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Supersex con Alessandro Borghi. La sceneggiatrice: “Così ho messo a nudo l’anima di Rocco Siffredi”

Alessandro Borghi in Supersex. (Lucia Iuorio/Netflix © 2024) 
Ci voleva una donna, Francesca Manieri, femminista e lesbica, per raccontare il re dell’hard. Che in tv avrà il volto (e il corpo) di Alessandro Borghi. Intervista
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Roma. Sarà per la legge del karma o per quella del contrappasso, ma pare cosa buona e giusta che a denudare l’anima del maschio più maschio di tutti, “Mr. 24 cm” Rocco Siffredi, sia una donna, per giunta lesbica e femminista militante. «Quando Lorenzo (Mieli, il produttore, ndr) mi ha proposto di scrivere una serie su di lui, sono scoppiata a ridere: ero sicura che mi stesse prendendo per il culo», ricorda Francesca Manieri nella cucina piena di gatti e di sole della sua casa nel quartiere Esquilino. «Invece era serissimo, e dopo giorni di riflessioni e discussioni con amiche e compagne dei collettivi che mi dicevano sei pazza, ti massacreranno, ho accettato. Non potevo farmi sfuggire l’occasione di raccontare la mascolinità da un punto di vista femminile». Manieri, sceneggiatrice tra le più brave e cercate d’Italia, autrice di Smetto quando voglio–Masterclass e Ad honorem, Il primo re, Veloce come il vento e L’immensità, è la creatrice e autrice di Supersex, serie “liberamente ispira…

Roma. Sarà per la legge del karma o per quella del contrappasso, ma pare cosa buona e giusta che a denudare l’anima del maschio più maschio di tutti, “Mr. 24 cm” Rocco Siffredi, sia una donna, per giunta lesbica e femminista militante. «Quando Lorenzo (Mieli, il produttore, ndr) mi ha proposto di scrivere una serie su di lui, sono scoppiata a ridere: ero sicura che mi stesse prendendo per il culo», ricorda Francesca Manieri nella cucina piena di gatti e di sole della sua casa nel quartiere Esquilino. «Invece era serissimo, e dopo giorni di riflessioni e discussioni con amiche e compagne dei collettivi che mi dicevano sei pazza, ti massacreranno, ho accettato. Non potevo farmi sfuggire l’occasione di raccontare la mascolinità da un punto di vista femminile». Manieri, sceneggiatrice tra le più brave e cercate d’Italia, autrice di Smetto quando voglio–Masterclass e Ad honorem, Il primo re, Veloce come il vento e L’immensità, è la creatrice e autrice di Supersex, serie “liberamente ispirata” alla vita del re dell’hard che debutterà su Netflix il 6 marzo, dopo un’anteprima mondiale al Festival del Cinema di Berlino e tanto, tantissimo hype. Un po’ per il tema licenzioso, e un po’ per la presenza nel cast di un bel pezzo di star system nostrano, a dimostrare quanto Supersex sia opera ambiziosa che punta a sedurre il pubblico globale della piattaforma di streaming.

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Dal protagonista Alessandro Borghi che (s)veste i panni chiassosi del Rocco anni 80, a Adriano Giannini e Jasmine Trinca, rispettivamente il tormentato fratellastro Tommaso e la di lui moglie Lucia, quasi un alter ego donna dello stesso Rocco. Prodotta da Lorenzo Mieli per The Apartment, società del gruppo Fremantle, e da Matteo Rovere per Groenlandia, società del gruppo Banijay, la prima stagione è stata girata tra Italia, Francia e Stati Uniti, e diretta da un team di registi che comprende lo stesso Rovere, Francesco Carrozzini e Francesca Mazzoleni. Sette episodi in cui Rocco Tano da Ortona, semplice ragazzo abruzzese cresciuto tra miseria e violenza nelle case popolari, si trasforma in Rocco Siffredi, il pornoattore più famoso del mondo dopo John Holmes, al prezzo di sangue, sudore, sperma e lacrime.

«Per me Rocco è un’icona tormentata come Marilyn Monroe», spiega Manieri davanti a una tazza di tè verde al gelsomino. «Se andiamo alle origini religiose del termine, l’icona è un’immagine sacra che ispira devozione e sta nel mondo in un rapporto di similitudine. Marilyn era il simbolo della femminilità anni 50, capace di incarnare conservazione e trasformazione. E allo stesso modo Rocco, con i suoi eccessi e le sue inquietudini, l’orgoglio sfrontato per il suo lavoro e il risvolto doloroso della dipendenza da sesso, parla di quest’epoca e della nostra difficoltà a conciliare in piena libertà amore e sessualità, generi e ruoli».

