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A Cagliari c’è un prete contro. Salvini e CasaPound

Don Marco Lai, 67 anni, parroco di Sant’Eulalia a Cagliari e direttore della Caritas diocesana 
Don Marco Lai vuole che le piazze siano di tutti e non solo dei bar. Sfida Salvini sull’immigrazione. E dopo anni di battaglie ora si attira l’odio dei neofascisti: «Non me ne ero accorto»
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CAGLIARI. Non si era neppure accorto che CasaPound lo avesse definito, qualche mese fa, un “propagandista del buonismo in abito talare”. Né delle scritte con cui avevano coperto alcuni muri di Cagliari. A informarlo è la vostra cronista. «Ah sì?», commenta divertito. Nel senso che ci vuol altro per scuotere uno come don Marco Lai, 67 anni, parroco della chiesa di Sant’Eulalia, nel quartiere multietnico della Marina, e direttore della Caritas diocesana. Un monsignore di trincea, amatissimo in Sardegna, non proprio da tutti, e a tutti noto per non arretrare nelle sue molte battaglie.

Come quando, tre anni fa, dopo un confronto serratissimo con Comune, Prefettura e Sovrintendenza, era riuscito a trovare una soluzione perché la piazza Santo Sepolcro, che i ristoratori avevano occupato con i tavolini, fosse lasciata libera: «La piazza deve essere per tutti, non solo per gli avventori dei bar» aveva tuonato don Marco. «È l’unico spazio in tutta la Marina per anziani e bambini». L’ha avuta …

CAGLIARI. Non si era neppure accorto che CasaPound lo avesse definito, qualche mese fa, un “propagandista del buonismo in abito talare”. Né delle scritte con cui avevano coperto alcuni muri di Cagliari. A informarlo è la vostra cronista. «Ah sì?», commenta divertito. Nel senso che ci vuol altro per scuotere uno come don Marco Lai, 67 anni, parroco della chiesa di Sant’Eulalia, nel quartiere multietnico della Marina, e direttore della Caritas diocesana. Un monsignore di trincea, amatissimo in Sardegna, non proprio da tutti, e a tutti noto per non arretrare nelle sue molte battaglie.

Come quando, tre anni fa, dopo un confronto serratissimo con Comune, Prefettura e Sovrintendenza, era riuscito a trovare una soluzione perché la piazza Santo Sepolcro, che i ristoratori avevano occupato con i tavolini, fosse lasciata libera: «La piazza deve essere per tutti, non solo per gli avventori dei bar» aveva tuonato don Marco. «È l’unico spazio in tutta la Marina per anziani e bambini». L’ha avuta vinta lui. A dargli ragione un atto notarile del 1864 con cui l’arciconfraternita proprietaria della piazza l’aveva ceduta al Comune a condizione che lasciasse libero l’accesso alla chiesa. Prima ancora, nel 2010, aveva reagito alla campagna mediatica che lo accusava di aver ceduto a 150 Rom, insieme con il Comune, una villa con piscina. «C’è una destra becera che strumentalizza politicamente un’emergenza» aveva replicato furibondo. «La cosiddetta villa è una struttura semiabbandonata che i Rom hanno poi rimesso in sesto».

Innumerevoli le volte in cui ha invitato Salvini a cimentarsi in una sfida seria sul tema dell’immigrazione invece di impuntarsi in una politica da campagna elettorale. «Quando, cinque anni fa, se ne saltò fuori con la vecchia storia che l’accoglienza è un business, mi sono arrabbiato moltissimo. Ma lo sa Salvini che quel “business” dà lavoro nell’isola fino a seicento persone tra mediatori, insegnanti d’italiano e operatori vari?». In tutto, i lavoratori stranieri in Sardegna sono 50.000, e si deve a loro se agricoltura e pastorizia vanno avanti, ma la battaglia di don Marco è anche umanitaria. «Dice il Vangelo che dobbiamo stare con gli ultimi». E insieme alla sua Caritas sforna di continuo iniziative di inclusione. Solo gli ucraini, accolti dall’inizio della guerra, sono cinquecento, tra cui molti minori che ha coinvolto in un progetto della Cagliari Calcio. E tanti altri minori stranieri sono stati inseriti nelle attività sportive della parrocchia.

Un porto di mare

Se poi facciamo un salto indietro fino a metà degli anni Novanta, in piena guerra nell’ex Jugoslavia, quando era parroco a Santa Margherita di Pula, ecco la testimonianza di Denis Kajic, di Mostar, che in una lettera a un giornale spiegava come debba a don Marco se è stato accolto in Italia: il sacerdote si era adoperato per invitarlo insieme ad altri trecento bosniaci, e si fece in quattro per trovare le famiglie che li accogliessero e garantissero per loro. «Raccoglieva ogni mese 25 milioni di lire per consentirci di rimanere. Ne inventava di tutti i colori per mettere insieme quella cifra, dalle tombole e dalle lotterie alle cene di solidarietà». Ovvio che la sua casa fosse un porto di mare: famiglie bosniache ci vissero per anni. Ed è proprio per l’impegno a favore dei migranti che CasaPound è inferocita. I neofascisti hanno giurato guerra al suo programma di inclusione.

Il museo in chiesa

Se la Caritas di Cagliari è una delle più articolate d’Italia, non è però solo per l’accoglienza ma anche per una moltitudine di altre iniziative: dalle cooperative di solidarietà al contrasto all’indebitamento delle famiglie con la Fondazione anti-usura, fino alla salvaguardia dei territori marginali. Il sacerdote ha modi affabili che contrastano con la fama da duro, e un certo orgoglio mentre mi indica il museo archeologico nella chiesa di Sant’Eulalia di cui è parroco da dodici anni. Anche quel museo è opera sua, si è impegnato molto per valorizzare un’area scoperta nel 1990 grazie a lavori di restauro iniziati dal precedente parroco. E a lui si deve il decollo degli sportelli di ascolto, 22 nella sola Cagliari. L’ultima iniziativa è un progetto per combattere lo spopolamento creando piccole imprese. Ha già sfornato 28 aziende tra panificatori e produttori di malloreddus, miele e olio.

Non è solo merito suo, ovvio. Ma è a lui che si erano rivolti sindaci e parroci della zona del Gerrei in preda allo sconforto per l’apatia dei giovani e la diffusione di alcolismo e droghe in quelle terre da cui la gente andava via o languiva senza lavoro. E lui aveva attivato finanziatori come la fondazione Giulini, il presidente del Cagliari, e l’agenzia regionale Agris-Laore. A sostenere il tutto con una sorta di supervisione c’è L’Arcidiocesi-Caritas diocesana. D’altronde, per molti anni era stata affidata proprio a don Marco la parrocchia più difficile di Cagliari: quella del quartiere di Sant’Elia afflitto da povertà ed emarginazione.

L’unico momento in cui non si schermisce è quando gli ricordi che in quel posto ha fatto miracoli. Aveva riempito gli oratori di ragazzi, e 500 persone partecipavano ogni giorno alle iniziative per strappare gli adolescenti all’illegalità – tra cui una scuola calcio. E sempre di quei tempi è la scommessa del vecchio ex Lazzaretto che affidò a ragazzi del quartiere perché lo trasformassero in un centro d’arte. Gli dissero che era una follia, e invece il centro è diventato un gioiello e molti di quei giovani sono ancora lì. Gli è difficile, ancora oggi, nascondere la soddisfazione.

Sul Venerdì del 16 febbraio 2024

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