✕

Arriva ‘One Love’, il film su Bob Marley. Il figlio Ziggy: “Una cosa era impossibile riprodurre: la sua voce”

Il dipinto murale dedicato a Bob Marley (1945-1981) al Mauerpark di Berlino (alamy / ipa) 
Per la prima volta la famiglia ha autorizzato un film sull’icona del reggae. “Rita è stata la musa di papà, come biasimarla se durante le riprese è stata un po’ pignola?”, racconta il figlio Ziggy. E aggiunge: “Per me Bob è diventato un fratello”
6 minuti di lettura

Il 6 febbraio scorso Bob Marley (1945-1981) avrebbe compiuto 79 anni. E siamo sicuri che, fosse sopravvissuto a quel maledetto melanoma, non starebbe a dondolarsi sul patio della casa di Kingston, in Giamaica, ad ascoltare vecchi dischi di reggae. Sono attivi e vegeti artisti ben più maturi: Willie Nelson (90), Bob Dylan (82), Paul McCartney (81). Bob oggi ne avrebbe avute più di ieri di storie da cantare, di situazioni da deprecare, di signori della guerra da condannare, di africani da consolare, di rifugiati da incoraggiare. Anche per questo, le sue canzoni non sono mai tramontate e il reggae era, ed è rimasto, la musica più coinvolgente ed eversiva che abbia mai contaminato il rock. E Bob Marley, un profeta di cui non si sono mai perse le tracce: ho sentito suonare le sue canzoni nelle case di fango di Timbuktu, in Mali, e sulle spiagge di Goa, in India; ho visto il suo volto con i dreadlocks al vento in graffiti disegnati sulle rocce dell’isola di Elefantina, ad Aswan, nell’alto E…

Il 6 febbraio scorso Bob Marley (1945-1981) avrebbe compiuto 79 anni. E siamo sicuri che, fosse sopravvissuto a quel maledetto melanoma, non starebbe a dondolarsi sul patio della casa di Kingston, in Giamaica, ad ascoltare vecchi dischi di reggae. Sono attivi e vegeti artisti ben più maturi: Willie Nelson (90), Bob Dylan (82), Paul McCartney (81). Bob oggi ne avrebbe avute più di ieri di storie da cantare, di situazioni da deprecare, di signori della guerra da condannare, di africani da consolare, di rifugiati da incoraggiare. Anche per questo, le sue canzoni non sono mai tramontate e il reggae era, ed è rimasto, la musica più coinvolgente ed eversiva che abbia mai contaminato il rock. E Bob Marley, un profeta di cui non si sono mai perse le tracce: ho sentito suonare le sue canzoni nelle case di fango di Timbuktu, in Mali, e sulle spiagge di Goa, in India; ho visto il suo volto con i dreadlocks al vento in graffiti disegnati sulle rocce dell’isola di Elefantina, ad Aswan, nell’alto Egitto, e nella medina di Marrakech, in Marocco; sulle lamiere delle baracche di Soweto, in Sudafrica, e su un casotto della spiaggia di Cadice, in Andalusia; in un coffee shop rasta di Alphabet City, a Manhattan, e tra il groviglio di murales di Brixton, Londra.

Per anni la sua numerosa famiglia, con a capo la matriarca Rita, ha accantonato l’idea di un film sulla musica e le gesta sul leggendario capofamiglia, fino a quando, recentemente, ha preso in mano la situazione e ha fattivamente collaborato a un biopic, Bob Marley: One Love, che sarà nelle sale italiane dal 22 febbraio distribuito dalla Paramount e prodotto da Brad Pitt.

Di film sui grandi della musica ne abbiamo visti a bizzeffe, più o meno riusciti: Billie Holiday, Ray Charles, James Brown, Freddie Mercury, Elton John, Aretha Franklin e l’Elvis Presley di Baz Luhrmann, il migliore; a primavera è prevista l’uscita di quello su Amy Winehouse. «Qui l’operazione era assai complicata, si trattava di realizzare un film hollywoodiano sul personaggio meno hollywoodiano della storia della musica», ci dice Ziggy Marley, in collegamento via Zoom, il 55enne figlio di Bob che aveva tredici anni all’epoca della morte di suo padre, ma già suonava e cantava con fratelli e sorelle nella teen-band dei Melody Makers.

