Cosa resta a Trieste di Franco Basaglia? Tutto, tranne una via
di Fabio BozzatoTRIESTE. È il 1979, un anno dopo l’approvazione della legge 180 e un anno prima che il suo ispiratore, Franco Basaglia, morisse troppo presto. Lo psichiatra sta tenendo le sue Conferenze brasiliane e sente gli occhi del mondo addosso.
A São Paulo racconta un episodio accaduto a Trieste, la città dove è riuscito a fare l’impossibile, smantellando il manicomio e riconoscendo dignità ai matti. Un giorno un uomo prende un taxi e chiede di andare a Beirut. «D’accordo», risponde il tassista. Gli fa fare un lungo giro e si ferma al teatro romano. «Questa è Beirut», gli dice. Il signore ringrazia, scende e paga. La storia è importante, sottolinea Basaglia, per due motivi: quell’uomo ha i soldi per pagare il taxi, quindi è autonomo, non deve mendicare; e il tassista non si sorprende, non lo maltratta né chiama la polizia. E soprattutto sa che cosa fare, senza essere un sanitario.
Insomma, più che la storia di Franco Basaglia, questa è la storia di Trieste e di come abbia reagito alla sua rivol…
TRIESTE. È il 1979, un anno dopo l’approvazione della legge 180 e un anno prima che il suo ispiratore, Franco Basaglia, morisse troppo presto. Lo psichiatra sta tenendo le sue Conferenze brasiliane e sente gli occhi del mondo addosso.
A São Paulo racconta un episodio accaduto a Trieste, la città dove è riuscito a fare l’impossibile, smantellando il manicomio e riconoscendo dignità ai matti. Un giorno un uomo prende un taxi e chiede di andare a Beirut. «D’accordo», risponde il tassista. Gli fa fare un lungo giro e si ferma al teatro romano. «Questa è Beirut», gli dice. Il signore ringrazia, scende e paga. La storia è importante, sottolinea Basaglia, per due motivi: quell’uomo ha i soldi per pagare il taxi, quindi è autonomo, non deve mendicare; e il tassista non si sorprende, non lo maltratta né chiama la polizia. E soprattutto sa che cosa fare, senza essere un sanitario.
Insomma, più che la storia di Franco Basaglia, questa è la storia di Trieste e di come abbia reagito alla sua rivoluzione. Cosa sia rimasto di lui in questa città, nel centenario della sua nascita e a cinquant’anni dagli eventi, è difficile dirlo e allo stesso tempo è sotto gli occhi di tutti. Qui, dove nessuna piazza e nessuna via portano ancora il suo nome. Forse bisogna tornare a quel tempo per avere un’idea.
Nei quartieri popolari
Dal 1971 al 1977, la città viene investita da un vento inaspettato, inquieto e caldo, che parte da San Giovanni, il “frenocomio” inaugurato nel 1908 sul modello dello Steinhof di Vienna. È un grande parco di ventidue ettari steso su una collina; ospita una quarantina di palazzine dove per settant’anni finiscono migliaia di uomini e donne, destinati a morire senza libertà. Grazie a quel parco, lontano dalla vista, la città può sentirsi sicura.
Giovanna Del Giudice ha 24 anni quando arriva a Trieste. È una giovane psichiatra, con il desiderio di immergersi in qualcosa di inaudito e di fuggire dalla claustrofobia del Sud dove ha vissuto fino ad allora. «Ricordo che non riuscivo a capire la città, la sua architettura asburgica, la mancanza della vita di piazza. Ricordo la grande cordialità dei suoi abitanti e allo stesso tempo quel rimarcare le distanze; nessuno ti invitava a casa, piuttosto ti davano appuntamento al caffè. Venivo da una piccola città del Sud e sentivo tutto il fascino di una città che era stata una capitale. Era anche una città di confine e il confine era una cortina di ferro».
Chissà, forse è proprio per quel carattere gentile e algido che Trieste riesce a digerire la rivoluzione che cova nel suo manicomio. Di sicuro deve ringraziare il suo essere crocevia di ogni cosa e di ogni storia, in bilico tra i Balcani e quello che chiamiamo Occidente.
Giovanna Del Giudice lavora fianco a fianco con Basaglia: «Ci sono 1.200 degenti, alcuni rinchiusi fin da bambini e tantissimi sfollati dall’Istria, segnati dallo sradicamento». Ci resterà per trent’anni, «prima a smontare il manicomio e poi a organizzare i servizi nel territorio. Il primo centro di salute mentale lo apriamo il 1° maggio del 1975: è qualcosa di mai visto».
La città sembra assistere sbalordita e si ritrova trascinata dentro. Gli operatori coinvolgono i quartieri, soprattutto quelli popolari e operai, e «noi giovani psichiatri affittiamo appartamenti in centro a nostro nome dove vanno ad abitare i primi gruppi di persone dimesse dall’ospedale». Non è semplice, non mancano le tensioni con proprietari e vicini.
