirato di tutto, pomodori e cipolle. Eravamo giovanissimi, quattordici o quindici anni, così giovani che non c’erano ancora i social, ci davamo appuntamento per mail e arrivavano ragazzi anche dalle altre città per le sfide di freestyle (le improvvisazione di gruppo, versi in rima su base ritmica, ndr). C’erano Rkomi, Tedua, Charlie Charles, tanti altri».
Ci andiamo, ai giardinetti di Ghali e dei suoi amici. Cento passi fuori dal bar, quando fuori è già scuro. Fa freddo, e lo smog sospeso che la Padania spalma su se stessa rende tutto per metà poetico, per metà malsano. I giardinetti sono un grande spiazzo erboso parecchio spelacchiato, con un’area cani recintata che conferisce al luogo una onesta (e recente) intenzione di spazio pubblico condiviso. È circondato da alti palazzi popolari, e a parte noi non c’è nessuno. Solo un signore che porta a spasso il cane.
Chiedo a Ghali se ha mai sentito parlare delle sfide in ottava rima in Toscana, gare tra poeti contadini in fondo simili, nello spirito ma anche nella tecnica, al freestyle: è sempre un improvvisare in versi e in rime. Per dire quanto di antico possa esserci anche nel ritrovarsi, per giocare con le parole, di un gruppo di teenager tra questi palazzi di periferia. Ghali non ha mai sentito parlare dell’ottava rima ma l’argomento lo coinvolge, la rima, nella scrittura trap, è importantissima.
«Sì, è molto importante, perché la rima “suona”. Il genere nel frattempo evolve, si è arrivati al punto di non fare la rima apposta: prima lasci immaginare che stai per farla, poi non la fai. L’importante è che la frase suoni bene. La componente letteraria, nella trap, è fondamentale, è dalla storia e dalle parole che tutto quanto parte. Io ho sempre scritto, non ho grandi doti canore ma non me ne sono mai fatto un problema, più di metà del lavoro lo hanno fatto e lo fanno i produttori, quelli che costruiscono il suono. Il risultato è un mix inconfondibile tra suono, ritmo, storia, linguaggio. Ci sono ragazzini di quindici anni che cominciano a scrivere avendolo già introiettato, quel suono, quel ritmo, quella cadenza. Il suono è nuovo, inconfondibile, non so nemmeno se chiamarlo trap, semplicemente è il pop italiano dei nostri anni. A un certo punto è successo che quando le macchine passavano per la strada, anche se avevano i finestrini chiusi, da come vibravano i vetri noi capivamo che dentro quella macchina stavano ascoltando la nostra musica. Ce l’avevamo fatta».
Non è colpa di Gomorra
«Tu mi chiedi della violenza e delle gang, ma non è che la gente è andata in giro a sparare perché ha visto Gomorra, è il contrario: la gente andava in giro a sparare e Gomorra lo ha raccontato. La trap è cronaca, racconta quello che i ragazzi nel quartiere vivono tutti i giorni, ragazzi di strada che vivono nella strada, subiscono la strada, reagiscono alla strada, cosa dovrebbero raccontare? Poi sta a te decidere se hai voglia di litigare o no. Ma se sei in quel cerchio, è una cosa che ti riguarda comunque. I trapper sono i cantautori di oggi (i cantastorie? ndr), nelle cose che noi raccontiamo i ragazzi vedono rispecchiata la loro vita».
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«Se il successo cambia? Certo che cambia, è inevitabile. Arrivo da una vita molto diversa, il successo me l’ha cambiata in meglio. E anche dal punto di vista artistico mi ha cambiato in meglio. Ma i miei amici sono sempre gli stessi, le persone che ho attorno anche. Se uno che ha successo diventa stronzo vuol dire che era stronzo anche prima. Sanremo arriva al momento giusto, nell’ultimo anno ho cercato di seguire i segnali di Dio, ho viaggiato moltissimo, ho scoperto l’Asia, sono stato con mamma alla Mecca, al Cairo, in Messico, Corea, Turchia, Giappone, America. Ho passato il tempo a parlare, scrivere, guardare, appuntare parole, ho cercato di leggere le cose come se fossero segnali. Ora sono sicuro che per me, a 30 anni, fare Sanremo è perfetto (si presenta in gara con il brano Casa mia, ndr). È l’anno giusto, è il momento giusto. Amadeus ci teneva, aveva sentito una bozza che gli piaceva molto ma io non ero riuscito a finirlo, quel pezzo, non trovavo la soluzione, non ne venivo fuori. Sembrava un’occasione persa e invece mi sono ricordato di un altro pezzo che avevo registrato a notte fonda e poi avevo accantonato. L’ho riascoltato, ho pensato che fosse quello giusto, l’ho mandato, Amadeus lo ha preso. Sì, per fare Sanremo è l’anno giusto».
«Viaggiando mi sono accorto che c’è un po’ di Baggio in tutto il mondo. Il quartiere per me è stato una benedizione, mi ha fatto capire un sacco di cose, nel quartiere sono tutti uguali, stranieri, italiani, hanno tutti gli stessi problemi, vogliono tutti scappare, tutti cambiare vita, qualunque sia la tua religione o provenienza il quartiere è la tua scuola. Mi sarebbe piaciuto crescere in una famiglia perfetta, con una casa come quella che ho comprato adesso, in centro a Milano. Ma ho un po’ di paura per i miei figli, quando verranno, perché penso che non vivranno una vita di quartiere come quella che ho vissuto io. E per loro sarà una grande perdita».
Dalla parte dei migranti
Nel 2002 Ghali ha lanciato una campagna di raccolta fondi per Mediterranea Saving Humans, una delle Ong al lavoro in quel mare. Il risultato è una barca di salvataggio (si chiama Bayna, che in arabo vuol dire “Vederci chiaro”) in dotazione alla Mare Jonio, l’unica nave battente bandiera italiana della grande “flotta civile” che opera sulle rotte delle migrazioni e dei naufragi. A novembre, anche grazie alla Bayna, sono state salvate 227 persone, tra cui un bambino di due mesi. Ghali è molto orgoglioso della “sua” barca.
«Nei giorni più difficili per me io penso a loro, a quelli che nel buio cominciano a scivolare nell’acqua, a quelli che si lanciano in acqua per soccorrerli. Quelli che rompono i coglioni sui social, se fossero lì, lo farebbero pure loro, nello stesso identico modo: se vedi per la strada una persona che cade, la aiuti a risollevarsi. È un istinto umano, e basta. Il mio viaggio per il mondo mi ha aiutato a capire che il problema è globale, è ovunque, in Corea, in Messico. Le tratte sono diverse, i mezzi diversi, ma la spinta è sempre uguale, cercare di andare dove si sta meglio, cercare di salvarsi. Spostarsi è un bisogno umano, spostarsi è un diritto umano».
L’impegno filo-migranti di Ghali gli è costata qualche ovvia insolenza politica, e un po’ della solita robaccia che qualcuno riversa nei social, come acqua sozza per sporcare il fiume dove nuotano in tanti. Ma Ghali di Baggio, per questa stessa ragione, è finito sul New York Times e nei “100 Next 2023” di Time, le cento nuove personalità che potrebbero plasmare il mondo. Dai giardinetti di Baggio, buttando lo sguardo al di là dei palazzi, si può vedere anche il Mediterraneo. La trap, ha detto Ghali, è come un muro che ognuno può dipingere come vuole.
Sul Venerdì del 2 febbraio 2023