Non rubiamo braccia all’agricoltura
di Michele SerraCaro Serra, possiamo permetterci di continuare a coltivare con questo sistema (in Italia, intendo)? Quanti di noi possono farlo ottenendo un reddito decente? La politica italiana e comunitaria ha avuto un grande demerito (comunque inferiore ai meriti) che è stato quello di aiutare tutti comunque indiscriminatamente: capaci, incapaci, inquinatori, capitalisti e affittuari.
Prima della Brexit, la Royal Family era la maggiore percettrice di contributi comunitari legati all’agricoltura, attraverso le società controllate. Ora, come succede in tutti i comparti produttivi (e non solo) chi non sopravvive si lamenta. La superficie media delle aziende italiane è sei ettari. Se si coltiv…
Caro Serra, possiamo permetterci di continuare a coltivare con questo sistema (in Italia, intendo)? Quanti di noi possono farlo ottenendo un reddito decente? La politica italiana e comunitaria ha avuto un grande demerito (comunque inferiore ai meriti) che è stato quello di aiutare tutti comunque indiscriminatamente: capaci, incapaci, inquinatori, capitalisti e affittuari.
Prima della Brexit, la Royal Family era la maggiore percettrice di contributi comunitari legati all’agricoltura, attraverso le società controllate. Ora, come succede in tutti i comparti produttivi (e non solo) chi non sopravvive si lamenta. La superficie media delle aziende italiane è sei ettari. Se si coltivano solo cereali, dieci giornate di lavoro possono bastare. È giusto lamentarsi della pochezza del reddito rispetto a quanto serve per vivere se si lavora dieci giornate all’anno? Non credo. Se anziché i cereali coltivo ortaggi e frutta posso lavorare 280 giornate all’anno; se ricavo un buon reddito (Prosecco o un altro eccellente vino) non mi lamento, ma se produco pomodori, lamponi, ortaggi che arrivano dall’emisfero Sud del mondo a costi inferiori a quelli miei di produzione, sto facendo del bene alla società o sto aumentando l’entropia? Perché non dedicare parte dei contributi dispersi linearmente all’informazione, alla formazione e alla ricerca? Un chilo di mirtilli (ottimi) provenienti dal Perù o Bolivia o ciliegie dal Cile, arrivano in Ue dopo aver consumato 1 chilo di carburante per ogni chilogrammo di frutta (per il solo volo aereo). È questo che vogliamo? Quando compriamo un chilo di pomodoro o melone marocchino, compriamo circa 500 litri di acqua che in quei Paesi scarseggia. Loro la recuperano spesso da falde geologiche che non si rigenerano più. Stiamo rubando il futuro a quei Paesi. Io sono anziano, da sempre agricoltore e frutticoltore, tecnico, ma da un paio di decenni mi chiedo perché al supermercato, anziché trovare tutto, non trovo solo quei prodotti che sono stati coltivati con le specifiche imposte agli agricoltori europei. Importiamo prodotti agricoli che sono cresciuti a “sfruttamento dei più deboli“ e a pesticidi vietati. Cambiamo paradigma e cominciamo a riflettere. Riflettere sui nostri errori per evitarne di nuovi ci aiuta a non ripeterci. Vedo tanti follower e pochi leader. L’agricoltura è anche un’altra cosa, è scienza, è umiltà, è attesa, è sacrificio. Valori poco apprezzati.
Enrico Bortolin
Caro Bortolin, ho dovuto più che dimezzare la sua lunga lettera, cercando di conservarne il prezioso succo: è la filiera del cibo nel suo complesso a essere in crisi. Nella società urbanizzata l’agricoltura è “occulta”, sconosciuta, e i dati che lei snocciola (per esempio quanto costa, in termini di impatto ambientale, mangiare ciliegie a Natale) sono ignoti alla grande massa dei consumatori.