È la stessa città che vede passare attonita un cavallo blu, di legno e cartapesta, altro quattro metri e con la pancia gonfia dei desideri dei reclusi. È il febbraio 1973. Se lo ricorda bene quel giorno Alberta Basaglia, la figlia: «Ero una ragazzina e davo una mano a costruirlo». Sui suoi ricordi di infanzia ha scritto, con Giulietta Raccanelli, il bel libro Le nuvole di Picasso per le edizioni Feltrinelli, di cui ora esce una nuova edizione.
«È una gran festa. Ricordo il mio orologio arancione, grande e bellissimo, di cui ero molto fiera. A un certo punto uno dei pazienti dice di volerlo mettere nella pancia del cavallo, come suo desiderio. Mi viene da piangere, mi sento perduta. Ci vuole tanta pazienza e tanta abilità per convincerlo. Alla fine, ricordo la felicità, in piedi sotto Marco Cavallo, quando viene trascinato fuori dal manicomio». E suo padre? «Credo stesse picconando il portone d’ingresso per farlo uscire».
La storia della Clu
E dunque cosa rimane oggi a Trieste di Franco Basaglia e di quella stagione? Provate a chiederlo in giro e la risposta sarà dapprima un lungo silenzio. Di sicuro è rimasta l’Accademia della Follia, ora sta provando una nuova pièce: «Anche se il riconoscimento è arrivato tardi, abbiamo girato il mondo, coinvolto come attori più di 900 persone e da quindici anni il Teatro Stabile regionale ci produce gli spettacoli» ci dice Angela Pianca che l’ha fondata assieme a Claudio Misculin.
«È rimasta la rete di servizi sulla salute mentale tra i migliori d’Italia» riflette Kevin Nicolini, giovane consigliere comunale per la civica Adesso Trieste. «E ogni volta che qualcuno tenta di tagliarli la reazione è sempre molto forte». Così pure sono rimaste le cooperative sociali, germogliate dal rovesciamento del manicomio.
La Clu, Cooperativa Lavoratori Uniti Franco Basaglia, festeggia i suoi cinquant’anni. Nasce nel 1973, dopo un iter giudiziario complicato e solo grazie a una delibera della Provincia, che la riconosce nonostante i suoi soci non possano godere dei diritti civili e politici, tolti con l’internamento. Ventotto soci, tra cui operatori e infermieri e undici degenti. Un’altra piccola rivoluzione, che fa da apripista a tutta la cooperazione sociale.
Oggi, racconta Ivan Brajnik, il suo presidente, la Clu impiega più di trecento persone e ha un fatturato di otto milioni di euro. A questa storia straordinaria la filmaker triestina Erika Rossi ha dedicato il suo ultimo documentario, presentato in anteprima al Trieste Film Festival: «Di Basaglia e della sua rivoluzione si parla molto poco» dice. «Forse perché continua a interrogarci».
Il Posto delle fragole, il bar-ristorantino che quasi domina San Giovanni, è un po’ il centro del parco. Lo gestisce un’altra cooperativa, La Collina, 230 dipendenti, il 40 per cento con percorsi nella salute mentale, spiega Fabio Inzerillo che la presiede. La Agricola Monte San Pantaleone, invece, cura l’enorme e magnifico roseto. La guida Giancarlo Carena, che è anche nel gruppo di testa della Cna (Confederazione artigiani) regionale: «L’eredità di Basaglia si è sedimentata più di quello che sembri. La città mangia nei ristoranti gestiti da quella eredità, si fa fare le pulizie di parchi e strade, si fa potare le rose. Ci usa, ci compra, ci ascolta. Non c’è miglior monumento».
E che non ci siano strade o piazze dedicate a Franco Basaglia, poco importa, sembrano dire. Anzi, riflette Alberta Basaglia, quello «sarebbe il modo più semplice per sterilizzarlo e relegarlo a una storia chiusa, a qualcosa del passato. Così invece, quella storia sembra continuare a vivere e a parlare a tutti».
Certo, è anche una storia che suscita ancora diffidenze, o aperta ostilità, a destra e a sinistra. «Perché non è la vicenda di una singola persona, ma una storia collettiva, di quelle che davvero provocano cambiamenti profondi». Il 24 gennaio del 1977, un anno prima che venisse approvata la legge, Basaglia a Trieste rompe gli indugi. In un’affollata conferenza stampa dichiara che il manicomio verrà chiuso entro l’anno.
Giovanna Del Giudice oggi ne conserva un ricordo vivissimo: «Siamo preoccupati, nell’ospedale vivono ancora 500 persone. Lui sorprende tutti. La notizia fa il giro del mondo. E a un certo punto Franco dice: da qui non si torna più indietro».
Sul Venerdì del 9 febbraio 2024