Michele Serra: La gentilezza ci salverà
di Michele SerraGentile Serra, la diatriba tra governo e giornali è uno specchio della comunicazione di plastica alla quale ci stiamo assuefacendo. Le interazioni, particolarmente quelle digitali, sono caratterizzate da un “immediatismo” e una brevità che condensano, talvolta distorcono, il nostro modo di relazionarci. Le nuove abitudini comunicative, spesso prive della ricchezza del contatto umano e della complessità del linguaggio non verbale, si riducono a scambi rapidi, a volte superficiali, dove l’empatia e la comprensione profonda cedono il passo a reazioni istantanee e polarizzate. In quest’arena, non prendere posizione equivale a essere ininfluenti, a non esistere. Si formano gruppi, partiti, movimenti ognuno con la propria bandiera e i propri credo. Dal fazionismo scaturisce una competizione dura e incessante, un confronto aspro che sfocia nel disprezzo per l’altro.
Gentile Serra, la diatriba tra governo e giornali è uno specchio della comunicazione di plastica alla quale ci stiamo assuefacendo. Le interazioni, particolarmente quelle digitali, sono caratterizzate da un “immediatismo” e una brevità che condensano, talvolta distorcono, il nostro modo di relazionarci. Le nuove abitudini comunicative, spesso prive della ricchezza del contatto umano e della complessità del linguaggio non verbale, si riducono a scambi rapidi, a volte superficiali, dove l’empatia e la comprensione profonda cedono il passo a reazioni istantanee e polarizzate. In quest’arena, non prendere posizione equivale a essere ininfluenti, a non esistere. Si formano gruppi, partiti, movimenti ognuno con la propria bandiera e i propri credo. Dal fazionismo scaturisce una competizione dura e incessante, un confronto aspro che sfocia nel disprezzo per l’altro.
Non c’è posto per l’ascolto, gli ideali non esistono e le opinioni ne prendono il posto, diventando come incise nella roccia. I confronti critici sono mal tollerati. Ogni divergenza dall’opinione della bolla informativa diventa motivo di attacchi personali violentissimi. L’hate speech diventa la moneta corrente. Penso che sia possibile invertire questo processo con una comunicazione maieutica, guidata dalla volontà di restituire significato alle parole e alle azioni, spesso sacrificate sull’altare della rapidità e della visibilità. L’approccio di Socrate può essere l’antidoto, o la mia visione è utopica?
Gioele SL Fierro – Catania
Gentile Fierro, sì, la sua visione è utopica: Socrate non ha mai smesso di bere la sua cicuta. Ma è giusta, e viene in coda a un’analisi delle cose che mi sembra duramente vera. Da uomo scrivente penso che noi tutti abbiamo grandi responsabilità, e avremmo pure grandi possibilità: di cambiare linguaggio, renderlo meno sbrigativo e sentenzioso, lasciarlo contaminare dal dubbio e, aggiungo, dalla gentilezza, che a me pare, in questo specifico momento, il più rivoluzionario dei modi. Cosa ce lo impedisce? Il clima complessivo, fatto di discorsi brevi e assertivi, come se nessuno avesse più tempo da perdere (riflettere richiede tempo), fa sembrare, come lei ben dice, che “non prendere posizione equivale a essere ininfluenti”. Abbiamo paura di sparire nella baraonda, di non avere più voce se non gridiamo. Il suo richiamo vale, comunque, a ricordarci cosa dovremmo fare, avendo la forza e la capacità di farlo. Dunque grazie.
Vorrei che Israele fosse un’isola di civiltà
Caro Serra, Netanyahu è ostaggio dei partiti religiosi di destra, che rappresentano una parte assai minoritaria, ma decisiva, dell’elettorato. In linea di massima tali partiti si rifanno all’ideologia di bellicose tribù xenofobe dell’età del ferro contenuta, inter alia, nel Tanakh o Ha-Sefarim (i libri), la Bibbia ebraica: gli ebrei sono, tra tutti i popoli della terra, il “popolo eletto” (Deuteronomio 14.2 e altri luoghi) da Dio (“Dio d’Israele”, che assume la duplice funzione di dio universale e di dio nazionale-etnico); tra Dio e il popolo d’Israele fu stipulata un’alleanza (berit),in forza delle quale Dio promise la Palestina (erétz Yisra’él, la terra promessa, Esodo 23, 23;31; Genesi 15,18) da conquistarsi attraverso l’herem (anatema di distruzione: “Invece nelle città di questi popoli che il Signore tuo Dio ti dona in eredità non lascerai viva anima alcuna, ma voterai allo sterminio…“, Deuteronomio, 20.10-2; “Manderò il mio terrore davanti a te e metterò in rotta ogni popolo in mezzo al quale entrerai“, Esodo 23,27). Non dovrebbe richiedere un eccessivo sforzo agli ebrei (che affettuosamente abbraccio) della diaspora, anziché strillare contro coloro che semplicemente compatiscono le sofferenze dei palestinesi, prendere una netta, decisa, fattiva opposizione a tale ideologia e ai comportamenti che ne discendono, costruendo così un efficace argine all’ahimè risorgente antisemitismo. Non mi sembra che ciò accada nella dovuta misura. Aggiungo che vorrei tanto che, in mezzo a brutali dittature oscurantiste, Israele fosse un’isola di civiltà.