E dunque sì, bisognerebbe, come lei scrive, investire in “formazione, informazione, ricerca”, anziché disperdere “a pioggia” centinaia di miliardi (i contributi agricoli sono il 20 per cento del bilancio della Ue) che vanno ovunque, ai virtuosi come agli speculatori, ai contadini “veri” e all’agro-industria, a chi lavora con scrupolo ambientale e a chi inquina, a chi ha imbrogliato sulle quote latte (magari ce n’è più di uno anche tra quelli che oggi fanno i blocchi stradali con il tricolore sul trattore) e a chi ha cercato di rispettare le regole. Bisognerebbe partire dalla cultura del consumatore. Dunque da una inevitabile lettura “politica”, in senso alto, di un atto quotidiano basico, che è quello di mangiare. “Mangiare è un atto agricolo” (Wendell Berry, uno dei padri dell’ambientalismo americano). Vuol dire che quando vai a fare la spesa devi cercare, per quanto è possibile, di privilegiare i prodotti a basso impatto ambientale (quelli stagionali; e quelli che hanno viaggiato di meno) e premiare quelli di origine meglio certificata; che il prezzo è importante ma non può essere l’unico parametro di scelta, perché un prezzo molto basso può significare non solo bassa qualità, ma che quel cibo è stato prodotto da una manodopera sottopagata o schiavizzata; che “mangiare sano” non è un vezzo da radical-chic, dev’essere facoltà di tutti, e il prezzo sociale della cattiva alimentazione è enorme – vedi la catastrofe sociale, con costi umani e sanitari enormi, dell’obesità negli Usa. Infine, che una quota più larga possibile di autoproduzione (orti, frutteti, piccoli allevamenti sostenibili) non è nostalgia del passato: sarà uno dei parametri urbanistici delle città del futuro. E tante altre cose non elencabili per ragioni di spazio, ma riassumibili in una sola: bisogna ridare centralità al cibo, ai suoi modi di produzione, distribuzione, consumo.
Chi ha un Suv deve pagare di più
Caro Serra, come ha scritto Anais Ginori su Repubblica i Suv ingombrano, pesano tonnellate, consumano il 15 per cento in più, inquinano il 20 per cento in più e in caso di incidente sono due volte più mortali per i pedoni rispetto alle auto “normali“.
A Parigi stanno pensando di penalizzarli triplicando le tariffe per la sosta (parcheggiarli in centro costerà 18 euro l’ora). A Tubinga, in Germania, l’hanno già fatto. Ken Livingstone, ex sindaco di Londra, ha definito «idioti» i cittadini inglesi che li usano per portare i figli a scuola. A Washington l’immatricolazione di un Suv costa sette volte di più rispetto a quella di un’utilitaria e in Canada le tariffe dei parcheggi variano in base al peso della vettura. In Italia che aspettiamo? E visto che siamo in tema, ben venga il limite di 30 km orari nei centri storici delle città italiane. Anzi, si potrebbe abbassare a 20, e pedonalizzare sarebbe ancora meglio.
Dario Castriota – Roma
I limiti di velocità e quelli della decenza
Caro Serra, il Salvini non esita a lanciarsi in una “crociata“ contro il limite dei 30 km/h. Ormai è statisticamente provato che questo limite salverebbe tantissime vite umane. 50 km/h è la velocità d’impatto di un corpo che cade dall’altezza di 10 metri, cioè dal terzo piano fuori terra di un palazzo. Ho perso un fratello (39 anni, una moglie, due figli di 9 e 11 anni) per un incidente stradale. Devo constatare che ancora una volta questo signore, pur di raccattare voti, supera un altro limite, quello della decenza.
Gianni Antonacci
Ridurre la stazza dei mezzi con i quali ci spostiamo, cercare di usarli in tanti e non da soli, ridurre la velocità, possibilmente viaggiare meno e viaggiare meglio: sembrerebbero ovvie constatazioni di fronte alle tante dismisure del nostro modo di vivere. Ma non illudiamoci: per molte persone (non solo il Salvini, anche quelli che lo votano) le regole sono solo soprusi ai danni della propria libertà. Dalle parti dove abito è abitudine diffusa – anche di un sacco di brava gente – lasciare acceso il motore, soprattutto se diesel, mentre si beve un caffè al bar o si va all’ufficio postale. Mi è capitato di dire a qualcuno/a: guardi che ha lasciato il motore della macchina acceso. Risposta: non si preoccupi, qui le macchine non le ruba nessuno. Questo per dire che il cammino da fare, per cambiare la mentalità, è ancora molto, molto lungo. A qualunque velocità lo si voglia intraprendere.
Sul Venerdì del 16 febbraio 2024