Ziggy Marley (55 anni) (Chiabella James / paramount pictures) 

Ha ancora la faccia da ragazzino, gli inevitabili dreadlocks, indossa la t-shirt di un concerto dei Wailers alle Hawaii, nel 1979. Ziggy, che è stato il figlio che più degli altri dodici ha supervisionato ogni dettaglio dell’opera, è entusiasta della prestazione del protagonista Kingsley Ben-Adir (che già sul grande schermo è stato Malcolm X e Obama, oltre che Basketball Ken in Barbie) e del regista Reinaldo Marcus Green (Una famiglia vincente – King Richard).

E come ha reagito quando per la prima volta ha visto il film completo? Deve essere stato spiazzante vedere un estraneo nei panni del proprio genitore, no?
«Ho provato dei sentimenti intensi e contrastanti, ma sono rimasto piacevolmente colpito dal fatto che le immagini non fanno che rimandare il messaggio che mio padre ha trasmesso al mondo. Lo si può riassumere in tre parole, e non sono banali: unità, pace, amore. Ho guardato il film con lo stesso distacco di uno spettatore qualsiasi: è una storia semplice, godibile; un buon equilibrio tra azione, dramma e commedia».

In che modo lei e la sua famiglia avete supervisionato la produzione di One Love?
«Ho partecipato direttamente alla sceneggiatura, ma la maggior parte del lavoro è stata fatta durante le riprese; credo sia un modo piuttosto singolare di procedere, ma è stato stimolante e proficuo: creare mentre stavamo creando, cercando di mettere a punto ogni singolo dettaglio, il dialetto giamaicano, la tipica inflessione di Bob, il suo modo peculiare di gesticolare e di muoversi. Non avevamo bisogno di mediatori, conosco meglio di chiunque altro la storia di Bob, e con me c’erano anche Neville Garrick, amico e collaboratore di mio padre (morto lo scorso novembre, ndr), e mia madre, che come corista delle I-Threes ha seguito i Wailers in tour ovunque».

Scegliere un attore che potesse incarnare un personaggio unico, carismatico e mitico come Bob Marley deve essere stata comunque un’impresa estenuante…
«Non è stato facile, e sì, ha richiesto del tempo. Ma una volta conosciuto Kingsley Ben-Adir non abbiamo più avuto dubbi. Il suo magnetismo, già durante i provini, mi ha lasciato senza parole. Sapevamo fin dall’inizio che nessuno avrebbe potuto calarsi nei panni di Bob Marley, cercavamo un artista che potesse ricrearne almeno in parte il carisma e trasmetterne le emozioni. Ben-Adir c’è riuscito perfettamente. Quando gli esprimemmo i nostri dubbi e le nostre volontà, ci disse: posso farcela».

Bob Marley e The Wailers a Birmingham prima del concerto all’Odeon del 1975. (Getty images) 

Chi è alla ricerca di una storia esaustiva della vita di Bob Marley – e della filosofia Rastafari che l’ha illuminato – farebbe bene a guardarsi i 145 minuti dell’avvincente documentario di Kevin Macdonald uscito nel 2012, ma su una cosa Ziggy ha ragione: «A quarantatré anni dalla morte c’era bisogno di creare un evento intorno alla figura di mio padre per trasmettere il suo messaggio a una nuova generazione». Allude, naturalmente, a chi studia la storia sul bignami dei social media; i trailer di One Love sono ovunque, come i video degli inevitabili tappeti rossi (che Bob avrebbe detestato) alle prime del film a Kingston (presenti anche Harry e Meghan; speriamo che gli angeli non l’abbiano detto a Bob) e a Londra. Le immagini di Ben-Adir, che ha lavorato otto mesi per apprendere il patois (lingua creola giamaicana), inflazionano la rete, insieme a certi momenti in cui, sul palco, simula le tipiche trance di Bob (le percezioni dilatate dalla ganja, la marijuana, che per i rasta è terapeutica), una mano sugli occhi, per non vedere le miserie del mondo, e una rivolta verso il cielo, per restare connesso a Jah, il dio rastafari, e invocarne l’aiuto. Una scena su tutte, magica: la famiglia riunita intorno al fuoco e Bob si accompagna alla chitarra cantando Redemption Song. Prevedibilmente, il film non indugia sulle ripetute infedeltà coniugali e i dettagli intimi, tuttavia Ben-Adir riesce benissimo a incarnare il sex symbol che esaltava il potere del performer e che fece strage di cuori (non solo una Miss Mondo – Cindy Breakspeare, la madre di Damian Marley – ma anche l’algida Anna Wintour, dichiarò di averci fatto un pensierino; e c’è chi giura che, quando Marley lavorava a Londra e lei non era ancora volata in America per dirigere Vogue, i due si fossero dileguati per una fuitina romantica).

