Maurizio de Giovanni: la mia favola per ricordare il maestro Camilleri
di Stella CervasioNapoli. Chi ha detto che le sirene sono cattive? Ammaliatrici dei naviganti che vanno a sbattere e spaccano la prua, storditi dal loro canto sovrumano, come le dipinge Omero. O, ancora, metà uccello e metà donne, come le voleva Apollonio Rodio. Sono ibridi dell’animalità, né umane né bestiali, e Kafka ne svelerà il segreto: Ulisse si tappò le orecchie ma non sentì niente solo perché furono loro, le perfide, a smettere di cantare. Peggio per chi non sa ascoltare i cunti o la voce del mare.
Chissà se la voce delle sirene arriva davvero dalle foche monache, parenti del lamantino servito a tavola proprio come sirena in La pelle di Malaparte. Maurizio de Giovanni, nella sua favola per bambini Il canto del mare, rilegge alla sua maniera un testo molto amato di Andrea Camilleri, Maruzza Musumeci, intessuto dall’editore Salani con le splendide illustrazioni di Mariolina Camilleri, figlia dello scrittore siciliano. E ci riconsegna l’incanto delle sirene “buone”, voce della natura positiva che …
Napoli. Chi ha detto che le sirene sono cattive? Ammaliatrici dei naviganti che vanno a sbattere e spaccano la prua, storditi dal loro canto sovrumano, come le dipinge Omero. O, ancora, metà uccello e metà donne, come le voleva Apollonio Rodio. Sono ibridi dell’animalità, né umane né bestiali, e Kafka ne svelerà il segreto: Ulisse si tappò le orecchie ma non sentì niente solo perché furono loro, le perfide, a smettere di cantare. Peggio per chi non sa ascoltare i cunti o la voce del mare.
Chissà se la voce delle sirene arriva davvero dalle foche monache, parenti del lamantino servito a tavola proprio come sirena in La pelle di Malaparte. Maurizio de Giovanni, nella sua favola per bambini Il canto del mare, rilegge alla sua maniera un testo molto amato di Andrea Camilleri, Maruzza Musumeci, intessuto dall’editore Salani con le splendide illustrazioni di Mariolina Camilleri, figlia dello scrittore siciliano. E ci riconsegna l’incanto delle sirene “buone”, voce della natura positiva che fa ritrovare agli umani l’armonia nel vissuto.
Quello che colpisce di questo racconto è che è un testo “orale”, letto o recitato a voce alta. Perché l’ha concepito così?
«È come un monologo. La storia di questa pubblicazione è particolare. Tra i regali più belli che mi ha fatto la scrittura c’è stata l’amicizia con Camilleri: ero spesso a cena da lui ed era un piacere ascoltarlo. È stato un incredibile raccontatore con un’aneddotica sterminata. Quando la figlia Mariolina mi ha chiesto di scrivere questa storia, ho sentito un fortissimo senso di inadeguatezza. Ma la famiglia ha insistito e non potevo dire di no. Chiedo scusa, perciò, a tutti gli innamorati di Andrea, tra cui anche io stesso. L’ho fatta unicamente per supportare le bellissime illustrazioni di Mariolina. È un racconto che ha anche aspetti “neri”, ma l’ho adattato a un pubblico di lettori bambini. Le storie di Andrea Camilleri, anche per la lingua usata, hanno sempre una componente di racconto orale, che è il migliore dei racconti: quello che la madre fa al proprio bambino, su cui si costruisce ogni successiva forma di narrazione. Ho pensato perciò di ripercorrere il racconto di una nonna a un gruppo di piccoli. E, come sempre succede, all’interno di questo racconto ci sono le bellezze ma anche le cose orribili che ci circondano: terrori ripercorsi attraverso i sentimenti e le emozioni».
