Pietro Castellitto e il dibattito su “Enea”: “Sono ambizioso, non presuntuoso”
di Emiliano MorrealeRoma. Enea, la seconda regia di Pietro Castellitto, è in sala da qualche settimana e ha diviso critica e pubblico. Il regista era al Festival di Venezia, accolto con la diffidenza che si rivolge ai figli di genitori famosi (il padre è Sergio, attore, la madre Margaret Mazzantini, scrittrice). Sovrapponendogli i personaggi interpretati nei film, mi aspetto un ragazzo sicuro e minaccioso. Invece Castellitto è riflessivo, quieto, dubbioso. Lo incontro la domenica pomeriggio in un bar, ovviamente ai Parioli, il quartiere borghese per antonomasia. L’intervista è turbata ogni tanto da tubi di scappamento assordanti – «Le macchinette, specialità del quartiere» – e da signore in pelliccia informatissime sulla sua carriera, che fanno complimenti e consigliano strategie di marketing – «Devi andare in giro a promuoverlo».
Ha già rilasciato molte interviste, gli faccio notare, non sarà facile dire qualcosa di nuovo.
«Eh già. Ho detto tutto quello che potevo dire, e anche oltre. Ho pure cominciato…
Roma. Enea, la seconda regia di Pietro Castellitto, è in sala da qualche settimana e ha diviso critica e pubblico. Il regista era al Festival di Venezia, accolto con la diffidenza che si rivolge ai figli di genitori famosi (il padre è Sergio, attore, la madre Margaret Mazzantini, scrittrice). Sovrapponendogli i personaggi interpretati nei film, mi aspetto un ragazzo sicuro e minaccioso. Invece Castellitto è riflessivo, quieto, dubbioso. Lo incontro la domenica pomeriggio in un bar, ovviamente ai Parioli, il quartiere borghese per antonomasia. L’intervista è turbata ogni tanto da tubi di scappamento assordanti – «Le macchinette, specialità del quartiere» – e da signore in pelliccia informatissime sulla sua carriera, che fanno complimenti e consigliano strategie di marketing – «Devi andare in giro a promuoverlo».
Ha già rilasciato molte interviste, gli faccio notare, non sarà facile dire qualcosa di nuovo.
«Eh già. Ho detto tutto quello che potevo dire, e anche oltre. Ho pure cominciato a inventarmi alcuni aneddoti».
Il passo successivo è non distinguere più quelli veri da quelli inventati.
«Come quando fai i lavori a casa e non ti ricordi più com’era prima».
'Enea', Pietro Castellitto debutta in concorso alla Mostra di Venezia
Il film ha suscitato entusiasmi e rifiuti, non reazioni tiepide. Perché?
«Credo perché ad alcuni piace, e ad altri non piace, un film dove il regista non si nasconde e mette in scena certi personaggi. Mi è sempre venuto abbastanza naturale far sì che i film fossero pezzi di vita, mettere qualcosa di me in ogni personaggio. Sono storie dove assumo il mio punto di vista, ed è naturale infastidire. Anche se, tendenzialmente, gli odiatori non sono tanto quelli che non sono d’accordo con quello che dico, ma quelli che non accettano proprio che uno come me possa dire la sua. Da una parte dicono: chi se ne importa della borghesia, dei Parioli (anche se poi in realtà il film è tutt’altro che sui Parioli), ci sono storie molto più vere, persone che hanno sofferto di più e che meriterebbero di essere raccontate. Ma dall’altra magari, quelle stesse persone, ti dicono anche: eh no, tu non puoi raccontare cose così lontane da te, sennò è appropriazione culturale. Per cui alla fine non posso raccontare quello che ho vissuto, e nemmeno le periferie...».
In verità quello che racconti è il tuo mondo solo fino a un certo punto. Non sei davvero tu, né è esattamente quello il tuo ambiente...