Peppo Venturini – Bergamo
Il fondamentalismo religioso (ovvero: il far discendere tutto, politica, visione sociale, cultura, dalla certezza di essere i soli veri interpreti della parola di Dio: il quale o la quale, per altro, non ha mai parlato con nessuno) è una delle catastrofi della storia umana, eppure ancora esercita il suo orrendo peso sul presente.
Il jihadismo e la sua mostruosa volontà di sterminio degli “infedeli”, il fanatismo reazionario dei cristiani rinati in America, l’ottusa e cieca idea degli ebrei ortodossi che i confini di Israele siano scritti nella Bibbia, sono altrettanti macigni sul cammino dell’umanità. I non fanatici, in questo momento, benché largamente maggioritari quasi ovunque, sono soccombenti. Esistono, a centinaia di milioni, musulmani tolleranti, cristiani dialoganti, ed esistono in gran numero, diamine, i non credenti come me, che non escludono l’idea di Dio, ma escludono fieramente che qualunque religione o chiesa o tribù possa vantarne il copyright. Siamo sopraffatti dall’aggressività ingombrante degli intolleranti. Gli ebrei non osservanti (oppure osservanti, ma nelle forme riflessive e dialettiche che sono tipiche di quella antica cultura) sono una moltitudine, dentro e fuori Israele, e si sono pronunciati, eccome, contro il governo Netanyahu. Le ricordo la manifestazione “not in my name” di New York nei primi giorni del dissennato attacco a Gaza. Non solamente loro, anche i palestinesi che si sentono in ostaggio di Hamas, sono in questo momento impotenti. Come aiutare i popoli in balia dell’integralismo dei loro capi – penso anche alla teocrazia iraniana – è una sfida appassionante, anche se molto ardua.
Il modello Vannacci e le caserme italiane
Caro Michele, a proposito del generale Vannacci. Ho ottantotto anni, e per quarantuno sono stato agente di commercio; negli anni Sessanta l’azienda mi inviò per fare pratica un giovane genovese che, parlando dei vicoli diventati famosi grazie a Fabrizio de André, mi diceva dei vari personaggi con differenti attività sessuali, e commentava: A me va bene così, a un palmo dal mio culo beccia chi vuole.
Era un modo di pensare già allora assai diffuso, ma se uno cresce in caserma questa tolleranza non la impara, specialmente in una caserma di paracadutisti. Nel 1961 sono andato ad abitare proprio di fronte all’ingresso principale della caserma Gamerra di Pisa (dove nel 1999 fu ucciso Emanuele Scieri). Tutt’ora sede della scuola della brigata Folgore.
Ho avuto modo di apprezzare, attraverso le urla, le imprecazioni e le offese rivolte alle reclute, i metodi di addestramento. C’era un sergente alla Full Metal Jacket che dopo una serie di insulti classici concludeva: «Vi strapperò la sudicia crosta di luridi maiali borghesi che vi ricopre!». Chi cresce in un ambiente così non può sopportare che le donne possano vedere riconosciuti i propri diritti, o che Paola Egonu conosca la lingua, la letteratura e la Costituzione italiana meglio di un qualsiasi fanatico uscito di caserma.
Cirano Testai – San Giuliano Terme (Pisa)
Caro Testai, la speranza è che le caserme siano cambiate, o stiano cambiando, allontanandosi da quel grottesco modello di virilità tutta di un pezzo che non aiuta a capire il mondo. Bisogna essere fiduciosi. Sono sicuro che ci sono parà che non la pensano come Vannacci.
Sul Venerdì del 9 gennaio 2024