Lei quindi introduce una cantastorie che prende il posto di Camilleri, una Nonnamà, cioè nonna e madre per ogni età, “antenata” di tutti, che racconta favole e meraviglia, insieme al paesaggio dove la favola si svolge. Intrattiene i bambini con le storie e la natura, due argomenti che non sembrano difficili da proporre ai giovanissimi.
«Mi è parso il modo giusto: tutte le donne del villaggio mandano i figli ad ascoltare l’anziana. Credo che non faccia bene ai piccoli allontanarsi da questi elementi primari: e infatti, quando glieli riproponi insieme con l’elemento naturalistico, ne sono affascinati. Mi è piaciuto molto raccontare il mare, l’albero, la casa, la terra, come attraversamento della realtà fisica aiutato dalla fantasia».
C’è un forte contrasto tra il personaggio di Gnazio, giardiniere per vocazione, e la mafia, che, per consentirsi una speculazione edilizia, vuole costringerlo ad “avvelenare” il verde.
«È il considerare l’albero come rinunciabile, mentre dall’altro lato viene vissuto come essere vivente. Questo differenzia il protagonista “ingenuo” dal mafioso. Nel dualismo si rispecchia l’intera società: il vedere una cosa per quello che è o, al contrario, solo per quello che sembra».
Lei scrive: «I bambini non restavano delusi perché pure il silenzio era un racconto». Torna il silenzio delle sirene kafkiane. Chi racconta e non viene ascoltato, tace. Quanto è vero per i bambini, così abituati al rumore odierno?
«Secondo me è vero per tutti. Il silenzio è un momento narrativo bellissimo. E anche la pausa, se la togli, il racconto perde fascino. Credo che l’utilizzo della pausa sia la differenza che c’è tra l’intelligenza umana, meravigliosamente imperfetta, e l’intelligenza artificiale, che non ha bisogno di pause perché non ne riconosce l’importanza».
«Stare a sentire le storie e raccontare» lei scrive, «sono due pezzi della stessa cosa». Perché?
«Nessuna storia ha senso, se raccontata al nulla. Il racconto e l’ascolto del racconto sono due metà dello stesso processo, sembra banale ma non lo è».
Come è nata la scelta di Maruzza Musumeci, un racconto del 2007 che tratta della schiera delle sirene che decisero di diventare donne, come accade in La sirena di Giuseppe Tomasi di Lampedusa?
«È uno dei primi e più amati di Camilleri. Mi ha sempre intrigato la violenza sottostante al racconto, una violenza naturale, che esiste, e che lui non rinuncia a raccontare, riconoscendola, come è tipico del grande narratore. Mi sono limitato a omaggiarlo a modo mio con una storia sua: non mi sarei mai permesso di scimmiottarlo. Siamo in presenza di uno dei più grandi narratori italiani, che ha cambiato il rapporto dei lettori con la letteratura. Per me c’è un a.C. e un d.C.: un avanti e un dopo Camilleri».
Che rapporto ha lei con le sirene?
«Noi napoletani siamo loro figli, più dei siciliani. Trovo che la sirena sia la natura materna di un luogo. Se Napoli è madre, allora è una sirena, un luogo generante, né buono né cattivo, piuttosto egoista. È un supporto se sei in linea con lei, ma arriva a distruggerti se ti contrapponi».
Un suo ricordo personale di Camilleri?
«Era di una intelligenza, di un umorismo, di un’ironia flemmatica, tutta anglosassone, incredibili. Mi piaceva particolarmente ascoltare il racconto della sua amicizia con Eduardo De Filippo, col quale si davano del voi. Avevano un grande rapporto di amicizia, perché Camilleri si era occupato da funzionario Rai di tutte le commedie nella riduzione televisiva. La figlia Mariolina è una donna sensibilissima, di grande intelligenza ed esserle amico per me è stato un ulteriore privilegio. Mi sono divertito molto in quest’impresa. Mi auguro che si senta».
Sul Venerdì del 2 febbraio 2024