Confesso che, da fan, ero terrorizzato all’idea di vedere in scena una brutta copia di Bob…
«…Anch’io come figlio, ma devo dire che Ben-Adir mi ha convinto davvero fin dal primo ciak; non mi sono mai trovato a pensare: oddio, ma questo chi è, che sta facendo, che c’entra con mio padre? Calarsi nei panni di un personaggio è il ruolo dell’attore, e Kingsley ha messo a frutto la sua arte. Non so esattamente quanti ne abbiamo provinati prima di lui, un numero impressionante, attori da ogni parte del mondo. Abbiamo cominciato cercando in Giamaica, ma poi ci siamo resi conto che avevamo bisogno di un grande attore, qualcuno che ci conquistasse con il suo magnetismo e che rendesse credibile il personaggio, così abbiamo allargato la ricerca. Non bastava che camminasse come Bob, che parlasse come Bob, che si muovesse come Bob, volevamo qualcuno che ci mettesse emotivamente in contatto con Bob».

Ci sono parti in cui Ben-Adir canta con la sua voce?
«Ah ah ah ah! Ma le pare? Non credo che qualcuno possa cantare come Bob. Sarò sincero: volevamo che in questo film ci fosse in qualche modo anche lui, perché sapevamo che la potenza di quelle canzoni avrebbe notevolmente alzato la soglia delle emozioni».

Sua madre Rita ha appoggiato il progetto senza riserve? Le è piaciuta Lashana Lynch, l’attrice che la interpreta?
«Rita è stata la musa di Bob, come biasimarla se durante le riprese è stata un po’ pignola? Per anni ci ha ripetuto: nessuno può fare Bob. Per fortuna è venuta sul set solo poche volte; mia sorella Cedella ed io eravamo più presenti».

L’azione del biopic si concentra su tre anni cruciali e drammatici della carriera di Bob Marley & The Wailers, dal 1976 al 1978: l’attentato nella villa di Kingston, in cui tra gli altri rimasero feriti sia lui che la moglie Rita, il concerto Smile Jamaica, pochi giorni dopo, dove nonostante i rischi decise di partecipare, l’autoesilio a Londra per incidere Exodus (con la supervisione dell’illuminato discografico Chris Blackwell, qui interpretato da un somigliantissimo James Norton), il trionfale tour europeo (che l’avrebbe portato allo stadio San Siro di Milano il 27 giugno 1980, davanti a migliaia di persone), la visita in Etiopia e il concerto in Zimbabwe. Infine, quando già gli era stato diagnosticato il tumore, il rientro in patria per quel leggendario concerto al National Stadium di Kingston in cui costrinse gli acerrimi rivali dei due principali partiti politici (Michael Manley del PNP ed Edward Seaga del JLP) a stringersi la mano sul palco durante una versione di Jamming da cardiopalmo.

Il resto – l’infanzia a Nine Mile e nel ghetto di Trenchtown, la figura del padre assente (un militare britannico di stanza in Giamaica che non gli lasciò nient’altro che il cognome), il romantico flirt con Rita e la gavetta dei Wailers – è risolto con flashback disseminati all’interno del racconto.

Aveva tredici anni quando suo padre morì. È stata una figura ingombrante per lei come artista?
«Vede, mio padre è mio padre, ma allo stesso tempo è mio fratello, aveva trentasei anni quando è morto. Ho semplicemente accettato che diventasse la mia guida spirituale, oltre che musicale. Da bambino ero sempre con lui. Partecipavo a quelle cerimonie religiose, ero un bambino rasta, noi abbiamo una filosofia diversa per quanto riguarda le cose materiali. Ora che non c’è più, è un fratello rasta. Questo insegna la nostra filosofia».

Ha inserito nel film qualche retroscena che il mondo non conosceva?
«Ci sono dettagli della vita familiare, insieme al suo spiccato senso dell’umorismo. Gli piaceva giocare a football, divertirsi e far divertire gli altri. Alla fine, credo che questo sia un film molto personale e intimo, non sulla leggenda ma sull’essere umano. La musica è grandiosa, ma ciò che ha trasformato mio padre in una sorta di eroe è il fatto di essere riuscito a stabilire un rapporto personale, confidenziale direi, con ogni singolo ascoltatore, trasformandosi in una sorta di guida spirituale. Tutti, a vario titolo, si sono sentiti parte della sua famiglia. Qui non si tratta di una superstar, ma di un uomo speciale in grado di parlare alla gente e trasmettere valori come pochi hanno saputo fare».

Sul Venerdì del 16 febbraio 2024

Leggi i commenti