«Beh, per esempio non ho mai spacciato, per esempio... (ride). Comunque è vero, su una serie di elementi familiari si innestano elementi fantastici che magari servono a trovare una metafora per quella che, per me, è la nostalgia della gioventù. Perché in questa Roma decadente io comunque ho passato gli anni della mia giovinezza. Per cui, a differenza di altri, provo anche il sentimento della nostalgia. Quand’ero piccolo volevo che la mia vita fosse tutta un’avventura incredibile, che si allontanasse da quel senso di ansia e di frustrazione che invece era la scuola. Volevo che assomigliasse alla ricreazione. Quando racconto il vitalismo di Enea, non è che questo: il tentativo di essere fedele alla propria infanzia, a quella fiducia nella vita».
A proposito di nostalgia: nel film usi brani come Maledetta primavera che non sono della tua generazione.
«Sono canzoni che anche la mia generazione ha ascoltato, magari grazie ai genitori. Era una musica diversa, dove era centrale l’elemento del tempo che passa. Che è l’essenza di ogni grande opera artistica, secondo me. Oggi invece la musica è degenerata: è tutta sul presente, sull’attualità, su quello che me fumo, me spingo, me compro, me scopo... Forse per questo quelle canzoni evocano in tutti noi un senso di nostalgia. Maledetta primavera, poi, è legata al 2010: quando la Roma stava per vincere lo scudetto la cantava la Curva Sud, cambiando le parole. Andò a finire che non vincemmo. Insomma, è un ricordo di sofferenza. Però, dopo un po’, quando la sofferenza cominci a domarla e ti ci affezioni».
Dovevi sentirti molto solo: credevo che ai Parioli fossero tutti laziali.
«Un tempo sì, ma ho visto che le cose stanno cambiando».
Per tornare alla borghesia, è una parola che comprende di tutto, dagli intellettuali ai palazzinari. E poi quella romana è un po’ particolare. Woody Allen ha potuto fare un film a Parigi trapiantandoci i personaggi di Manhattan e funzionava. Ma a Roma, come avrebbe potuto fare?
«Quella borghesia là se la trapianti a Roma ti puoi limitare a tre-quattro famiglie. Chi è che c’ha quei salotti, il cocktail a mezzogiorno la domenica? Per me era fondamentale la scena del Natale dove si riunisce tutta la famiglia di Enea, dove ti accorgi che quella borghesia ha radici che affondano in una realtà popolare. Per me, in fondo, la famiglia di Enea è piena di contraddizioni ma perbene. Non sono cattivi. Lui non è il rampollo marcio di una borghesia feroce».
A differenza del cinema, la letteratura un po’ di borghesia romana l’ha raccontata. Penso ad Alessandro Piperno, a La scuola cattolica di Albinati. Li hai letti, ti piacciono?
«Con le peggiori intenzioni lo lessi tutto al Parnaso, un bar a Piazza delle Muse, il luogo ideale. Un giorno vidi Piperno da lontano, stava facendo un’intervista, ma mi vergognai e non mi avvicinai. Poi anni dopo ha presentato il mio romanzo, Gli iperborei, gli era piaciuto e questo mi ha reso felice perché lo stimo moltissimo. La scuola cattolica non l’ho finito, ma devo dire che di quella lunghezza ho letto solo Infinite Jest. Ah no, pure I fratelli Karamazov – più o meno è lungo uguale».
Si è parlato molto dei tuoi modelli. Il paragone più strano, secondo me, è con Ecce bombo di Moretti. Cosa ne pensi?
«Ci può essere un approccio simile, nel senso che i film di Nanni erano pezzi di vita. Poi non so se il suo film all’uscita divise, forse ha generato discussioni, ma in generale credo sia piaciuto di più. Non c’entra niente, ma mi viene in mente che il figlio di Moretti andava a scuola col coprotagonista del mio film, Giorgio Quarzo Guarascio (cantante nel progetto Tutti Fenomeni, ndr). Una volta mi ha detto che giocarono a ping pong: Nanni lo ha battuto 11 a 0».
L’altro nome che si fa come modello è Paolo Sorrentino, e a quello invece è impossibile non pensare.
