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Il Totocalcio ci ha cambiato la vita. Chissà ora dov’è finito

Una ricevitoria nel 1960 (Archivio Alinari) 
Sì, esiste ancora, ma pochi lo sanno. Un saggio racconta come ha modificato il nostro costume. E riuscì a sfilare al ciclismo il primato di sport più amato. Anche se Togliatti lo bocciò...
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Esiste ancora il Totocalcio? Sì, ma nessuno se ne accorge più. A partire dai media, che fino agli inizi degli anni Novanta dedicavano alla schedina l’apertura di notiziari e pagine sportive. Il 7 novembre 1993 la colonna vincente fruttò al suo possessore 5 miliardi, 549 milioni e 756.245 lire. Oggi invece i premi sono ben poca cosa rispetto a quelli elargiti da concorsi nel frattempo apparsi sulla scena, Superenalotto su tutti. Un tempo «giocare la Sisal», poi Totocalcio (acronimo di “totalizzatore calcistico”), era una delle abitudini italiane per eccellenza. Disputate in contemporanea, le partite di Serie A, B e C determinavano gli 1 X 2 della schedina. Tutti sognavano il 13, quasi nessuno ci riusciva.

La storia del Totocalcio, invenzione di Massimo Della Pergola, giornalista triestino espulso dall’albo in seguito alle leggi razziali e poi scampato alla Shoah, è al centro di Un azzardo italiano (Prospero Editore), nuovo saggio di Sergio Giuntini, docente di Storia dello Sport all’u…

Esiste ancora il Totocalcio? Sì, ma nessuno se ne accorge più. A partire dai media, che fino agli inizi degli anni Novanta dedicavano alla schedina l’apertura di notiziari e pagine sportive. Il 7 novembre 1993 la colonna vincente fruttò al suo possessore 5 miliardi, 549 milioni e 756.245 lire. Oggi invece i premi sono ben poca cosa rispetto a quelli elargiti da concorsi nel frattempo apparsi sulla scena, Superenalotto su tutti. Un tempo «giocare la Sisal», poi Totocalcio (acronimo di “totalizzatore calcistico”), era una delle abitudini italiane per eccellenza. Disputate in contemporanea, le partite di Serie A, B e C determinavano gli 1 X 2 della schedina. Tutti sognavano il 13, quasi nessuno ci riusciva.

La storia del Totocalcio, invenzione di Massimo Della Pergola, giornalista triestino espulso dall’albo in seguito alle leggi razziali e poi scampato alla Shoah, è al centro di Un azzardo italiano (Prospero Editore), nuovo saggio di Sergio Giuntini, docente di Storia dello Sport all’università Statale di Milano. Invenzione geniale, che alimentò l’interesse di milioni di persone per le vicende del calcio nazionale. «Usciti dalla guerra, lo sport più amato era il ciclismo», ricorda Giuntini al Venerdì, «ma fu anche grazie alla Sisal che il calcio si prese il primato».

Giulio Onesti, presidente del Coni nel dopoguerra, definì il concorso «una pepita d’oro», e trovò una sponda politica in Giulio Andreotti, che nel ricordare le difficoltà post-belliche dello sport italiano disse che «le idee erano tante, l’entusiasmo enorme, ma per realizzarle c’era bisogno di fondi, e attenderli dallo Stato avrebbe significato una condizione di continua incertezza. La nazionalizzazione del Totocalcio garantì entrate rilevanti al mondo agonistico e all’erario».

Comunisti e scontenti

La prima schedina è del 5 maggio 1946, a tredici giornate dal termine di un torneo di Serie A ancora diviso in due gironi a causa delle difficoltà logistiche e materiali lasciate dalla guerra. E il primo fortunato è Emilio Biasetti, milanese, ex partigiano impiegato in un’azienda farmaceutica. Vince 486.864 lire, oltre ottomila volte la cifra giocata in ricevitoria. «Il Totocalcio è uno dei simboli della rinascita del Paese, attorno a cui si intrecciano storie umane quasi neorealiste», dice ancora Giuntini, «e incarnava il ritorno alla possibilità di avere una vita e una speranza». Per quel primo concorso erano state fatte stampare 5 milioni di schedine ma ne furono utilizzate poco più di trentamila, un mezzo fiasco iniziale cui Della Pergola pose rimedio con trovate come quella di affittare un’area della Stazione Centrale di Milano, utilizzandola a notte fonda per la ricerca delle possibili schedine vincenti, con giornalisti, fotografi e curiosi assiepati per assistere in diretta allo spoglio.

A questo proposito è interessante analizzare le qualifiche di coloro che furono impiegati nello scrutinio del concorso numero 26 del marzo 1947: 2.300 reduci di guerra, 1.660 disoccupati, 640 ex partigiani, 320 profughi della Venezia-Giulia, 280 pensionati, 180 mutilati. La Sisal, insomma, era anche un’occasione di lavoro per quelli a cui la guerra aveva tolto quasi tutto. Prima della fine del campionato arriveranno anche i primi milionari, con i giornali a dare grande risalto alla notizia. Il Totocalcio ci mise poco anche a entrare nel costume degli italiani, e quindi nelle opere che lo raccontano. Don Camillo e Peppone si azzuffano sulla legittimità o meno di giocare. Guareschi mette in bocca al suo curato una provocazione destinata al rivale, comunista e appassionato del gioco: «Il Totocalcio è una delle più subdole armi inventate dalla borghesia capitalista per difendersi dal proletariato». Persino Palmiro Togliatti si era scagliato contro la Sisal dalle pagine de l’Unità. Ironia della sorte, nel 1952 il suo autista Reclus Monari avrebbe vinto ben 54 milioni, parte dei quali poi donati ai lavoratori italiani emigrati in Australia, ai bambini della Corea in guerra e al partito stesso. “‘A quanno aggio truvato stu sistema, io songo milionario tutto ll’anno” scriverà Totò nella sua poesia ’A speranza.

Da Totò a Renato Zero

Per il primo miliardario si dovrà attendere il 31 dicembre 1977: il vincitore si mise in tasca un miliardo e 185 mila lire. Sono gli anni in cui anche il Fantozzi di Paolo Villaggio fantastica di un cambio di vita in caso di vincita, e assieme al collega Filini gioca ogni settimana la stessa schedina. Nel libro Fantozzi contro tutti (Rizzoli, 1979) i due raggiungono finalmente il 13, peccato che Filini non sia andato alla ricevitoria. Ma è soprattutto al cinema che il Totocalcio diventa protagonista, in particolare grazie a pellicole comiche anni Ottanta. Come Eccezzziunale… veramente (1982) di Carlo Vanzina, in cui uno dei personaggi interpretati da Diego Abatantuono (Franco l’interista, vittima di una beffa degli amici) crede di avere vinto e si licenzia dal lavoro dandosi alle spese pazze.

E Al bar dello sport (1983) di Francesco Massaro, in cui (grazie a Jerry Calà) Lino Banfi un miliardo e trecento milioni li vince davvero, ma è costretto a darsi alla fuga a causa dell’avidità di parenti e amici. Meno frequenti le citazioni musicali ma, tra pezzi di Renato Zero e Cesare Cremonini e la 2 1 X di Claudio Baglioni, vale la pena di ricordare un evergreen per bambini come Mi scappa la pipì papà di Pippo Franco (1981), in cui all’incontenibile pargolo la pipì scappa proprio al momento del rigore. «Ho giocato la schedina, la mia vita cambierà», aveva premesso il genitore. Chissà se poi ha fatto tredici.

Sul Venerdì del 16 febbraio 2024

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