Supersex, alieni e disperazione

Argomenti da far tremare i polsi ma che Manieri traduce con grande naturalezza in un avvincente racconto di formazione maschile ispirato a C’era una volta in America e Rocco e i suoi fratelli e giocato su più piani temporali, con Marco Fiore, Saul Nanni e Borghi a interpretare Siffredi nelle diverse fasi della vita: il bambino che immagina di farsi prete, il ragazzo che va a Parigi per lavorare nel ristorante del fratellastro e scopre i locali per scambisti, e l’adulto che si fa mito. A unirli, la rivelazione della sessualità come un superpotere, scoperto per la prima volta grazie alle pagine di Supersex, mitico fotoromanzo porno anni 70: «Ho lavorato a questa serie per più di quattro anni, leggendo e guardando di tutto, parlando con Rocco e con chi gli sta vicino», continua Manieri, «ma questo episodio, raccontato nella sua autobiografia, mi ha colpito. Quando Rocco trova questo giornaletto buttato via da un camionista dove il francese Gabriel Pontello è un alieno che al momento dell’orgasmo urla “Ifix Tcen Tcen!”, la sua vita cambia per sempre. A quel punto, mentre gli altri bambini idolatravano l’Uomo ragno e Batman, lui sogna di essere Supersex».

Quelle pagine piene di uomini e donne bellissimi travolti dal piacere diventano il rifugio dal dolore che lo ha travolto alla morte del fratello Claudio, scomparso bambino per una malattia, e un antidoto al disinteresse della madre, chiusa in un lutto inconsolabile. «La madre non lo guarda più e lui che fa? Si trasforma nell’uomo più guardato del mondo. Per Rocco la pornografia è salvezza, felicità. Ma quando lo osserviamo, vediamo anche il rovescio della medaglia della sua disperazione: è questo a renderlo così speciale e così vero, sul set e fuori».

Così come appaiono molto vere le scene di sesso in Supersex, che infatti riporta un’indicazione di divieto ai minori di 16 anni. E per chi se lo stesse chiedendo sì, “Lui” si vede, e farà sicuramente parlare una scena di nudo integrale di Borghi dove, senza rivelare nulla, possiamo anticipare che non ci sarà alcun problema di sospensione dell’incredulità: «Alessandro è stato coinvolto molto presto nel progetto e si è messo completamente a disposizione. Conosceva bene Rocco e ha fatto un grande lavoro di mimesi e avvicinamento, anche con il corpo».

Rocco Siffredi, pornopotere

Eppure, raccontare il porno fuori dal porno può essere problematico: nessun problema nelle scene più spinte? «Da questo punto di vista, Netflix è attentissima. Abbiamo lavorato con l’Intimacy Coordinator e, anzi, ne approfitto per fare chiarezza: molti se la immaginano sul set che interviene mentre si gira e dice: “No aspetta, qui c’è un centimetro di culo che nun se po vede”. In realtà, fa un lavoro iniziale, analizzando le scene con gli attori per assicurarsi che siano sempre a loro agio. Anche se in quelle più sensibili, abbiamo preferito usare dei professionisti dell’hard come nel film Pleasure di Ninja Thyberg, un capolavoro». Parlando di professionisti, Supersex non racconta solo la parabola di un uomo, ma anche quella di un’industria. Per motivi anagrafici, Siffredi ha attraversato la storia dell’hard: dagli anni 80 spericolati e visionari accanto a Riccardo Schicchi e Moana Pozzi (nella serie sono Vincenzo Nemolato e Gaia Messerklinger: strepitosi) ai Novanta delle videocassette casalinghe, fino all’arrivo di internet e al porno pervasivo di oggi: «E in questi passaggi», ragiona Manieri, «è successo qualcosa di enorme: da libertario, rivoluzionario, il porno si è trasformato in un enorme dispositivo di controllo di massa, che invece di sbrigliare la sessualità, la ingabbia e l’ammansisce. E quando tu hai un quarto dei computer di tutto il mondo intasati da porno e il grande interrogativo delle aziende è se quella cosa abbassi o aumenti la concentrazione, quando hai ragazzini di prima media che si educano su Pornhub, non puoi far finta di niente. Di sicuro io, da femminista, non posso. E Rocco mi ha permesso di indagare anche questo, perché lui è un po’ il cazzo dell’occidente».

Definizione che potrebbe anche lusingarlo, o no? «Rocco ha una grande qualità: è molto sincero. All’inizio la serie se la immaginava diversa, più stile Boogie Nights, non certo un racconto così intimo. Ma poi, quando l’ha vista, ha pianto tantissimo e a luci accese mi ha detto: “Tu sei riuscita a vedere dentro di me qualcosa che non sapevo di avere”».

Sul Venerdì del 16 febbraio 2024

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