«E io che credevo che questo film fosse la cosa più intima che avessi mai pensato, e che la sua chiave fosse da rintracciare dentro me stesso! La verità è che l’unico film che ho visto di recente, che un minimo mi ha stimolato, è stato Licorice Pizza di Paul Thomas Anderson. Le scelte stilistiche alle quali forse ti riferisci, le feste per esempio, servivano ad amplificare il simbolismo dei personaggi: mi sembrava giusto che a tratti il film fosse una sorta di C’era una volta ai Parioli. Mi piaceva l’idea di un film che inizia in un’intimità assoluta in cui lo spettatore è proiettato all’improvviso, come in quel film di Cassavetes, La sera della prima, e poi lentamente si progredisse, o si degenerasse, verso l’universalità assoluta, fino a inglobare completamente Roma, con la morte più universale che esista, per la mia generazione: l’aereo in un grattacielo».
Il film è co-prodotto da Luca Guadagnino. È intervenuto?
«Una volta montato, abbiamo fatto incontri con il produttore Lorenzo Mieli, con Luca e Valentina Avenia, incontri sempre molto vivi e liberi. Ho avuto grande libertà sul set, sulla costruzione della messa in scena. Capivano l’essenza di quello che volevo fare».
È vero che la prima versione era molto più lunga?
«Sì. La prima festa, per dire, durava 13 minuti. Però è normale: so di film che duravano 4 ore e mezza, qui la prima stesa erano 2 ore e 50. Niente di che. Ci sono momenti sfavillanti, che però servivano alla storia. Spero che risultino ambiziosi ma non presuntuosi. C’era solo un monologo in bocca a Giorgio Guarascio, in cui enunciavo un po’ il bersaglio del film: era molto lungo e finiva così (apre sul telefonino il file della sceneggiature e legge, ndr): “Se penso alla quantità di ipocrisia che ancora ci aspetta, io sento che devo vivere. Io sto qui come in missione; celeste, contro tutto quello che sarà. La mia vita, la mia esistenza, è obbligatoria, e anche quella di Enea lo è”. L’ho levato, sentivo che c’era una tesi troppo evidente. Invece quando lui va con l’aereo contro il palazzo la gente si chiede: ma perché lo fa? E la mia risposta oggi è: non lo so».
Hai scelto molti attori non troppo visti, ma con facce particolari.
«In Italia è come se certe temperature emotive fossero occupate sempre dagli stessi attori. Per cui, per quanto possano essere bravi, alla fine ti mangiano per forza un po’ la storia. Non si tratta di essere originali, ma di valorizzare il simbolismo dei personaggi. L’importante è voler capire la persona che hai davanti. Se l’attore sente quest’empatia, sente che lo vuoi capire, allora avrà il coraggio di essere fragile».
A parte tuo padre Sergio, recitano anche altri tuoi familiari.
«In quella scena di Natale che ti dicevo, il discorso lo fa mio zio. L’ho diretta facendolo improvvisare. Ho messo la macchina da presa in mezzo al tavolo, una ripresa durata 45 minuti, e dopo un po’ tutti si erano dimenticati di essere ripresi e mio zio ha improvvisato un monologo che sembrava scritto apposta».
È un film dal budget alto, produttivamente impegnativo. Come ti sei trovato a governare una macchina così costosa al secondo film?
«La troupe ha sposato questo progetto come una missione, eravamo in un clima di intimità. Sicuramente è stato più complicato, io stavo molto più in scena, e c’erano tante scene con tante figurazioni. Anche se, paradossalmente, la più difficile è stata una scena a tre, quando io e il mio amico andiamo a trovare il giornalista Oreste. Era una stanza piccola, con finestre ovunque e la luce che cambiava continuamente. Il vero vantaggio, spesso, è avere più tempo: ho avuto quel giorno in più che mi ha permesso di farla come volevo».
Sembra un film in cui hai messo tutto quello che avevi dentro. E ora? Se ne riparla fra dieci anni, o ti è venuta voglia di farne subito un altro?
«No no, vorrei girarne uno già tra un anno, ho già idee. Sicuramente non lo girerei a Roma. Poi magari cambio idea, ma adesso sento come di averla un po’ consumata questa città».
Sul Venerdì del 2 febbraio 2024